Sono trascorsi cinque anni e mezzo dalle elezioni presidenziali truccate dell’agosto 2020 e dalle successive proteste di massa in Bielorussia, ma nessuna delle due parti ha voltato pagina. Dall'esilio i bielorussi sparsi per il mondo continuano a denunciare la dittatura. Il regime di Aljaksandr Lukašenka continua a perseguitare i suoi oppositori imprigionandoli o costringendoli a lasciare il paese.
Tra coloro che se ne sono andati ci sono i bielorussi e le bielorusse uccisi durante le proteste del 2020, quelli morti in prigione, spinti al suicidio, torturati durante la detenzione e rilasciati solo per morire poco dopo. L'elenco è terrificante e purtroppo continua ad allungarsi.
L'organizzazione Lawtrend riferisce che la “purga” delle ong continua ; in cinque anni ben 1.950 organizzazioni sono state liquidate e sostituite da altre favorevoli al regime.
La repressione è incessante: tra l'inizio del 2025 e la fine di agosto, 170 bielorussi sono stati amnistiati e rilasciati, e sostituiti da 283 prigioniere e prigionieri politici accertati. La rete della persecuzione intrappola intere famiglie e le azioni di solidarietà nei loro confronti vengono dichiarate retroattivamente “criminali”.
| Prigioniere e prigionieri politici rilasciati in cambio dell'allentamento delle sanzioni statunitensi |
| Nel dicembre 2025 la Bielorussia ha rilasciato 123 prigionieri politici – tra cui il premio Nobel per la pace Ales' Bjaljacki, il leader dell'opposizione Viktar Babaryka, l'attivista Maryja Kalesnikava, l'avvocato Maksim Znak e il difensore dei diritti umani di Viasna Uladzimir Labkovič – nell'ambito di un accordo con gli Stati Uniti per revocare le sanzioni sul potassio bielorusso, un componente chiave dei fertilizzanti. Altri 22 sono stati graziati più tardi nel mese di dicembre. La maggior parte di loro è stata immediatamente e forzatamente espulsa dalla Bielorussia, principalmente verso l'Ucraina e la Lituania, spesso senza documenti di identità. Al 27 gennaio 2026 1,150 persone sono detenute per motivi politici. |
Intervenendo alla Conferenza OSCE Human Dimension a Varsavia, Andrej Čapiuk, difensore dei diritti umani di Viasna ed ex detenuto politico, ha dichiarato: "È possibile avere l'illusione che il livello di repressione nel paese si stia in qualche modo attenuando. In realtà la legislazione sta diventando più severa e il numero degli arresti continua a crescere".
Cos'è questo se non terrorismo di stato? Qual è il livello di persecuzione politica oggi in Bielorussia? È paragonabile a quello delle repressioni del 1937, o addirittura lo supera? Queste sono le domande emerse nella discussione tra Salidarnast ed ex prigionieri politici, difensori dei diritti umani e figure pubbliche.
Come il regime si è rafforzato
Oleg Ageev, capo del servizio legale dell'Associazione bielorussa dei giornalisti (BAJ), parla del livello di repressione nel suo paese e della pressione senza precedenti esercitata sulla libertà di parola:

"Nell'Europa del 1937 si poteva parlare della repressione esercitata nell'Unione Sovietica e nella Germania nazista. A me, che sono uno storico dilettante, sembra che per un corretto confronto delle misure repressive occorra prima di tutto fare un confronto tra i dati: la dimensione della popolazione e il numero di persone direttamente colpite da tali misure, anche se ovviamente non esistono ancora statistiche precise.
C'è però una cosa che possiamo affermare con assoluta certezza: nei trent'anni di regno di Aljaksandr Lukašenka la repressione politica è diventata uno degli strumenti più comuni utilizzati dalle autorità.
La repressione politica si è manifestata in ondate di intensità variabile. Nel corso della storia della Bielorussia indipendente, è sempre cominciata poco prima di ogni elezione presidenziale per poi attenuarsi, seguita da amnistie e riconciliazioni e da alcuni anni di vita più tranquilla. Poi arrivavano le elezioni successive e la repressione tornava a farsi sentire con forza.
