“Nessuna buona opzione contro Assad”

A una settimana dal presunto attacco con armi chimiche che il 21 agosto avrebbe fatto centinaia di vittime alla periferia di Damasco, gli Stati Uniti e i paesi europei sembrano pronti alla rappresaglia contro il governo siriano. Ma qualsiasi intervento andrà calcolato attentamente, scrive la stampa europea.

Pubblicato su 27 Agosto 2013 alle 14:28

Autorizzando un’ispezione degli inviati dell’Onu nei luoghi del massacro, “il presidente siriano scommette che ciò acuirà le divisioni sulla risposta appropriata. (…) Ma si tratta di una sfida che non gli si può lasciar vincere” scrive il Financial Times. In un editoriale intitolato “Le ragioni morali di un intervento in Siria”, il quotidiano britannico ricorda che qualsiasi azione contro il governo di Assad andrà intrapresa sulla base di prove inoppugnabili e con un ampio appoggio internazionale. Ma pensa anche che

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Intervenire non significa intromettersi nella guerra civile siriana. La questione è lanciare agli stati canaglia un messaggio preciso e far capire che l’utilizzo di armi di distruzione di massa non può essere tollerato. (…) Un’azione militare comporta dei rischi. Non ci sono opzioni positive per sventare la minaccia che Assad fa pesare sul suo stesso popolo e sul mondo. Ma non fare niente sarebbe di gran lunga peggio.

“Non reagire con la dovuta fermezza al bombardamento siriano con agenti chimici vorrebbe dire spalancare la strada alla barbarie della nostra era su scala globale”, commenta la direttrice di Le Monde Natalie Nougayrède:

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Intervenire in maniera precisa, puntuale e mirata non vorrebbe dire lanciarsi in un’azione militare occidentale irresponsabile. A condizione, però, di anticipare bene ciò che accadrà dopo. A quel punto per la diplomazia russa suonerebbe l’ora della verità: difficilmente essa potrà permettersi di rispondere alle navi da guerra americane. Tale iniziativa significherebbe evidenziare la soglia che non si può assolutamente varcare, pena violare i principi più intangibili sui quali si basano la comunità delle nazioni e la sicurezza internazionale. Questa strage è troppo ed impone una risposta chiara e determinata.

Secondo La Libre Belgique prima di qualsiasi intervento militare è indispensabile portare le prove, “non fosse altro che per convincere un’opinione pubblica molto indecisa, sia negli Stati Uniti sia in Europa”. In un editoriale intitolato “Si deve colpire la Siria? Prima le prove”, il quotidiano osserva che:

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Nel momento in cui scriviamo questo editoriale le accuse contro Damasco sono ancora ipotetiche. Ciò non è affatto sufficiente in un paese che annovera quattro agenzie d’intelligence, milizie, ribelli ed è oggetto di molteplici interferenze straniere. La prudenza in questo caso non è segno di debolezza: è soltanto la prima fase.

La Frankfurter Allgemeine Zeitung osserva che “sarà Washington a decidere sulla reazione militare contro Assad”. Ma questa volta, a differenza dell’intervento in Libia che la Germania non aveva appoggiato, “Berlino probabilmente sarà al fianco degli americani”. La Faz sottolinea xhw “a meno di quattro settimane dalle elezioni legislative, la situazione è cambiata”. E il ministro degli affari esteri non potrà tenersi in disparte come nel 2011:

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All’epoca Gheddafi era stato appena rovesciato – il ministro degli esteri francese Alain Juppé dopo un suo discorso indirizzato ai diplomatici tedeschi sulla sua posizione sulla guerra in Libia era stato applaudito – un vero affronto per il padrone di casa. Non accadrà niente di simile una seconda volta tra Westerwelle e Merkel. Ma ovviamente ciò non significa che Berlino parteciperà in maniera attiva a un intervento militare.

Quali sarebbero dunque i vantaggi di un intervento militare in Siria? Su Revista 22 la ricercatrice Laura Sitaru sostiene che “qualsiasi intervento militare internazionale non farà che alimentare il conflitto e moltiplicare le vittime. Proprio come un mancato intervento”. È per questo motivo, dunque che:

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Al fine di scongiurare i madornali errori commessi nei precedenti interventi in Medio Oriente è indispensabile guardare oltre, chiedersi quali sono le poste in gioco di un intervento e soprattutto i limiti del coinvolgimento internazionale. Che cosa ci si aspetta, concretamente? Di destituire Assad? E poi? In futuro, di che cosa si farà carico la comunità internazionale ? Che tipo di intervento vogliamo: militare, umanitario o politico? E quali sono i rischi per la regione connessi a un tale intervento?

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