"L'alleato ti ascolta"

La vera crisi di fiducia transatlantica

Per gli europei lo scandalo delle intercettazioni mina il prestigio e la credibilità di Washington. Ma per gli americani il rapporto è minacciato soprattutto dall'incapacità dell'Ue a risolvere la sua crisi.

Pubblicato il 28 Ottobre 2013 alle 16:09
"L'alleato ti ascolta"

Lo sdegno europeo sulle intercettazioni americane crea certamente imbarazzo a Washington. Ma a New York, dove il confine tra pragmatismo e cinismo è estremamente labile, l'eco della crisi diplomatica si è subito infranto sulle pareti di Wall Street: tra gli operatori di Borsa e i banchieri di investimento, molti dei quali hanno studiato a West Point o servito nei Marines e nell'intelligence prima di entrare nella finanza, la nuova polemica contro l'America è considerata non solo come «inutile» (non c'è governo al mondo che non cerchi di spiare le mosse del vicino), ma come «l'ennesima mistificazione dei veri problemi europei».

«Di che hanno paura in Germania? - si chiedeva ieri un trader di una grande società di brokeraggio globale - Forse temono che dopo aver ascoltato la Merkel al telefono sulle prospettive dell'euro, il Tesoro americano ci ordini di vendere subito i vostri titoli di Stato?».

È solo una battuta, ovviamente. Ma dietro al suo cinismo c'è una realtà oggettiva che - dal nostro punto di vista - meriterebbe la stessa preoccupazione accordata al caso-spionaggio: tra i grandi gestori di portafoglio della finanza americana, tra gli speculatori ma anche tra gli economisti e gli analisti di Wall Street, si sta radicando la convinzione che l'Europa sia tornata a muoversi in ordine sparso, che l'Eurozona abbia perso la spinta propulsiva verso l'unione politica e che il vento delle riforme strutturali che aveva permesso alle nazioni periferiche di avviare un percorso di modernizzazione economica e istituzionale si stia ormai esaurendo per mancanza di soggetti interessati. E così, tra populismo, anti-europeismo e mancanza di leadership nella gestione della crisi economica, l'Europa - come nel 2011 - è tornata ad essere un terreno di conquista per la grande speculazione internazionale. Speculazione che oggi, con le elezioni europee che si avvicinano, può persino contare su un alleato in più: l'incertezza politica e la paralisi decisionale.

L'equazione è nota: dove ci sono problemi di governance, il potenziale di guadagno è sempre il più alto. Ma il problema è che a farne le spese sono sempre i più deboli.
In questo contesto, uno dei problemi più grossi è che in questa partita giocata sulla pelle dei governi e dei risparmiatori europei manca una giuria che fissi le regole e un arbitro che le faccia applicare. [[Oggi il mercato europeo, al contrario di quello americano, sembra una terra di nessuno in cui vige solo la regola del più forte]]. Prendiamo la Tobin Tax: solo 11 Paesi dell'Eurozona hanno deciso di varare la tassa sulle transazioni finanziarie, e l'Italia è tra questi, creando così l'ennesimo dislivello competitivo su un mercato finanziario che sulla carta è definito come unico. L'Italia si stima che abbia già perso più del 20% delle transazioni a causa di questa tassa, che ha inevitabilmente spostato su Londra e New York le operazioni di compravendita su azioni e obbligazioni.

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Ma si potrebbe anche parlare dell'Euro: se da un lato la finanza americana sostiene che la valuta europea rischia nuovamente di finire a gambe all'aria di qui al prossima estate, dall'altro la manovra coordinata della Fed e del Tesoro americano a sostegno del dollaro debole consente ai trader valutari di speculare con ragionevoli certezze di guadagno proprio sull'Euro forte, tenuto artificialmente alto sia rispetto allo stato dell'economia europea sia rispetto alle analisi che vogliono l'Europa in crisi politica profonda. Se un sistema sta per saltare, normalmente la valuta (o il debito) cade: in questo caso l'ordine naturale delle cose è ribaltato. L'andamento dei T-bond americani è lo specchio di questa situazione: più si parlava nelle settimane scorse di un default americano, più i titoli di Stato Usa prendevano vigore, quasi che il rischio di insolvenza non li riguardasse affatto.