Se non vado errato, nel 2016 la Bielorussia ha imposto il segreto di stato sulle informazioni relative alle dimensioni dell'apparato di sicurezza. Attualmente non sono quindi disponibili informazioni su questo tema.
Questo dimostra che il regime si stava preparando, rafforzando i ranghi delle sue squadracce punitive e dei suoi scagnozzi, offrendo loro equipaggiamento e incentivi finanziari, coltivandoli ideologicamente e garantendo loro l'impunità. Il livello di repressione in Bielorussia oggi è notevolmente più alto che in qualsiasi altro paese europeo. Per quanto riguarda la brutalità, il regime di Lukašenka non ha raggiunto i livelli della Gestapo nazista o il Commissariato del popolo per gli affari interni di Stalin, ma per quanto riguarda il numero di persone colpite, confrontando i dati disponibili pubblicamente, possiamo affermare con cautela che i numeri sono effettivamente paragonabili”.
E fanno rabbrividire: secondo varie fonti, durante il “Grande Terrore” del 1937-38 nell'URSS furono arrestate tra 1.548.000 e oltre 1.700.000 persone – l’equivalente di una porzione tra lo 0,95 e l'1,05 per cento della popolazione dell’URSS all'epoca (oltre 162 milioni).
Dal 2020 in Bielorussia sono stati registrati più di 100mila atti di repressione. BELPOL, l'associazione degli ex membri dell'apparato di sicurezza, cita una cifra di mezzo milione di persone. In altre parole, almeno l'1,06 per cento della popolazione totale della Bielorussia (9,38 milioni nel 2020) ha subito repressioni.
“Nessun altro dittatore perseguita i media più di Lukašenka”
C'è un altro elemento che fornisce una chiara prova della portata della repressione: la persecuzione dei media indipendenti, dei giornalisti e dei blogger: l'intero settore dell'informazione è stato letteralmente epurato.
Il cosiddetto “elenco dei materiali estremisti” del ministero dell'informazione contiene ora 1.846 pagine. Libri, video, pubblicazioni cartacee e online, pagine dei social media: ogni settimana viene aggiornato con tutto ciò che le autorità considerano estremista.
Il monitoraggio effettuato dalla BAJ mostra che durante tutto il periodo del regime di Lukašenka la repressione di massa dei media e dei giornalisti in particolare ha raggiunto il picco alla fine del 2020 e all'inizio del 2021. Le classifiche compilate dalle associazioni internazionali di giornalisti mostrano, sulla base del numero di giornalisti in carcere rispetto al totale della popolazione, che per due anni Lukašenka ha represso i media più di chiunque altro al mondo.
Israele è stato aggiunto alla lista nel 2024, ma molto probabilmente per ragioni specifiche: si è iniziato a contare il numero di palestinesi incarcerati che sono considerati giornalisti. Se si tiene conto delle dimensioni della popolazione del Myanmar e della Cina, nessuno dei dittatori perseguita i media più di Lukašenka.

I nostri amici e colleghi subiscono arresti arbitrari e processi ingiusti per il loro lavoro di giornalisti. Quasi un terzo di loro è vittima di torture.
Il mondo intero sa che in Ucraina è in corso una guerra, che stanno morendo migliaia di persone, sia militari che civili, e che il numero dei morti e dei feriti è davvero spaventoso. Attaccato all’Ucraina, però, c'è un paese, la Bielorussia, dove si usa il terrore contro la popolazione.
La repressione ha ormai raggiunto il livello del terrore di stato: il regime ricorre ad arresti, tribunali e pene detentive per creare un clima di paura che pervade la società. Molti stanno ora facendo paragoni con il terrore stalinista del 1937. Allo stesso tempo, molti considerano esagerato un paragone del genere: in Bielorussia i cittadini non vengono giustiziati per le loro opinioni politiche.
