Intervista Piano di rilancio europeo

Thomas Piketty: “È il momento di andare avanti con un numero più ridotto di paesi, più decisi e più lontano”

L'economista francese commenta la situazione che l’Europa sta vivendo. Secondo Piketty questa è l’occasione per cambiare il funzionamento di alcuni meccanismi europei, soprattutto laddove l’unanimità è problematica. La posta in gioco è la capacità, per l’Ue, di essere all’altezza delle enormi ambizioni sociali e politiche che l’epoca richiede: la crisi del Covid19, il riscaldamento globale e le disuguaglianze.

Pubblicato il 10 Dicembre 2020 alle 16:26

Voxeurop: Lei fa parte del comitato direttivo del Laboratorio mondiale delle disuguaglianze. Quale sarà il ruolo della pandemia sulle disuguaglianze?

Thomas Piketty: La pandemia di Covid19 aumenterà le diseguaglianze e anche se non abbiamo ancora tutti i dati già adesso si può osservare che chi percepisce redditi meno importanti e i lavoratori precari hanno subito importanti perdite o diminuzioni di reddito, mentre i redditi più alti hanno ridotti i loro consumi e hanno quindi aumentato la loro capacità di risparmio. Di conseguenza le disuguaglianze patrimoniali aumenteranno.

La circolazione dell'investimento, dei beni e dei servizi non è qualcosa di negativo in quanto tale, a condizione però che si abbia automaticamente un sistema di regole comuni, e in particolare un sistema di regolazione comune e di imposte sui redditi da capitale e sui profitti delle imprese. L'errore è stato quello di adottare dei trattati di libera circolazione dei capitali senza prevedere nulla per scambiare le informazioni e per avere un sistema fiscale equo per coloro che non possono spostarsi così da aggirare i loro obblighi. Abbiamo costruito una struttura in cui solo gli attori economici più mobili e più potenti possono lasciare il paese dopo essersi arricchiti utilizzando al tempo stesso le infrastrutture di un paese, il suo sistema sanitario ecc..

Si tratta davvero di una struttura che spinge i gruppi sociali meno mobili, le classi popolari e le classi medie inferiori a criticare l'Europa e più in generale la globalizzazione. In quanto europeo e social-federalista mi addolora molto vedere che un sondaggio dopo l'altro, un referendum dopo l'altro, sono proprio le classi popolari a essere le più scettiche.

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Quali sono le conseguenze? 

Le conseguenze politiche sono terribili. L'idea secondo la quale è stata solo la follia degli inglesi a portare al Brexit mi sembra ingannevole. All'inizio il sistema istituzionale europeo era stato concepito per organizzare semplicemente una zona di libero scambio per i beni e i servizi. Non c'era quindi veramente bisogno di un bilancio e di una fiscalità comune. Si pensava che non fosse necessario andare più lontano in termini di integrazione politica, in particolare per quanto riguarda l'adozione di decisioni prese a maggioranza.

Sulla base di quello che ha scritto nei suoi ultimi due libri, Capitale e ideologia e Vivement le socialisme! [non ancora tradotto, ndr], come analizza le promesse di uguaglianza non mantenute da parte dei partiti socialdemocratici?

Questo punto ci riporta alla questione europea. Uno dei limiti dei partiti socialdemocratici tedesco, francese, svedese e così via è stato quello di costruire (dagli anni Cinquanta fino al 1980-90) degli stati assistenziali, dei sistemi sanitari, pensionistici e di istruzione molto solidi e fra i più riusciti al mondo. Sistemi però che a partire Ottanta e Novanta si scontrano con un'assenza di visione internazionale capace di oltrepassare lo stato-nazione. In un'economia globalizzata è molto difficile continuare ad avere un consenso sociale e fiscale per il finanziamento di questi stati assistenziali se si continua a fare della concorrenza fiscale fra i vari paesi. Non si possono certo mettere in comune tutti gli stati assistenziali, ma sul sistema globale di finanziamento, sulle nuove problematiche, a cominciare dalla transizione energetica e climatica, e sulle regole che bisogna imporre agli attori economici più forti, la socialdemocrazia ha bisogno di questo obiettivo internazionale se vuole ridefinirsi nel Ventunesimo secolo.

Se vogliamo avere la possibilità di riconciliare l'opinione pubblica con l'Europa, bisogna rendere più di attualità gli ambiziosi progetti sociali sulla fiscalità e sul diritto delle imprese, così come riavvicinare il progetto socialdemocratico al progetto europeo.

Quando parlo in Francia di imposta progressiva sul patrimonio o sulle successioni per permettere a tutti di accedere a un patrimonio, o quando parlo di sistema di governo nelle imprese per permettere il diritto di voto per i dipendenti, sarebbe ancora meglio se tutto questo avvenisse a livello europeo o quanto meno in un gran numero di paesi. Indubbiamente si può andare avanti da soli. La Germania e la Svezia non hanno certo aspettato il resto dell'Europa per sviluppare la cogestione e il diritto di voto per i dipendenti nei consigli di amministrazione delle imprese. E la Francia potrebbe già farlo adesso. Non bisogna utilizzare la mancanza di consenso a livello europeo per non fare nulla.

