Miguel Morales Madrigal_Cuba

Lavoro e disabilità in Europa: un percorso a ostacoli 

Trovare lavoro in un altro paese dell’Unione europea rappresenta di per sé una sfida. Per le persone con disabilità, si tratta di una corsa a ostacoli. Tra il mancato riconoscimento della propria condizione da un paese all’altro, l’assenza di portabilità dei diritti sociali e infrastrutture ancora ampiamente inadeguate, la libera circolazione nello spazio comune resta, nei fatti, un diritto fantasma.

Pubblicato il 14 Aprile 2026

Tutto ha origine da un numero impressionante, che passa troppo spesso inosservato: nel 2024, il 24 per cento della popolazione europea sopra i 16 anni conviveva con una forma di disabilità. Parliamo di oltre 90 milioni di persone per le quali lavorare in un altro paese equivale ancora oggi a entrare in una terra di nessuno dal punto di vista giuridico.

Kamil Goungor, responsabile delle politiche e della mobilità presso la Rete europea per la vita indipendente (European Network on Independent Living, Enil), vive quotidianamente questo paradosso: pur essendo dipendente di un’organizzazione con sede a Bruxelles, vive e lavora ad Atene. “Mi piacerebbe molto trasferirmi in Belgio e lavorare fianco a fianco con i miei colleghi. Ma poiché ho bisogno di un’assistenza specifica, trasferirmi è davvero complesso”, spiega.

Paese che vai, definizione (di disabilità) che trovi 

“Ogni stato membro ha la propria definizione di disabilità”, spiegaAlonso Escamilla, ricercatore presso l’Università Cattolica di Ávila (Spagna) e coautore, insieme a Paula Gonzalo, della nota di orientamento pubblicata nel 2025 dall’Istituto sindacale europeo (Etui). “Una persona a cui viene riconosciuta una condizione di disabilità in Spagna potrebbe non vedersi confermata tale condizione in Germania, poiché i due paesi non applicano gli stessi criteri di valutazione.

Se Francia e Spagna si basano su tabelle percentuali; Germania e Lettonia adottano un approccio medico; mentre Belgio e Polonia preferiscono una valutazione funzionale. Ogni stato ha il proprio sistema, le proprie scadenze e le proprie procedure burocratiche”, prosegue il ricercatore. 

Quando una persona con disabilità si trasferisce, è costretta ad avviare da zero l’iter per il riconoscimento della propria condizione, una procedura che può richiedere diversi mesi e a cui si sommano le pratiche per ottenere i sostegni sociali e professionali del paese ospitante. L’intero processo può protrarsi per anni. Anni trascorsi senza indennità compensative né accesso a cure specifiche. Una paralisi burocratica che, nei casi più gravi, arriva a mettere in discussione lo stesso diritto di soggiorno. 

Secondo Kamil Goungor, questo scenario limita la mobilità sul nascere: “Nel momento in cui lasciamo il nostro paese, le nostre necessità specifiche non vengono più automaticamente riconosciute e con esse il diritto all’assistenza. Senza un sostegno adeguato, si rischia di perdere il lavoro o di non riuscire a portare a termine gli studi. Per chi, come me, ha bisogno di assistenza h24, le conseguenze possono diventare persino pericolose”.

Viaggiare con una disabilità: tra barriere fisiche e stigma sociale

Ancora prima dello scoglio burocratico, “l’ostacolo principale resta quello fisico”, chiarisce Alonso Escamilla. Dai posti riservati che mancano sugli autobus, ai distacchi eccessivi tra treno e banchina, fino all’obbligo di prenotare posti specifici sugli aerei con costi aggiuntivi: oggi viaggiare tra i paesi dell’Ue è un’esperienza raramente accessibili a chi convive con una disabilità. 

