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Tce, il Trattato che minaccia la riduzione delle emissioni di CO2

Secondo una ricerca di Investigate Europe a cura di Nico Schmidt e Oliver Moldenhauer, il valore delle infrastrutture fossili europee protette dal Trattato sulla Carta dell’Energia è di quasi 345 miliardi di euro. Il rischio di azioni legali potrebbe impedire agli stati di realizzare politiche climatiche ambiziose. L’Italia è uscita dal Tce nel 2016, ma non basta.

Pubblicato il 15 Aprile 2021 alle 16:26

Secondo un’inchiesta di Investigate Europe, un team internazionale di giornalisti (vedi box alla fine), il Trattato sulla Carta dell’Energia (Tce) potrebbe rappresentare  un’importante scoglio, per l’Ue e i suoi Stati membri, nel raggiungimento degli obiettivi climatici. 

Va ricordato che entro il 2050 l’Ue dovrebbe raggiungere la neutralità climatica, ovvero l’annullamento delle emissioni. L’inchiesta, a firma di Nico Schmidt e Oliver Moldenhauer, mette in luce fino a che punto il Trattato sulla Carta dell’Energia mette a rischio questo obiettivo. Si basa a sua volta sui dati e analisi della Ong Global Energy Monitor e dell’advocacy Oil Change International su giacimenti di petrolio e gas, centrali elettriche a carbone e a gas, stazioni di gas naturale e gasdotti in Europa. 

Firmato nel 1994 ed entrato in vigore nel 1998, il Trattato sulla Carta dell’Energia è ancora poco conosciuto. Attualmente conta 55 firmatari e parti contraenti, tra cui l’Ue, e si concentra su quattro ambiti diversi: la protezione degli investimenti stranieri, le condizioni non discriminatorie per il commercio delle fonti di energia, la risoluzione delle controversie tra investitori e paesi ospitanti e la promozione dell’efficienza energetica.

Il quarto ambito mira addirittura a minimizzare “l’impatto ambientale della produzione e dell’uso dell'energia”. Inizialmente il Trattato serviva come garanzia per le aziende occidentali che investono in ambito energetico nelle ex paesi comunisti, oggi invece è usato principalmente dalle aziende e dagli investitori europei per denunciare gli stati membri (o anche solo minacciare di farlo).  

Nei fatti, se un governo viola il principio del “trattamento giusto ed equo”, gli investitori o le compagnie energetiche possono citare in giudizio gli stati davanti ai tribunali arbitrali internazionali e chiedere miliardi di euro di risarcimento. Poco importa se si tratta di un’opinione contro un’altra, poco importa se la causa non vedrà mai la luce. 

Nel complesso nell’Ue, nel Regno Unito e in Svizzera, le infrastrutture fossili protette dal Tce valgono 344,6 miliardi di euro. Tre quarti dei quali sono costituiti da giacimenti di gas e petrolio (126 miliardi di euro) e oleodotti (148 miliardi di euro).

Investigate Europe definisce questa somma “immensa”: equivale a più di due anni di spesa della Commissione europea, dai sussidi agricoli a tutti i pacchetti di aiuti post-Covid-19.

Gli investitori possono fare causa non solo per il valore delle loro infrastrutture, ma anche per le aspettative di profitto perse, quindi le richieste di risarcimento effettive possibili potrebbero superare l’attuale somma definita già “immensa”.

Il solo Regno Unito ha infrastrutture di combustibili fossili protette dal Tce per un valore di oltre 140 miliardi di euro (almeno in parte di proprietà di investitori stranieri autorizzati a sporgere denuncia secondo il trattato), il che significa cause potenziali per lo stesso importo o più. Segue la Germania con 56 miliardi di euro, Francia, Italia, Danimarca e Paesi Bassi (tutti sopra i 15 miliardi di euro ciascuno).

In termini più concreti, le infrastrutture per i combustibili fossili costituiscono il 5,6 per cento del Pil britannico, seguito dal 5,1 per cento in Danimarca e dal 4,7 per cento in Romania e in Estonia.

Investigate Europe scrive: “Negli anni a venire la minaccia di cause legali del Tce potrebbe impedire agli stati di adottare politiche climatiche ambiziose. E, diciamolo chiaramente, sta già accadendo”.

I giornalisti sottolineano che, “per attenuare le leggi sul clima, le aziende non hanno nemmeno bisogno di fare causa” e “il solo fatto che possono fare causa può essere sufficiente per influenzare le misure sul clima”.

Investigate Europe aggiunge che il personale amministrativo del Tce ha “stretti legami con l’industria dei combustibili fossili”. Inoltre, i tribunali arbitrali sono descritti come un “club chiuso” in un sistema che garantisce loro parcelle praticamente illimitate. Per Giacomo Aiello, avvocato generale dello stato italiano, la situazione “sta diventando una roulette russa (...) Non c’è nessun obbligo di seguire la giurisprudenza, nessuna gerarchia di fonti”, dice, “ogni caso può essere diverso dall’altro e un’azienda può sempre trovare un giudice favorevole”.

Anche se l’Italia ha abbandonato il trattato nel 2016 e Francia e Spagna hanno sostenuto una sospensione, gli stati possono essere citati in giudizio fino a 20 anni dopo. Le discussioni sulla modernizzazione del trattato sono in corso dal dicembre 2019 e, tuttavia, il bilancio di base del Tce per il 2021 prevede quasi 0,5 milioni di euro per la politica di consolidamento, espansione e diffusione.

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A proposito di questa inchiesta

Investigate Europe è un team di giornalisti investigativi in provenienza da dieci paesi lavora collettivamente su argomenti di rilevanza europea e pubblica nei media di tutta Europa.

Oltre a Voxeurop, i media partner di questa pubblicazione includono: New Internationalist (Regno Unito); Buzzfeed News Deutschland / Frankfurter Rundschau, Ippen.Gruppe (Germania); BastaMag (Francia) Capital Weekly (Bulgaria); Klassekampen (Norvegia); Efimerida ton Syntakton (Grecia); Público (Portogallo); Il Fatto Quotidiano (Italia); Gazeta Wyborcza (Polonia); Falter (Austria); Trends (Belgio); Republik (Svizzera); Dagens Nyheter (Svezia); EU Observer.

Altri hanno contribuito a questa ricerca: Wojciech Cieśla, Thodoris Chondrogiannos (Reporters United, Grecia), Boryana Dzhamabzova, Ingeborg Eliassen, Juliet Ferguson, Maria Maggiore, Sigrid Melchior, Leïla Miñano, Oliver Moldenhauer, Paulo Pena, Nico Schmidt, Harald Schumann ed Elisa Simantke. 

Il progetto è sostenuto dai lettori attraverso donazioni, dalla Fondazione Schöpflin, dalla Fondazione Rudolf Augstein, dalla Fondazione Fritt Ord, dalla Open Society Initiative for Europe, dalla Fondazione Gulbenkian, dalla Fondazione Adessium e dalla Fondazione Reva e David Logan.

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.


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