Quando l’Europa aveva una politica estera

Il 29 novembre i paesi europei voteranno in ordine sparso sulla concessione alla Palestina dello status di paese osservatore. Il tempo in cui avevano una visione comune sembra ormai lontanissimo.

Pubblicato il 29 Novembre 2012 alle 16:08
Membri della delegazione palestinese portano il "seggio della Palestina" all'assemblea dell'Onu. New York, settembre 2011

L'Unione europea non ha una politica estera. Oggi questa è una banalità accettata con rassegnazione, e non c’è niente di più abusato del sarcasmo che accompagna le gesta di Catherine Ashton, vice presidente della Commissione e alta rappresentante per gli affari esteri dell’Ue. A lady Ashton abbiamo affidato una nave senza timone né vele e forse nemmeno uno scafo. Insomma, un aggeggio che non sta a galla.

Dal 2010 Ashton è a capo del formidabile Servizio europeo di azione esterna, che può contare su un esercito di tremila diplomatici di alto profilo. Ma in fondo si tratta di un servizio che non serve a nessuno, perché non possiede quell’unità e quella volontà politica necessarie alla proiezione di una identità e di una personalità sulla scena mondiale.

Oggi, per l’ennesima volta, avremo modo di contemplare il triste spettacolo dell’evanescenza dell’Europa quando l’Assemblea generale delle Nazioni unite approverà la richiesta del presidente dell’Autorità palestinese di riconoscere il suo paese come paese osservatore all’Onu. Come era prevedibile, ogni tentativo per stabilire una posizione comune tra i 27 stati dell’Ue è fallito miseramente, e alla fine i governi hanno pensato soltanto a salvare capra e cavoli.

Ormai tutto questo ci sembra perfettamente normale. Le liti finanziarie sono all’ordine del giorno, con insulti e affronti che si ripetono senza sosta. Il disamore per il progetto comune è talmente diffuso che non ci ricordiamo più dei tempi in cui la situazione era diversa.

La crudele verità, quella che dovremmo sbattere in faccia ai nostri leader politici attuali, è che in Europa si faceva politica estera quando la politica estera ancora nemmeno esisteva. E dovremmo aggiungere un’altra verità, forse ancora più terribile: i timidi passi avanti compiuti verso la pace tra israeliani e palestinesi li dobbiamo a risoluzioni e decisioni prese quando noi, gli europei, avevamo (senza quasi rendercene conto) un peso internazionale e una politica estera degna di questo nome.

Il progressivo deterioramento del prestigio europeo è evidenziato impietosamente dalla dichiarazione di Venezia, un documento adottato nel 1980 in reazione agli accordi di Camp David e alla firma del trattato di pace israelo-egiziano. Nel testo i capi di stato e di governo di nove paesi della Comunità europea, antenato dell’Ue, si impegnavano a “ricoprire un ruolo di primo piano” nel garantire la pace nella regione, riconoscendo il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Trent’anni fa gli europei incoraggiavano le due parti a percorrere la via del negoziato, anticipando la soluzione dei sue stati in cui Israele e una nuova entità palestinese coesistono in pace e sicurezza, riconosciuti da tutta la comunità internazionale. Già allora condannavano la politica di colonizzazione definendola “un ostacolo grave al processo di pace”, e rifiutavano ogni modifica unilaterale allo status di Gerusalemme. Il tutto all’unanimità, senza alcun veto.

Dei nove firmatari della dichiarazione di Venezia, soltanto quattro si sono impegnati il 28 novembre ad accogliere la richiesta della Palestina: Francia, Danimarca, Lussemburgo e Irlanda. Il Belgio alla fine dovrebbe decidere di unirsi a loro. A completare il quadro della frammentazione europea, in netto contrasto con i tempi in cui l’Europa aveva una politica estera, ci sono altri quattro paesi: il Regno Unito (che ha posto le sue condizioni), la Germania (piena di dubbi ed esitazioni) l’Italia e i Paesi Bassi (entrambi propensi per il "no").

Il voto di oggi, insomma, offrirà una prova tangibile dell’indebolimento e dell’assenza dell’Ue sulla scena internazionale, in un momento in cui la Palestina può contare sul prezioso aiuto dei paesi emergenti che irrompono sulla scena diplomatica internazionale.

L’idea di uno stato palestinese, impensabile e utopistica secondo alcuni, è in realtà carica di prospettive incoraggianti. Basta tenere conto di due elementi molto semplici, che da sempre hanno guidato la locomotiva della storia: la demografia della regione e la carta geopolitica del pianeta.

Opinione

Complici di Abbas

“Il voto alle Nazioni unite potrebbe dare all’Autorità palestinese uno stato sulla carta, ma non cambierà la realtà sul campo”, scrive Daniel Schwammenthal su The Commentator. Secondo il direttore dell’American Jewish Committee Transatlantic Institute di Brussels “nessun paese Ue dovrebbe essere complice” e contribuire ad aggravare il terribile errore commesso dai palestinesi nel 1947 alle Nazioni unite, quando rifiutarono la divisione della Palestina prevista nella risoluzione Onu del 29 novembre che invitava a creare uno stato palestinese e uno ebraico.

La creazione di uno stato può avvenire soltanto attraverso il negoziato diretto e qualsiasi appoggio dell’Onu alle condizioni poste dai palestinesi renderà ancora più difficile trovare in futuro un compromesso accettabile per entrambe le parti. L’investitura dell’Onu minaccia di separare la creazione di uno stato palestinese dall’obiettivo finale di raggiungere la pace.

L’unica struttura legale costituita da Israele e dai palestinesi, gli accordi di Oslo del 1995, proibiscono espressamente il tipo di approccio unilaterale voluto da Abbas. Sostenendo il riconoscimento unilaterale dell’Onu, gli stati Ue non soltanto aiuterebbero i palestinesi a violare i loro obblighi contrattuali, ma comprometterebbero la posizione stessa dell’Unione, che dopo tutto ha firmato gli accordi di Oslo come testimone.

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