Per quanto riguarda la gestione più democratica delle imprese c'è stato negli anni Settanta fino a metà degli anni Ottanta un progetto di direttiva europea sulla gestione delle imprese sostenuto dalla Germania, che voleva allargare al resto dell'Europa il diritto di voto dei dipendenti. Questo progetto non si è realizzato all'epoca, in particolare perché la Francia e altri stati non erano favorevoli.

Se vogliamo avere la possibilità di riconciliare l'opinione pubblica con l'Europa, bisogna rendere più di attualità gli ambiziosi progetti sociali sulla fiscalità e sul diritto delle imprese, così come riavvicinare il progetto socialdemocratico al progetto europeo.

Il piano di rilancio europeo le sembra abbastanza ambizioso per uscire da questa recessione – la più grave che finora ha conosciuto l'Ue – e riorientare il modello di sviluppo europeo?

Il piano di rilancio europeo non è stato ancora adottato:è raro osservare un tale sfasamento fra l'annuncio e l'effettiva adozione. Siamo in dicembre e non sappiamo ancora bene quando si terranno le votazioni decisive al Consiglio europeo e poi nei parlamenti nazionali. Questo piano, peraltro, sappiamo che è,  fin dall'inizio, insufficiente e il risultato è che tutti fanno molto più affidamento sulla Banca centrale europea (Bce) che sul piano di rilancio economico.

E questo nonostante il fatto che sia passati, in luglio, da 500 a 750 miliardi di euro con un prestito comune?

In effetti la vera novità sono i 390 miliardi di euro di prestito comune dell'Ue che andrebbero ai bilanci nazionali in funzione delle esigenze dei singoli paesi e senza che nessuno debba rimborsare quello che ha ricevuto. Ma il resto è costituito da prestiti rimborsabili, non molto diversamente da quello che è proposto con il Meccanismo europeo di stabilità adottato nel 2012 e che i paesi membri non sembrano molto interessati ad accettare.

Esiste, di fatto, una nozione di bene pubblico europeo con un meccanismo di rimborso collettivo. Ma vi sono due limiti a questa constatazione: se a prima vista 390 miliardi di euro possono sembrare una cifra considerevole, bisogna confrontarla con il Pil dell'Ue, che attualmente è di 14.000 miliardi di euro. Questo prestito ammonta quindi a meno del 3 per cento del Pil europeo, che inoltre verrà speso nell'arco di quattro o cinque anni, cosa che corrisponde a circa lo 0,5 per cento del Pil per le spese pubbliche supplementari. Passare dall'1 all'1,5 per cento del bilancio iniziale dell'Ue non è ovviamente qualcosa di insignificante, ma rispetto ai bilanci nazionali si tratta di somme piuttosto ridotte.

Per capire meglio, possiamo fare un paragone con gli Stati Uniti? 

Sì: confrontiamo questo piano con la storia dei bilanci federali americani. Questo bilancio federale americano, che era appena del 2 per cento del Pil fino agli anni Venti, era cresciuto durante la crisi degli Trenta fino a quasi il 10 per cento del Pil e durante la Seconda Guerra mondiale era passato al 20 per cento. Da allora è rimasto stabilmente al 15-20 per cento ed è diventato il doppio di quello degli stati federati. Questo non vuol dire che dobbiamo copiare questo modello, ma serve per far capire che nel nostro contesto questo passaggio, che peraltro non è stato ancora votato, non rappresenta una svolta federale e rimane su una cifra relativamente bassa rispetto ai bilanci nazionali. Questo è il primo punto.

Il secondo è che non abbiamo ancora adottato il meccanismo democratico istituzionale che permette di adottarlo, e soprattutto di poterne variare la portata sulla base dei bisogni esistenti. Quello di cui ho paura, sempre che si arrivi a questo piano di rilancio attraverso un'unanimità strappata la forza, è che fra tre o sei mesi ci si renda conto che la cifra stanziata è molto insufficiente. In questo caso sarebbe molto difficile ottenere di nuovo l'unanimità su un altro piano.

E questo a cosa è dovuto? 

Vorrei ricordare che ci troviamo di fronte a un sistema istituzionale completamente squilibrato fra il potere di bilancio e fiscale un lato, e il potere monetario dall'altro. Il potere di bilancio e fiscale è basato sulla regola dell'unanimità, cosa che significa dare il diritto di veto a ogni paese,compresi quelli che, percentualmente, hanno una popolazione meno importante numericamente.  Il potere monetario invece funziona con la regola della maggioranza: quando ci sono dei governatori delle banche centrali che non sono d'accordo vale la regola della maggioranza. Il risultato è che si chiede tutto alla politica monetaria, l'unica in grado di ad avere un rapido potere di reazione.