Una volta a destinazione, le difficoltà si accumulano. Nel mondo del lavoro lo stigma, pur di rado espresso apertamente, resta profondamente radicato. “Spesso i datori di lavoro preferiscono non correre rischi, né sostenere le spese necessarie per rendere accessibile l’ufficio” osserva il ricercatore. Le tredici organizzazioni europee consultate nell’ambito dello studio confermano che i progressi, seppur reali, sono ancora insufficienti e che le barriere persistono.  

Eppure, il rapporto della Commissione europea sull’Occupazione e gli sviluppi sociali (Esde 2025) riconosce l’urgenza di integrare questi lavoratori, in particolare per contrastare la carenza di manodopera che affligge il continente, senza però fornire risposte concrete alle necessità specifiche dei singoli. 

La Carta europea della disabilità: uno strumento per soggiorni brevi e finalità turistiche

Sul fronte istituzionale, le ambizioni non mancano. Negli ultimi anni il quadro normativo ha visto la pubblicazione della Strategia europea per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030 e l’Atto europeo sull’accessibilità, seguiti più di recente dalla Carta europea della disabilità, le cui direttive sono state adottate dal Consiglio dell’Ue nell’ottobre 2024.

Sulla carta, il nuovo strumento mira a garantire il riconoscimento della condizione di disabilità in tutti gli Stati membri, con criteri e diritti uniformi. Tuttavia, si scontra con un limite temporale poiché la sua validità riguarda esclusivamente i soggiorni brevi, fino a un massimo di tre mesi. Di fatto, si tratta di una misura pensata più per il turismo e che lascia nell’ombra chi lavora. La Carta esclude esplicitamente gli ambiti dell’occupazione e della sicurezza sociale. Per chi desidera stabilirsi a lungo termine, lavorare e costruirsi una vita in un altro paese, non è previsto alcun supporto.

Secondo la Rete europea per la vita indipendente, è proprio questa limitazione a rappresentare il nodo cruciale della questione. Florian Sanden, coordinatore politico dell’organizzazione, ricorda infatti che “a oggi, se una persona con disabilità che riceve assistenza personale nel proprio paese si trasferisce in un altro stato membro, perde immediatamente il diritto a tale prestazione”. Senza uno status ufficialmente riconosciuto nel paese ospitante, decade anche il diritto legale a quegli accomodamenti ragionevoli e necessari nel lavoro e nell’istruzione. 

L’Enil sottolinea che mentre i cittadini senza disabilità godono già del riconoscimento automatico dei propri diritti previdenziali, chi convive con una disabilità ne resta tuttora escluso.

Kamil Goungor ha trascorso sei mesi in Belgio nell’ambito del programma Erasmus+: “Sono riuscito a partire solo grazie al sostegno del progetto europeo; ed è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Ma non è un’opportunità che molte altre persone con disabilità hanno la fortuna di vivere”. Alonso Escamilla conferma la situazione di isolamento: “A livello europeo, il desiderio delle persone con disabilità di lavorare in altri paesi dell’Ue resta un’ipotesi del tutto ignorata”. 

Senza dati, niente politiche adeguate

L’assenza di dati affidabili è un ulteriore ostacolo. Quanti lavoratori con disabilità attraversano ogni anno i confini? E quanti riescono a mantenere i propri diritti sociali? A oggi, nessuno lo sa realmente.

“Non esistono numeri precisi, né database attendibili. La Commissione dispone di dati sui flussi turistici, ma sono piuttosto datati e non riguardano specificamente i lavoratori”, prosegue Alonso Escamilla. Senza dati, elaborare politiche mirate è impossibile. Per questo, una delle raccomandazioni prioritarie della nota d’orientamento dell’Etui riguarda la creazione di una banca dati europea sulla mobilità dei lavoratori con disabilità. L’obiettivo è chiaro: dare un volto a una realtà che oggi resta invisibile. 

“Più dati saremo in grado di generare, più sarà possibile agire affinché  l’Ue garantisca a ogni cittadino il diritto alla libera circolazione”, auspica Alonso Escamilla. 

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