Reportage Idrocarburi

Tunisia: le società petrolifere europee approfittano dell’assenza di regole per sfruttamenti “non convenzionali”

In mancanza di un quadro normativo due società europee, la Serinus Energy e la Perenco, hanno ottenuto i permessi per sfruttare i giacimenti di petrolio “non convenzionali” in Tunisia attraverso il fracking, una tecnica criticata per il suo impatto ambientale.

Pubblicato il 7 Febbraio 2024 alle 15:25
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È difficile immaginare che il paesaggio di Kebili, nei pressi di Douz, sia ora disseminato di pozzi per l’estrazione di idrocarburi, quando questa regione nel sud della Tunisia è un centro nevralgico per il turismo locale: sono infatti particolarmente apprezzate le numerose saline in mezzo al deserto presenti, caratteristiche della zona intorno al lago salato Chott el-Jerid.

Eppure è proprio nella regione alle porte del Sahara che i siti della compagnia petrolifera francese Perenco, e della Serinus Energy, polacca, nel 2017 hanno dovuto affrontare ripetuti scioperi e sit-in organizzati dalla società civile locale, che già cinque anni fa ha iniziato a chiedere un miglior controllo, sociale e ambientale, di queste due compagnie straniere che operano in Tunisia.

Sabria, Tunisia

Questa serie di proteste ha portato, da una parte, alla firma di un accordo di 114 punti con la società civile, mentre dall’altra, la classificazione di questi siti di estrazione come “zone militari” ha impedito qualsiasi tentativo di protesta e il monitoraggio delle attività delle compagnie petrolifere e del gas nella regione.

Dopo la Perenco, che le associazioni ambientaliste Sherpa e Friends of the Earth nel novembre 2022 hanno portato davanti alla giustizia francese a causa dell’inquinamento provocato dalla sua attività nella Repubblica democratica del Congo, è ora la Serinus a essere citata in giudizio.

Con sede legale a Jersey (un’isola fra il Regno Unito e la Francia, da alcuni considerata un paradiso fiscale), la società controlla l’operatore tunisino Winstar, responsabile dello sfruttamento del giacimento petrolifero di Sabria, a Kebili, le cui pratiche estrattive sono altrettanto discutibili.

Serinus Energy: “piccola azienda” di un gigante polacco dell’energia

Nel 2013 la Serinus Energy ha ottenuto due prestiti dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), per un totale di 60 milioni di dollari, al fine di sviluppare i giacimenti petroliferi di Sabria, Ech Chouech e Chouech Essaida, nel sud del paese.

Il prestito è stato concesso nonostante l’iniziale astensione dal voto per il finanziamento da parte delle banche di sviluppo legate alla Bers, motivata dalla “mancanza di una valutazione dell’impatto ambientale” del progetto della Serinus in Tunisia.

La Bers ha motivato il prestito come sostegno “allo sviluppo di una piccola azienda indipendente in Tunisia, paese nel quale le società statali dominano ancora la produzione di idrocarburi”. Ma la Serinus Energy è in realtà uno dei pilastri dell’impero finanziario della Kulczyk Investments, società di investimento che all’epoca era di proprietà di uno degli uomini più ricchi della Polonia: il miliardario Jan Kulczyk, ormai defunto, al quale è poi succeduto il figlio Sebastian.

A ricoprire la posizione di responsabile delle attività della Kulczyk Investments in Africa a quel tempo era nientemeno che Horst Köhler, ex presidente della Germania e, soprattutto, come già sottolineato dalla rete Bankwatch nel 2014, presidente della Bers dal 1998 al 2000. Come detto sopra, la Bers stessa a finanziare il progetto Serinus in Tunisia per un importo di 60 milioni di dollari.

Vue satellite du champ Sabria en 2022. | Source: Google Earth
Vista satellitare del campo di Sabria nel 2022. | Google Earth

Oltre a questa porta girevole, anche le tecniche di trivellazione e i rischi ambientali associati al progetto hanno suscitato l’indignazione della società civile a livello internazionale. La Bers fa notare che, al momento del finanziamento del progetto della Serinus Energy, l’ex presidente tedesco “non era più soggetto al codice di condotta del personale della Banca”, in particolare per quanto riguarda i conflitti di interesse. L’istituzione aggiunge inoltre che il progetto è stato sottoposto anche a una “rigorosa analisi” della sua integrità, ma ha rifiutato di fornire una copia del rapporto.

Che fine hanno fatto i 60 milioni di dollari?

Nel 2013, 20 ong hanno interrogato la Bers sul finanziamento dei giacimenti petroliferi e chiesto di abbandonare il progetto, contestando la trivellazione di “pozzi orizzontali” e “l’utilizzo del fracking”, pratica criticata per le sue conseguenze ambientali e sanitarie. 

Questa richiesta è rimasta disattesa, come spiegato da Bers nella sua analisi del progetto del 2021: le critiche sono state “respinte dalla società e dal promotore [...], e il progetto si è comunque ampiamente disintegrato”. Si può dire lo stesso dei 60 milioni di dollari?

L’analisi mette in luce gli “scarsi” risultati del progetto, oltre a un’efficacia e un impatto “ampiamente insoddisfacenti”, definendo il programma della Serinus in Tunisia nel suo complesso come “carente”: questo mancato successo è attribuito al calo del prezzo del petrolio al barile all’inizio del 2014, in seguito al quale la banca di sviluppo avrebbe ridotto il finanziamento di 45 milioni di dollari.

La somma doveva essere utilizzata in parte per “stimolare” i pozzi petroliferi delle concessioni Serinus in Tunisia, quindi per migliorarne la resa, e la fratturazione idraulica è uno dei metodi più comuni per raggiungere questo obiettivo.

Tuttavia, anche se l’analisi della Bers afferma che “non è stata effettuata alcuna fratturazione durante il progetto”, ci sono diverse ragioni per dubitarne. Contattata via e-mail, la Banca specifica che le operazioni di “stimolazione” devono essere distinte da quelle di fratturazione.


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Il sito di Sabria è gestito da Serinus Energy in collaborazione con la compagnia delle attività petrolifere tunisina (Etap). Si tratta di un vasto giacimento costituito da grandi bacini, simili in tutto e per tutto a quelli di Perenco, che, secondo l’esperta Sabria Barka, coautrice del rapporto Gas di scisto in Tunisia: tra mito e realtà (in francese), potrebbero indicare operazioni di fracking.

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