Nell'opinione pubblica europea vi sarebbe quindi una maggioranza favorevole a tali misure, cioè favorevole a un piano di rilancio più forte e a una maggiore giustizia economica e fiscale. Di fatto è solo questo sistema di blocco attraverso la regola dell'unanimità che impedisce progredire.

Nel 2020 la Bce ha ricominciato a comprare il debito pubblico emesso dagli stati in modo ancora più massiccio di quello che aveva fatto dopo la crisi del 2008. Possiamo essere soddisfatti di questa iniziativa perché si tratta della sola istituzione federale europea che può prendere delle decisioni rapide e che può permettere agli stati di assorbire uno shock di questa portata garantendo che il loro debito troverà degli acquirenti a un basso tasso di interesse. Ma questo illustra anche uno squilibrio istituzionale e politico problematico:  non si può infatti fare così affidamento solo su una banca centrale.

Questo spiega perché non si sia deciso subito un aumento più importante del prestito?

Sì. Se avessimo un'assemblea di parlamenti nazionali nella quale si prendono le decisioni a maggioranza, in proporzione alle rispettive popolazioni per esempio, sono convinto che avremmo adottato – e che potremmo adottare in futuro – un piano di rilancio più importante. Se si prendono i principali paesi europei e la posizione dell'opinione pubblica in Italia, in Spagna, in Francia e in Germania – quattro paesi che rappresentano il 75 per cento della popolazione e del Pil della zona euro – c'è certamente una maggioranza nell'opinione pubblica favorevole a un piano di rilancio più ambizioso. Un'opinione pubblica favorevole anche a una maggiore giustizia fiscale, economica e sociale, possibile attraverso un sistema più giusto nei confronti degli attori più forti, delle grandi imprese, delle famiglie con redditi più alti o con grandi patrimoni.

Nell'attuale sistema di concorrenza fiscale sempre più esasperata, questi attori potenti sono spesso sottoposti a tassi di imposta più bassi delle piccole e medie imprese o delle classi medie, che non hanno la possibilità di eludere questa imposta.

Nell'opinione pubblica europea vi sarebbe quindi una maggioranza favorevole a tali misure, cioè favorevole a un piano di rilancio più forte e a una maggiore giustizia economica e fiscale. Di fatto è solo questo sistema di blocco attraverso la regola dell'unanimità che impedisce progredire. Penso che oggi bisognerebbe sostituire l'idea di avanzare a tutti i costi a 27 (avrete notato che non dico più a 28), di progredire tutti insieme con le istituzioni esistenti, con quella di andare avanti con un numero più ridotto di paesi membri, dal momento che i principali paesi della zona euro sono presenti, e in particolare i quattro che ho citato.

Se questi quattro paesi proponessero a chi lo desidera un nuovo meccanismo democratico per creare una capacità di prestito e un piano di rilancio nel quale verrebbero prese le decisioni a maggioranza, penso che la maggior parte dei paesi si unirebbe a questo progetto. Coloro che non vorrebbero farne parte fin da subito, finirebbero probabilmente per farlo in futuro. Ma non si può aspettare all'infinito. È il momento di andare avanti con un numero più ridotto di paesi, più decisi e più lontano.

Ci si dovrebbero ritirare dai trattati europei?

Sì, ma contemporaneamente al ritiro è molto importante proporre nuovi trattati, anche se questo dovesse riguardare solo una parte dei paesi. Attualmente il problema è che il dibattito sulle disuguaglianze in Europa è stato sospeso. Esistono due posizioni: la prima prevede che non si può cambiare nulla alle regole e ai trattati esistenti; la seconda consiste nel dire che bisogna cancellarli ma senza dire con che cosa sostituirli. Ovviamente nessuna delle due posizioni è soddisfacente.

Cerco di sviluppare una posizione che sia una via di mezzo, nel senso che, talvolta,  bisogna talvolta denunciare le regole esistenti – non si può aspettare l'unanimità per cambiare la regola dell'unanimità! – ma al tempo stesso è importante limitarsi a fare delle proposte costruttive per adottare altre regole, altri trattati. Non potremo risolvere problemi della portata delle riscaldamento globale, della pandemia o delle disuguaglianze tornando agli stati nazione.

Sono un federalista convinto ma penso che bisogna impegnarsi a riflettere sulle condizioni per organizzare una forma di social-federalismo europeo, cioè un federalismo che sia al servizio di obiettivi sociali, e riuscire a convincere un certo numero di paesi a unirsi a questo progetto. Non si potranno convincere subito tutti i 27 perché alcuni paesi come l'Olanda e l'Irlanda si sono abituati a regimi da paradiso fiscale e, per anni, i loro governi hanno venduto questa strategia alle loro opinioni pubbliche. Per loro sarebbe molto difficile cambiare improvvisamente posizione.

Thomas Piketty è autore di diversi libri su economia e società. Gli ultimi sono Vivement le socialisme ! (éd. du Seuil, 2020, non tradotto) e Capitale e ideologia (La nave di Teseo, 2020)

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