“La repressione non sta diminuendo, sta solo assumendo altre forme”. Secondo Siarhei Ustinov, avvocato e difensore dei diritti umani di Pravovaja Initsiativa [Iniziativa legale, una delle più antiche organizzazioni per i diritti umani in Bielorussia], non ha molto senso parlare di un “nuovo 1937”, ma non per via di un qualche tipo di umanità da parte del regime di Lukašenka.
“A quei tempi la vita di una persona, specialmente nell'URSS, non aveva alcun valore”, spiega. "Oggi il prezzo della vita è diventato molto più alto, ancora di più nei paesi europei, dove la pena di morte è stata abolita. Per inciso, la Bielorussia ha giocato a lungo con la possibilità di abolirla. E oggi si presta molta attenzione a questo tema: se nel nostro paese viene eseguita una condanna a morte i difensori dei diritti umani e la comunità internazionale reagiscono immediatamente con dichiarazioni.
| Giornalisti in carcere in Bielorussia |
| In Bielorussia, 28 lavoratori del settore dei media stanno attualmente scontando pene detentive che vanno dai tre ai 14 anni, secondo quanto riferito dall'Associazione bielorussa dei giornalisti. Almeno 13 di loro sono stati condannati in contumacia a pene detentive cumulative fino a 20 anni. Tra i reati più diffusi figurano l'“organizzazione di rivolte di massa” e il “pericolo per la sicurezza nazionale”. Nel settembre 2025, Ihar II’yash è stato condannato a quattro anni di carcere per “aver screditato la Bielorussia” e “aver facilitato attività estremiste”. Sua moglie, la giornalista di Belsat Kacjaryna Andrėeva, è dietro le sbarre dal 2020. Inizialmente era stata condannata a due anni, ma le sono stati aggiunti altri otto anni con l'accusa di “alto tradimento”, che la Corte Suprema ha successivamente riclassificato come “spionaggio”. Nel 2025, 15 giornalisti sono stati rilasciati da Aljaksandr Lukašenka per motivi politici. |
"Sotto Stalin la repressione poteva assumere le forme più varie. Oggi il regime bielorusso ha ancora grandi possibilità, ma la situazione dei diritti umani è sotto l’attento scrutinio dell'Occidente e del mondo civilizzato, nonostante l’eradicazione dei media indipendenti e delle organizzazioni per i diritti umani.
E che piaccia o no, Aljaksandr Lukašenka è sensibile a questa attenzione, alle sanzioni. A mio avviso, è proprio questo che lo trattiene dal cadere nella completa assenza di legalità. Altrimenti avremmo davvero avuto una repressione simile a quella di Stalin”.
“A mio avviso, ‘il nuovo 1937’ è comunque una metafora potente”, concorda Sviatlana Golovneva, avvocata del centro per i diritti umani Viasna. “Ma capisco perché la usano. La repressione in Bielorussia non sta diminuendo nei fatti, sta solo mutando, assumendo altre forme”.
Ustinov spiega che oggi ci sono relativamente poche notizie pubbliche sulle persecuzioni politiche: le forze di sicurezza del paese hanno smesso di pubblicare i “video di pentimento” e il calendario delle udienze sul sito web della Corte suprema non è più accessibile al pubblico. Ma questo non significa che le persecuzioni politiche siano diminuite di portata. "Il livello di repressione non è diminuito; l'atteggiamento nei confronti dei prigionieri politici non è migliorato. Se le persone fossero detenute in condizioni normali, non ci sarebbero così tanti morti in prigione [a oggi, nove detenuti politici sono morti dietro le sbarre]“, afferma.
”Anche quando una persona viene liberata, rimane sotto sorveglianza preventiva, capisce di essere monitorata ed è costretta ad autocensurarsi", aggiunge Golovneva. I prigionieri politici “sono trattati come subumani e non hanno nemmeno la possibilità di fare ciò che viene loro richiesto. Ai ‘politici’ viene impedito di avere un lavoro, non possono aprire un conto in banca e ottenere un bancomat, non possono nemmeno lasciare la città senza il permesso della polizia”.
