Siamo dei barbari

Il 13 agosto comincia il processo ai romeni autori del furto al museo di Rotterdam, che avevano bruciato preziosissimi quadri per nascondere le prove. Un episodio che non migliorerà certo la pessima reputazione del paese in Europa.

Pubblicato su 9 Agosto 2013 alle 16:02

Negli ultimi anni ho sentito spesso parlare di treni che deragliano in Europa occidentale e che ormai è diventato più rischioso prendere il treno che l’aereo. Una delle ragioni di questi incidenti è il furto di cavi di rame da parte di cittadini europei con passaporto romeno. In queste circostanze l’incidente è praticamente la norma e queste persone sono perfettamente consapevoli che ci saranno altre persone che rischiano di rimanere ferite per il furto di questi cavi, che vengono rivenduti a un prezzo irrisorio.

Se a questo si aggiunge che questi stessi cittadini hanno cercato di vendere per 400mila euro quadri di Matisse, Gauguin e altri pittori famosi che valevano 18 milioni, e che dopo non esserci riusciti li hanno semplicemente bruciati per non essere scoperti, si potrebbe dire che al confronto il valore antisociale del gesto è ben poca cosa.

Ma non è così. La storia dei quadri rubati nel museo Kunsthal di Rotterdam [nell’ottobre 2012] con una semplice pinza, trasportati in federe, offerti in vendita su Facebook e alla fine bruciati in una stufa mentre i ladri erano già in carcere, mostra fino a che punto il mondo civilizzato è vulnerabile alle invasioni barbariche. Matisse, Gauguin e Picasso non avevano alcuna possibilità contro Moise George, il ricettatore delle opere d’arte rubate, e le gang di sfruttatori di prostitute che lavoravano per lui. Le società evolvono e sono difese più dai valori della maggioranza dei loro cittadini che dalle forze di repressione della criminalità, che con il tempo diventano sempre più permissive.

Ma che succede quando si incontrano delle società con un diverso livello di sviluppo? Si rubano dei microscopi per utilizzarli per piantare chiodi, si usano tele di pittori famosi per coprire il latte, si rubano cavi mettendo in pericolo la vita di migliaia di persone. E la rabbia cresce, perché queste società non possono regredire e tornare ai metodi del passato. Così le loro popolazioni cominciano a temere e a detestare i nuovi arrivati, a votare per partiti che vogliono chiudere le frontiere – perché senza Schengen come avrebbe potuto [il presunto autore del furto] Radu Dogaru e la sua banda attraversare impunemente cinque frontiere? In altre parole diventano razziste.

Un paese come il nostro comprende persone di ogni genere, così come i Paesi Bassi o il Burkina Faso. Spesso mi imbatto in rumeni che visitano i musei occidentali o che si guadagnano da vivere in modo onesto nei Paesi Bassi o altrove e sono apprezzati da tutti. La differenza fra il Burkina Faso, la Romania e i Paesi Bassi va cercata nel controllo sociale, che ha raggiunto uno stadio evoluto solo nell’ultimo caso. La Romania non è certo il peggiore paese del mondo e sottovalutiamo l’eredità positiva del comunismo, il fatto che non vi siano armi e che la violenza è tenuta ragionevolmente sotto controllo rispetto a posti come il Brasile o altri paesi in via di sviluppo.

Standard violati

Ma non è neppure un bel paese. Nella nostra evoluzione storica non abbiamo ancora raggiunto un grado sufficiente di controllo sociale, anche se molto probabilmente abbiamo più appassionati di Matisse rispetto al Burkina Faso. Non siamo capaci di rispettare degli standard occidentali ed è deprimente vedere come gli europei occidentali che vengono da noi finiscano, a causa della mancanza di controlli, per ridursi al nostro livello. Quando i nostri cittadini civilizzati emigrano non è un problema, perché si integrano subito nell’ordine delle società evolute che hanno scelto.

Si tratta indubbiamente di un equilibrio complesso: da un lato creature amorali, come tutti i personaggi della vicenda dei quadri rubati – i ladri ma anche la madre di Radu Dogaru, sua zia e la loro amica, che hanno avuto l’idea di bruciare i quadri e l’hanno messa in pratica, e la stessa esperta che ha consigliato di restituire i quadri ma non ha avvertito la polizia – il cui numero è semplicemente troppo alto per permettere un controllo. Dall’altro le debolezze (o spesso la corruzione) dei controllori.

Come può la Direzione investigativa per i crimini organizzati e il terrorismo dichiararsi soddisfatta in un caso in cui dei quadri di un valore inestimabile sono stati bruciati quattro giorni dopo che i sospetti erano stati arrestati – dei quadri che in precedenza erano stati seppelliti (e disseppelliti) in due occasioni e in posti diversi, per poi finire nella stufa della madre del principale sospettato?

Cosa hanno fatto i poliziotti durante tutto questo tempo? E dov’è il “grande successo dello stato” nel fatto di aver acciuffato quattro malviventi che descrivevano su Facebook il loro bottino nei dettagli, e lasciare che questi quadri venissero distrutti?

Mi chiedo quale studio di consulenza in Europa occidentale potrà capace di cancellare le conseguenze del gesto di una donna che brucia un Monet e un Picasso, mossa dall’amore materno e da altri sentimenti evoluti.

Commento

Non è una tragedia

Il “furto del secolo” è colo uno “sfortunato incidente, che continua la dialettica della storia dell’arte”, commenta su Adevărul Dan Popescu, proprietario della galleria H’art di Budapest. Popescu cita quattro ragioni per cui il mondo dell’arte non sarà minimamente toccato dall’evento:

Il museo di Rotterdam otterrà un grosso risarcimento dall’assicurazione, che gli permetterà di comprare altre opere d’arte. Di molte delle opere distrutte esistono delle riproduzioni, per cui continueranno a vivere. I dipinti non erano rappresentativi dei loro autori. Le opere d’arte non possono essere conservate all’infinito, si deteriorano e a volte la loro scomparsa è benefica e porta nuova vita. Del resto i futuristi volevano bruciare i musei…

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