Dati alla mano Emissioni in Europa | 2

Il mercato europeo delle emissioni di CO2 non funziona: come risolvere il problema?

Le emissioni in Europa non sono gratis: il mercato europeo delle emissioni di anidride carbonica, dell’Unione europea (Ets) stabilisce un limite annuo e un prezzo da pagare. Secondo Wijnand Stoefs, responsabile delle politiche dell’Ong Carbon Market Watch, questo sistema dovrebbe essere “uno strumento più ambizioso”.

Pubblicato il 15 Aprile 2021 alle 16:52

Immaginato per la prima volta alla fine degli anni ’90, l’Ets (European Union’s Trading System, Mercato europeo delle Emissioni di anidride carbonica) è nato da un lungo dibattito sull’introduzione di una tassa sulle emissioni di carbonio. L’idea era di attribuire un prezzo ad ogni singola emissione, secondo la logica di “chi emette paga”.

Da quando l’Ets è entrato in funzione, nel 2005, tuttavia, ci sono già state quattro fasi con diverse legislazioni e strumenti. In particolare, si sono create troppe quote di emissioni europee durante la seconda fase, causate da un’assegnazione gratuita molto generosa dopo la crisi economica del 2008, diventata rapidamente molto problematica.

“I produttori di acciaio non solo ricevevano alcune quote gratuitamente, ma ne ricevevano così tante da poterle rivendere”, spiega Wijnand Stoefs, policy officer dell’Ong Carbon Market Watch. Stoefs si occupa proprio dell’Ets e dei suoi meccanismi. 


Quando più di 1 miliardo di quote sono state create, il prezzo è sceso sotto i 5 euro per tonnellata di CO2. Nel 2019-2020 sono stati raggiunti 2 miliardi di tonnellate, il che significa che la quantità di quote in eccesso disponibili nel sistema era maggiore rispetto alle emissioni di tutti gli impianti per un intero anno. “Erano troppe, l’offerta era esagerata”.

Alcuni trucchi contabili per creare scarsità hanno aiutato, come la riserva di stabilità del mercato (Market stability reserve, Msr), che elimina attivamente le quote dal sistema. “Ogni anno la Commissione europea calcola quante quote sono presenti nel sistema, quante sono state vendute o date gratuitamente per l’intera esistenza dell’Ets e quante sono state cedute”, dice Stoefs.

“Quella fonte di eccesso di offerta è stata arginata e un problema è stato risolto, ma al momento stiamo ancora affrontando le sue conseguenze”. L’eccesso di offerta ha fatto sì che il tetto annuale rimanesse troppo alto per anni. “Al momento non diminuisce molto velocemente: fino a quest’anno è diminuito dell’1,74 per cento, ma da quest’anno in poi diminuirà del 2,2 per cento. Se continuiamo ad agire come abbiamo fatto finora, ci costerà in futuro”.

Dove vanno i soldi? I paesi ricevono entrate dalla vendita all’asta delle quote Ets al settore energetico, i settori industriali continueranno a ricevere la maggior parte delle loro quote gratuitamente.

 

“In un mondo ideale, tutte le quote sarebbero messe all’asta, andrebbero tutte in un mercato e le aziende le comprerebbero dalle autorità, quindi per ogni tonnellata di inquinamento di queste aziende all’interno dell’Europa, si otterrebbe il prezzo fissato. Ma quello che succede alle entrate è invece complesso. La maggior parte va agli stati membri, a seconda delle loro dimensioni e delle emissioni storiche”.

Per esempio, la Germania ottiene un’elevata quota delle entrate perché nel passato molte industrie erano tedesche. Anche se si è decarbonizzata, la percentuale rimane la stessa e “si verificano scontri continui all’interno del Consiglio dei ministri europei".

Il funzionamento dell’Ets è determinato da una direttiva Ue: “Dice che i paesi dovrebbero (e la parola dovrebbero è molto importante) utilizzare il 50 per cento delle quote per scopi climatici ed energetici. L’idea è che facciamo pagare i grandi inquinatori e usiamo quel denaro per aiutare la decarbonizzazione”.

Questo accade in Francia, dove il denaro viene usato per programmi di ristrutturazione. In Belgio, al contrario “miliardi di sussidi Ets sono stati distribuiti alle grandi industrie inquinanti, nonostante le loro emissioni di CO2 non siano diminuite”. Alcuni paesi non lo usano a favore di politiche ambientali.

In generale “la situazione non è delle migliori”, dice Stoefs. “Spesso il denaro rientra semplicemente nel bilancio generale, il che è un peccato in un momento in cui i finanziamenti per il clima sono carenti”.

Secondo le regole attuali, tra il 2021 e il 2030, le industrie dell’Ue riceveranno circa 6,5 miliardi di quote di emissioni assegnate liberamente,per un valore di quasi 200 miliardi di euro (con un prezzo medio di CO2 di 30 euro/tonnellata). “Questo rappresenta un mancato guadagno che potrebbe invece essere generato attraverso la vendita all’asta ed essere riciclato adottando misure di azione climatica necessarie”.

La principale richiesta di Carbon Market Watch è di sbarazzarsi delle assegnazioni gratuite. “Rendetelo uno strumento più ambizioso e assicuratevi che chi inquina paghi”, dice Stoefs. “Fate in modo che il massimale diminuisca più velocemente ogni anno”.

L’Ong chiede anche di coinvolgere il settore marittimo, invece di quello edile e automobilistico. Non dovrebbe spettare ai cittadini e ai consumatori, ma alle aziende.

In realtà, quando si tratta di inquinatori, ciò che sta accadendo con il Trattato sulla Carta dell’Energia (Ect) va nella direzione opposta. “Sicuramente non dovremmo dare a queste aziende il potere di decidere una politica ambientale ma l’Ect lo sta facendo”.

“L’Ue dovrebbe abbandonare il trattato, in quanto non c’è nessuna logica alla sua base. Se hai costruito una centrale a carbone 10 anni fa, non puoi fingere di non sapere che era in atto il cambiamento climatico”.

“Se tutti quei lobbisti che lavorano a Bruxelles contro l’Ets concentrassero i loro sforzi per far sì che le loro aziende riducano l’inquinamento climatico, forse non avremmo affatto bisogno di una politica politica climatica”.

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Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.


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