“In Bielorussia la gente ha paura delle forze di sicurezza”
Vale la pena ricordare che le purghe continuano, con licenziamenti per motivi politici in ogni settore. È impossibile dire con precisione quanti bielorussi abbiano perso il lavoro per motivi politici (più di seimila insegnanti sono stati licenziati) o quanti studenti siano stati espulsi. Ma i dati sono senza dubbio enormi.
“È difficile stimare [il numero] dei licenziamenti per motivi politici. Spesso le persone non parlano di questi casi e il contesto politico è tutt'altro che scontato“, spiega Golovneva. ”Non è che ti dicono: ‘Ah, indossi un bracciale bianco-rosso-bianco [la bandiera dell'opposizione democratica bielorussa], quindi ti licenziamo’. Potrebbero semplicemente non rinnovarti il contratto, ‘ottimizzare le risorse umane’, costringerti a dimetterti per mutuo consenso, ecc. Ed è molto difficile verificare casi come questi –proprio come non è possibile misurare il livello di paura nella società bielorussa, semplicemente perché oggettivamente tali metodi non esistono al momento. Dobbiamo quindi giudicare in base a segni indiretti, come, ad esempio, il numero di cancellazioni degli abbonamenti ai canali che le autorità considerano ‘estremisti’”, spiega.

“Questa è una tendenza generale”, dice Ustinov. “La gente ha paura delle notizie che contengono dissenso, dei contenuti anti-regime. Perché sai che qualsiasi poliziotto può fermarti per strada e chiederti di mostrargli il tuo telefono. Se ti rifiuti, ti portano in commissariato, e lì verrà fuori cosa hai likato e a che siti ti sei iscritto”.
“La gente ha anche paura di fare donazioni: ora è un reato penale. E ha paura di fornire qualsiasi tipo di informazione: ricordiamo il ‘caso Gayun’ [Gayun era un chatbot di Telegram che pubblicava informazioni sui movimenti delle truppe e delle attrezzature russe all'interno della Bielorussia; Viasna è già a conoscenza di almeno 78 bielorussi che sono stati arrestati per aver fornito informazioni]. Ha paura di dire qualcosa pubblicamente contro il regime. In questo momento, in Bielorussia la gente ha fondamentalmente paura delle forze di sicurezza. È una paura totale, credo, davvero paragonabile a quella dell'era stalinista“.
“Allo stesso tempo”, aggiunge, “stanno fiorendo pratiche staliniste come la denuncia e la delazione. Qualsiasi cosa può servire da pretesto: ad esempio, una donna ha cantato canzoni ucraine a casa sua; una famiglia ha appeso luci natalizie con una combinazione di colori sbagliata".
“La repressione sta diventando ancora più dura, direi”, afferma Golovneva. “Da oltre quattro anni ormai, Viasna e il Comitato internazionale per le indagini sulla tortura in Bielorussia documentano casi di tortura e crudeltà. Ma le storie delle vittime ora sembrano diverse”.
“All'inizio delle proteste, gli eventi si susseguivano in modo molto intenso: in tre giorni di custodia cautelare una persona poteva attraversare tre cerchie dell'inferno. Ora, gli ex prigionieri politici raccontano di essere stati rinchiusi in centri di detenzione preventiva e colonie penali, di torture e crudeltà prolungate”.
"Queste pratiche non sembrano essere direttamente collegate al procedimento penale, ma ne derivano logicamente e rimangono con una persona, forse, per il resto della sua vita, anche se lascia la Bielorussia.
”Un'altra classica ‘gloriosa tradizione’ è la tortura", spiega Ustinov. “I propagandisti dichiarano pubblicamente: ‘Sì, torturiamo, ma torturiamo le persone cattive, gli zmagary [manifestanti], i dissidenti’”.
