Daniel Morar quando era ancora Procuratore nazionale anticorruzione

L’incorruttibile getta la spugna

Il procuratore simbolo della lotta alla corruzione si è dimesso per denunciare le ingerenze della politica nella giustizia. Uno dei fattori che impediscono a Bucarest di entrare nell’area Schengen.

Pubblicato il 12 Aprile 2013 alle 15:11
Daniel Morar quando era ancora Procuratore nazionale anticorruzione

L’addio di Daniel Morar alla carica di procuratore generale della corte di cassazione e di giustizia, avvenuto il 5 aprile, ha innervosito e irritato molte persone non tanto per la rinuncia in sé, che anzi ha rallegrato molti, ma per il modo in cui è avvenuta: con la denuncia ufficiale della collusione politica tra il presidente Traian Băsescu di destra e il primo ministro Victor Ponta di centrosinistra sulla nomina dei procuratori generali all’Alta corte e alla Dna, la Direzione nazionale anticorruzione. La maggior parte, infatti, si aspettava che egli ingoiasse senza fiatare il patto Ponta-Băsescu, a maggior ragione dopo essere stato nominato dal presidente giudice della corte costituzionale.

E invece Morar, ex direttore della Dna, ritiene di non dovere niente a nessuno e di essere libero di fare il proprio lavoro fino in fondo. “L’uomo di Băsescu”, come lo chiamavano i suoi detrattori, ha iniziato la sua carriera opponendosi in via giudiziale al presidente (all’epoca ministro dei trasporti) in relazione al cosiddetto scandalo Flotta - un caso di presunta corruzione verificatosi negli anni novanta durante la privatizzazione della flotta commerciale romena - e si è conclusa su posizioni ostili agli ambienti politici. Morar ha abbandonato il sistema dopo quasi otto anni di inchieste, dimostrando fino all’ultimo di essere proprio come lo descrivono: un procuratore fino al midollo.

Avevo conosciuto Morar prima ancora che egli prendesse le redini della Dna. Il ministro della giustizia Monica Macovei nel 2005 mi aveva contattato pregandomi di incontrare la persona che credeva adatta a essere nominata responsabile della commissione nazionale anticorruzione, che all’epoca non si chiamava ancora Dna, e io accettai.

Ricordo soltanto che parlava poco, scandendo le parole, con un forte accento di Cluj, città del nordovest della Romania, e che il suo viso aveva uno strano pallore. Non ricordo più i dettagli, ma ricordo ciò che risposi a Macovei quando mi chiese che cosa ne pensassi. Tra il serio e il faceto le dissi: “Sarebbe capace di arrestare anche te, se ti beccasse a infrangere la legge”. Nato in Transilvania, poco più che quarantenne, all’apparenza fragile, Morar aveva sempre un’espressione seria. Da lui emanava una strana forza, e aveva un modo secco di esprimersi, lo sguardo penetrante, l’eloquio schietto.

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L’ambasciatore americano a Bucarest, Mark Gitenstein, in seguito avrebbe espresso pubblicamente la sua ammirazione per lui, una volta diventato capo della Dna. Gitenstein, ex avvocato, ha raccontato che in occasione di una visita effettuata dal procuratore generale dello stato del Delaware Beau Biden (figlio dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti), i rappresentanti del dipartimento di stato non la finivano più di elogiare quel “procuratore fino al midollo”. Gitenstein lo definiva “procuratore per definizione”. Ecco, io penso che questa è la sua descrizione migliore: Morar incarna l’austerità del procuratore dedito al proprio lavoro fino in fondo.

La condanna inflitta all’inizio del 2013 all’ex primo ministro Adrian Năstase — sotto il cui governo non solo erano impensabili le grandi inchieste, ma i procuratori troppo temerari erano immediatamente silurati – ha ridotto in frantumi il mito dell’impunità, ben radicato nell’immaginario politico romeno, innescando un’ondata di panico. La Dna di Morar ha indagato in tutti i settori della società romena colpiti dalla corruzione: governo, parlamento, amministrazioni locali, giustizia, polizia, dogane, mondo dello sport, e in molti casi ha fatto piazza pulita delle tentacolari reti della corruzione (vedi l’indagine sulle dogane).

Paura dell’uguaglianza

La Romania ha avuto pochi personaggi illuminati, in grado di cambiare le mentalità e i sistemi e di preservare intatta la propria integrità. Tra di loro c’è sicuramente Daniel Morar. Il potere politico, quale che sia, commetterà ancora l’errore di lasciare al caso le redini di un contropotere di questo tipo e di permettere a persone libere di esercitarlo, come è accaduto con Morar? È molto poco probabile. Troppi uomini d’affari, politici di alto livello e personaggi influenti hanno ormai preso atto che in assenza di reti di corruzione e di persone di fiducia nei posti-chiave della giustizia, nessuno può più garantire la loro impunità. La presenza di uomini come Morar alla testa delle procure anti-corruzione li riconduce su un piano di totale uguaglianza con i comuni mortali.

I diplomatici occidentali, a Washington e a Londra, sono arrivati molto presto alla conclusione che il processo di nomina dei nuovi capi procuratori con un accordo politico deve essere sostenuto senza equivoci affinché si concluda il periodo ad interim che si protrae da un anno. Ma credere che non abbia importanza il nome di chi dirige un’istituzione in Romania sarebbe un grave errore. Questo ragionamento tipicamente occidentale funziona nelle democrazie già rodate. La Romania è priva di meccanismi di verifica e di controllo in grado di equilibrare il sistema e garantire un funzionamento indipendente delle istituzioni. Se alla testa di queste ultime arrivano persone capaci e dotate di volontà riformista, si possono fare progressi, altrimenti ci vuole la restaurazione. Non siamo riusciti a fare niente di meglio in 23 anni di democrazia? Ahimè, no.

Con procuratori mediocri o deboli, gli europei occidentali impareranno molto presto dov’è l’errore. Eppure, gli scivoloni di Budapest sono stati trattati a lungo con indulgenza, fino al momento in cui, adesso, non è più possibile porvi rimedio. E così l’Ungheria si trova ad aver superato da tempo la linea rossa della democrazia.

Nel frattempo, la Commissione europea ha annunciato di non voler modificare il giudizio espresso sulle mancanze di Bucarest in tema di corruzione, contenuto nell’ultimo rapporto del Meccanismo di cooperazione e verifica (in vista dell’adesione all’area Schengen) sulla necessità di una procedura di selezione trasparente dei nuovi procuratori capo.

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