Le ragioni dietro la sconfitta del primo ministro Viktor Orbán sono molte, ma il peso delle testate indipendenti ungheresi è stato determinante.
Dal 2010, in un panorama mediatico ampiamente dominato dal potere in carica, il giornalismo non ha mai smesso di lottare per offrire la “migliore versione possibile della verità”, smantellare la “realtà alternativa” ufficiale e difendere le libertà e lo Stato di diritto.
Questa situazione richiama alla memoria molti momenti storici di liberazione e di liberalizzazione in diverse parti del mondo. Il tramonto dell’era franchista in Spagna, gli ultimi anni di Pinochet in Cile o il declino del Partito Rivoluzionario Istituzionale messicano. Improvvisamente, media minoritari perseguitati dal potere, iniziano a dominare lo spazio dell’informazione, diventando il punto di riferimento imprescindibile per una parte decisiva delle élite e dell’opinione pubblica.
“I media indipendenti hanno già vinto le elezioni” si leggeva il 10 aprile sul sito Euractiv. “Nelle settimane e nei mesi precedenti al voto, testate indipendenti e d’inchiesta come Direkt36, Partizan e 444 hanno pubblicato un flusso ininterrotto di rivelazioni”, osservava Eddy Wax, a riprova che “il giornalismo critico e d’assalto era tutt’altro che morto, nonostante il controllo ferreo esercitato dal governo Fidesz sulla stampa”. Pochi giorni prima, il giornalistica ungherese Akos Toth aveva sottolineato, in un editoriale per Project Syndicate, come questa controffensiva mediatica avesse “contribuito a favorire l’ascesa dell’opposizione”.
Nel corso dei suoi 16 anni di governo, Viktor Orbán è stato aspramente criticato per i suoi attacchi alla libera informazione. Forte della propria maggioranza elettorale e della legittimità assolutista che ne faceva derivare, il partito Fidesz aveva asservito il servizio pubblico, assunto il controllo delle autorità di vigilanza, oscurato le radio “ribelli” e favorito l’acquisizione delle testate “scomode” da parte di imprese vicine all’esecutivo, in particolare attraverso la fondazione Kesma (che raggruppa quasi 500 testate nazionali e locali).
Secondo Reporter senza frontiere (Rsf), il potere controllava circa l’80 per cento dell’offerta mediatica. Aveva di fatto blindato l’informazione, privando i cittadini del diritto di essere aggiornati su questioni essenziali di interesse collettivo. I giornalisti non allineati venivano regolarmente sottoposti a pressioni, inclusi procedimenti giudiziari temerari, sorveglianza e attacchi sui social network da parte di sostenitori del regime, con l’accusa di attentare agli interessi nazionali. Ancora a fine marzo, secondo la Federazione europea dei giornalisti, Szabolcs Panyi, tra i più autorevoli protagonisti dell’inchiesta in Ungheria, è finito nel mirino del governo con l’accusa di “spionaggio” e “collusione con i servizi segreti stranieri”, dopo aver rivelato la “ingerenze della Russia nella campagna elettorale del Primo ministro Viktor Orbán”.
La vittoria dell’opposizione democratica ungherese dimostra, ancora una volta, il ruolo cruciale dei media “liberal” nella conquista e riconquista della democrazia. Sostenerli non è solo un atto di solidarietà, ma una difesa dei valori e degli interessi che sottendono a una “certa idea d’Europa”
Tuttavia, come sottolinea Rsf, “in diversi segmenti del mercato nazionale, testate indipendenti come l’emittente televisiva RTL Klub, il canale YouTube Partizàn, il quotidiano Népszava, il settimanale HVG o i siti d’informazione 24.hu, 444.hu e Telex erano riusciti a mantenere posizioni di rilievo”.
L’Ungheria era diventata, in un certo senso, il modello della “dittatura elettiva”, “illiberale” o “maggioritaria”, un’incarnazione dell’autoritarismo in cui il dissenso viene tollerato finché questo non minaccia la stabilità del potere, permettendo così alle autorità di rivendicare una finta facciata democratica. Una retorica che si era potuta osservare da vicino già nel 2014, durante una missione a Budapest del Comitato per la protezione dei giornalisti (Committee to Protect Journalist, Cpj).
Una parte della stampa ungherese non si è mai arresa, continuando a testimoniare i fatti con ostinazione e ricoprendo più che mai una funzione di supplenza verso quelle istituzioni e quei contropoteri ormai asserviti al regime. I suoi esponenti hanno inoltre illustrato le proprie battaglie all’estero, specialmente durante i congressi delle associazioni in difesa della libertà di stampa. Le loro rivelazione sul nepotismo, sull’alleanza con la Russia e sull’adesione della Fidesz all’“Internazionale reazionaria”, hanno permesso di mantenere una pressione costante sull’esecutivo, fornendo prove attendibili sulla violazione, da parte dell’Ungheria, dei propri obblighi comunitari.
“Questa campagna elettorale ha dimostrato l’importanza dell’informazione libera” ha dichiarato a Euractiv Marton Karpati, alla guida del consiglio di amministrazione di Telex. “Se i cittadini avessero consultato solamente i siti e i canali filo-governativi, non avrebbero la minima idea di cosa stia realmente accadendo nel paese”.
L’Ungheria si inserisce così nella storia del “giornalismo di transizione politica”. In diversi paesi del mondo, la stampa a “orientamento civico” (civic-driven press) ha infatti giocato un ruolo cruciale durante gli ultimi anni dei regimi autoritari. Così, al tramonto del franchismo, settimanali di sinistra (come Triunfo, Cuadernos para el dialogo) o di centro sinistra (Cambio16) erosero gradualmente il controllo del potere sull’informazione.
In Cile, negli anni Ottanta, quotidiani come La Epoca o Fortín Mapocho e le riviste Análisis e Cauce diedero vita a un ecosistema mediatico favorevole alla transizione democratica. In Sudafrica, al tramonto dell’apartheid, testate come Rand Daily Mail, Weekly Mail & Guardian, The Sowetan, Vrye Weekblad e Daily Dispatch di Donald Woods (immortalato nel film Grido di libertà) finirono per dominare la battaglia dei fatti e delle narrazioni, aprendo la strada all’instaurazione di una democrazia antirazzista.
La vittoria dell’opposizione democratica ungherese dimostra, ancora una volta, il ruolo cruciale dei media “liberal” (progressisti, nell’accezione anglosassone del termine) nella conquista e riconquista della democrazia. Sostenerli non è solo un atto di solidarietà, ma una difesa dei valori e degli interessi che sottendono a una “certa idea d’Europa”.
Una delle sfide cruciali del post-Orbánismo sarà, senza dubbio, il ripristino del pluralismo nel paese. Diverse organizzazioni di categoria hanno già stabilito una tabella di marcia, come il Comitato per la protezione dei giornalisti (New York) e l’International Press Institute (Vienna), che hanno definito dieci tappe fondamentali per restituire piene libertà al sistema dell’informazione.
👉 Leggi questo articolo sul Substack di Jean-Paul Marthoz
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