Sfiducia nelle banche

Con questo scenario davanti agli occhi e sugli schermi dei computer, c'è poco da meravigliarsi se i mercati europei - e in particolare i più fragili come l'Italia, siano terreno di scorribanda per gli investitori più spregiudicati. Ieri, per esempio, l'Italia è tornata a pagare di propria tasca non solo la percezione generale di paese totalmente immobile nella propria crisi, ma anche la confusione che regna nell'Eurozona sull'unione politica e, almeno in parte, persino l'escalation delle polemiche sullo spionaggio americano. I BTp e i future sui BTp, che già nel 2011 e nel 2012 avevano fatto da "proxi" sulle scommesse sulla tenuta dell'Euro arrivando a toccare rendimenti oltre il 7%, sono tornati nel vortice della speculazione per un dato sostanzialmente irrilevante o comunque largamente già scontato, gli ordini all'industria manifatturiera dell'Eurozona.

Ebbene, i BTp italiani - i più diffusi sul mercato - sono stati gli unici a pagare la flessione dell'indice europeo con un rialzo dei tassi di ben tre punti base: il risultato è che i rendimenti dei Bonos spagnoli sono tornati nuovamente sotto quelli italiani. Ma il fatto più interessante è come questo insieme di eventi finanziari viene mischiato a quelli politici e diplomatici e poi presentato all'opinione pubblica americana: mentre le prime pagine dei quotidiani europei attaccano gli Usa per le indiscrezioni sullo spionaggio sistematico della Cia, nelle prime pagine dei giornali americani - a cominciare dal Wall Street Journal - trovano molto più spazio le analisi che convergono sul riacutizzarsi della crisi dell'Euro, sul tramonto del progetto di unione politica e in ultima analisi sul'inaffidabilità dell'Europa come interlocutore politico e finanziario delle grandi economie mondiali.

Certo, anche l'Europa ha le sue responsabilità. Bruxelles è del tutto assente quando si parla di regole e di vigilanza condivisa sui mercati, lasciando quindi senza copertura politica i paesi membri che presentano le maggiori criticità: basti guardare all'iter della vigilanza unica bancaria, con la Germania che, da sola, è stata in grado di rimettere in discussione un progetto su cui gli altri Stati membri erano d'accordo. La conseguenza di questa ennesima frattura di governance non è stata solo politica ma anche finanziaria: lo stop tedesco sulla vigilanza bancaria, emerso proprio alla vigilia dei nuovi stress test europei, ha legittimato immediatamente gli allarmi degli analisti di Wall Street sulla salute precaria del credito europeo e in particolare sulla tenuta delle banche italiane. Risultato: bordate senza precedenti sparate sui titoli del settore bancario e finanziario non sulla base di risultati annunciati, ma solo sulla base di indiscrezioni di mercato.

Ormai è chiaro a tutti che ci muoviamo in uno scenario in cui la globalizzazione impedisce misure unilaterali, ma interessi divergenti condannano alla paralisi. Il vecchio sistema di regole e certezze sta crollando, il nuovo nessuno lo intravvede o tenta di costruirlo perché tutto si intreccia con la crisi e la minaccia di un aggravamento finanziario o dell'economia reale. Tutti vivono alla giornata - operatori, governi, istituzioni soprannazionali - e hanno paura di progettare il futuro. Sembra che nel mondo si sia diffusa una nuova malattia che si credeva soltanto italiana: inseguire il presente rimanendone prigionieri. E allora si spiega quel che sta succedendo sui mercati.

Dagli Stati Uniti

Un attacco isterico

Le reazioni all'intercettazione delle conversazioni telefoniche di Angela Merkel da parte dell’Nsa non sono altro che “un tipico attacco di isteria europea”, scrive Sohrab Ahmari sul Wall Street Journal.
Secondo Ahmari nonostante la retorica Merkel è perfettamente consapevole di come operano le agenzie d’intelligence, e deve adeguarsi alla rabbia dei tedeschi e degli europei senza però compromettere irreparabilmente le relazioni con gli Stati Uniti, l’alleato più importante per Berlino.

La cancelliera e i suoi colleghi sanno benissimo come vanno queste cose, ma devono tenere conto della rabbia antiamericana sul fronte interno. In tutto questo si perde l’obbligo per un leader politico di educare l’opinione pubblica sul ruolo dell’intelligence e la necessità di proteggere la sicurezza nazionale in un mondo pericoloso.

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