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“Regressione delle conquiste sociali”, “precarizzazione del lavoro”, “riconoscimento delle difficoltà lavorative” nelle strade di Francia non mancano i motivi per denunciare la riforma delle pensioni del governo Macron. E la situazione francese non è certo unica nel continente.
"Riforme simili sono già state avviate in altri paesi europei. Il movimento di protesta collettiva francese si inscrive nella storia dei questo paese, si la reazione è paragonabile a quelle legate alla ‘crisi del costo della vita’ nel Regno Unito o in Germania, ad esempio, paesi meno inclini agli scioperi", osserva Nicola Countouris, direttore di ricerca di ETUI (European Trade Union Institute), che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale, Benchmarking Working Europe 2023.
"In effetti queste riforme strutturali non hanno niente di soggettivo o nazionale, poiché sono una domanda della Commissione europea nel quadro della governance economica", conferma Emmanuelle Mazuyer, direttrice di ricerca al Centro nazionale della ricerca scientifica francese (CNRS) e specialista di diritto sociale europeo. Il progetto di integrazione europea rimane fondamentalmente incentrato sull'integrazione dei mercati, soprattutto dopo la creazione della zona euro e della moneta unica.
"La priorità è sempre sullo stesso versante, quello dell'economia e della riduzione dei deficit pubblici, che sono il dna dell'Unione europea", aggiunge la ricercatrice. "In questo contesto tutte le altre transizioni – comprese quella ecologica, digitale ed economica – devono seguire il ritmo”, aggiunge Nicola Countouris.
Sempre più precari in Europa
Questa riflessione avviene in un momento in cui i paesi dell'Ue stanno attraversando una crisi sociale ed economica che segue quella del Covid-19. Una cosa salta agli occhi: la ricchezza viene distribuita in modo sempre più iniquo. Secondo il rapporto dell'ETUI, "oggi la precarietà non riguarda solo coloro che svolgono lavori a bassa retribuzione e temporanei, definiti da Guy Standing (2011) ‘precariato’, ma anche una classe professionale più ampia che comprende insegnanti, infermieri, dirigenti, badanti e avvocati". Nel marzo 2023, l'INSEE, l'Istituto nazionale di statistica francese, ha riferito che l'aumento dei profitti delle aziende in Europa ha contribuito all'inflazione nel 2022.
Dopo la crisi finanziaria del 2008 l'Unione europea non ha imparato nulla? "L'Ue è davvero a un bivio. Può continuare sulla scia degli sforzi che ha fatto per affrontare la crisi del Covid-19, cercando questa volta di orientare la sua azione non più verso le emergenze, ma verso riforme fondamentali. Oppure può ritornare verso il paradigma di austerità pre-pandemica e ignorare la questione sociale. Riteniamo che questo secondo approccio sia destinato a fallire, e che senza una transizione sociale tutte le altre transizioni rischino ugualmente di fallire", concorda Nicola Countouris.
I momenti di crisi, invece di generare un progresso sociale collettivo, tendono a provocare regressioni nei diritti sociali. "All'inizio, vediamo i paesi ritirarsi nei loro modelli sociali nazionali. Poi, visto che la politica sociale è costosa, la priorità viene data alla riduzione dei deficit pubblici e dei debiti sovrani", analizza Emmanuelle Mazuyer.
Così, dopo aver liberalizzato il contratto di lavoro e reso più flessibili i rapporti di lavoro, i governi affrontano ora il sistema di protezione sociale: riducendo i sussidi di disoccupazione, aumentando l'età pensionabile e privatizzando i sistemi attraverso l'uso dei fondi pensione. "Si attivano le protezioni solo quando servono anche agli interessi economici, come il recente aumento dei salari per compensare l'inflazione e il carovita", osserva Emmanuelle Mazuyer.
In un articolo pubblicato nel 2021, la ricercatrice Amandine Crespy, professoressa di scienze politiche dell'Università Libera di Bruxelles, registra le aspettative dei cittadini europei in materia sociale: "In tutti gli studi e sondaggi la crescita, la disoccupazione e le disuguaglianze sociali rimangono in cima alla lista delle preoccupazioni degli europei. Diversi studi dimostrano anche, contrariamente a quanto si pensa, che la maggioranza degli europei è favorevole a nuovi strumenti di solidarietà sociale a livello europeo".
PIlastro dei diritti sociali
Introdotto nel 2017 da Jean-Claude Juncker (ex Presidente della Commissione europea), il Pilastro europeo dei diritti sociali ha dato nuova speranza alla transizione sociale. "Ero molto scettica quando è stato adottato, perché pensavo che fosse solo una dichiarazione di intenti. Tuttavia, ha permesso di rilanciare la dinamica del dialogo sociale", osserva Emmanuelle Mazuyer.
Da allora, la Commissione ha dovuto consultare le parti sociali europee. E ci sono alcuni successi: l'adozione di una direttiva sul distacco dei lavoratori – per combattere il "dumping sociale" – nel 2018, una direttiva sul diritto dei lavoratori all'informazione, alla consultazione e alla partecipazione nel 2019 e una sulla conciliazione della vita privata e professionale.
E poi c’è la questione del "salario minimo europeo", adottata nell'ottobre 2022 dopo due anni di dibattito. "Non si tratta di un reddito uguale ovunque, ma rappresenta comunque una convergenza verso l'alto dei salari minimi", afferma Mazuyer.
“La crescita, la disoccupazione e le disuguaglianze sociali rimangono in cima alla lista delle preoccupazioni degli europei in tutti gli studi e sondaggi” – Amandine Crespy
Anche se l'insieme dei diritti sociali europei risponde solo in parte alla sfida di una transizione sociale che richiede una maggiore ridistribuzione, Nicola Countouris concorda sul fatto che c'è stato un miglioramento:
"Il dialogo sociale europeo è in condizioni migliori rispetto a dieci anni fa. Dopo la pandemia, due fattori hanno dato impulso al movimento. In primo luogo la convinzione che siano possibili risposte politiche che si discostino dal tradizionale modello neo-monetarista. In secondo luogo il fatto che, nonostante il clamore generato da slogan come ‘nulla sarà più come prima’, ‘resilienza’, ecc. l'Europa è nuovamente sprofondata in una crisi che ha generato un senso di promesse non mantenute e di frustrazione nell'opinione pubblica, incoraggiando un livello di attivismo e di impegno senza precedenti in tutta Europa”.
Sfida democratica
Per i sostenitori dell'Europa sociale, il rilancio della politica sociale dell'Ue sembra essere un prerequisito per l'accettazione e la legittimazione del modello europeo da parte dell'opinione pubblica. È il problema dell'"effetto patchwork", aggiunge Countouris: "Abbiamo diverse fonti giuridiche che si scontrano e si contraddicono. Da un lato le direttive, adottate in modo trasparente, con un processo legislativo o di contrattazione collettiva; dall'altro queste raccomandazioni economiche opache che derivano dalla governance economica".
Queste ultime, sempre sfavorevoli ai lavoratori, sono comunque quelle che si impongono all'ombra del processo decisionale europeo. "Questo porta a una sorta di schizofrenia, come nel caso della riforma delle pensioni in Francia: nessuno dice che è di origine europea. Tanto più che tutti i partiti di governo dell'Unione fanno questo doppio gioco, senza dire che difendono queste riforme liberali in seno alla Commissione", conclude Emmanuelle Mazuyer.
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