"Cos'altro? Ah sì, il ricatto. I parenti dei bielorussi perseguitati sono ostaggi. Ci sono situazioni in cui vengono minacciati direttamente o utilizzati per intimidire gli attivisti. Molte persone hanno paura di parlare apertamente della situazione in Bielorussia; hanno paura di diventare il ‘volto’ di un'organizzazione per i diritti umani o di altre iniziative, perché hanno parenti in Bielorussia. E dato che nel paese regna il caos giuridico, possono semplicemente essere arrestate“.
”Estremisti“ e “terroristi”, i nuovi ”nemici del popolo"
“A mio avviso, questi dati [al 10 ottobre 2025 in Bielorussia 5.875 persone erano state riconosciute come ‘estremiste’, mentre 1.344 persone erano nella lista dei ‘terroristi’ del KGB bielorusso] dicono qualcosa di leggermente diverso dal semplice etichettarle come ‘nemici del popolo’”, afferma Golovneva.
Nell’URSS “l'etichetta di ‘nemico del popolo’ significava che una persona veniva privata di molti diritti civili e politici rispetto agli altri cittadini, che comunque erano anche loro molto limitati nei loro diritti e nelle loro libertà. E in Bielorussia, in questo momento, migliaia di persone sono ‘estremisti’ e ‘terroristi’; è più difficile isolarle con la forza dal resto della società e ostracizzarle”.
“Misure severe per combattere l'‘estremismo’: direi che questo è uno degli strumenti per reprimere in modo assoluto qualsiasi forma di dissenso. Non si tratta dei nemici più seri del regime: sono persone che hanno semplicemente mostrato una sorta di slealtà nei confronti del regime e possono essere assegnate alla categoria degli ‘estremisti’”.
"Per quanto riguarda l'etichetta di ‘terroristi’, le persone aggiunte a questo elenco, come vediamo, sono o quelle che il regime considera una minaccia, o quelle che sostengono attività pericolose per le autorità. Ad esempio, moltissime persone hanno subito persecuzioni per aver fatto donazioni [a organizzazioni invise al regime], ma alcune sono riuscite a sfuggire al procedimento penale. Se invece la donazione è stata fatta al Reggimento Kastuś Kalinoŭski [un battaglione di volontari bielorussi formato nel 2022 per difendere l'Ucraina dall'aggressione russa], allora quasi sempre si arriva a una pena detentiva.
Questi elenchi ci consentono di vedere che tipo di attività le forze di sicurezza stanno compiendo per continuare a intimidire e quali invece considerano davvero a rischio, per cui fanno maggiori sforzi per identificare le persone”.
| Discriminazioni contro le persone LGBT+ |
| Negli ultimi anni, il regime di Minsk ha intensificato gli sforzi per cancellare la visibilità delle persone LGBT+ attraverso modifiche legislative e pressioni fisiche, riporta Salidarnast. Tra le misure legislative chiave c’è un decreto del ministero della cultura che classifica le rappresentazioni di “relazioni non tradizionali” come pornografia, consentendo l'azione penale. Inoltre, nuove leggi vietano la “propaganda LGBT” e il cambio di sesso, spesso raggruppando questi argomenti con la pedofilia e gli stili di vita “senza figli” per suscitare l'ostilità dell’opinione pubblica. I mezzi d’informazione statali rafforzano questo atteggiamento descrivendo la comunità LGBT+ come “elementi ostili” e strumenti dell'influenza occidentale. Sul campo, le forze di sicurezza conducono raid e arresti, prendendo di mira in particolare le persone che indossano simboli arcobaleno o partecipano a eventi della comunità. I rapporti evidenziano gravi abusi, tra cui la “detransizione” forzata per le persone transgender e perquisizioni digitali invasive. Questo ambiente ostile ha decimato gli spazi sicuri e ha innescato un'ondata di esilio verso paesi come Germania, Spagna e Argentina. Nonostante la repressione, gruppi di attivisti come “Prismatica” continuano a sostenere la comunità LGBT+ dall'esilio. Queste azioni sistematiche fanno parte di una più ampia campagna del regime volta a legittimare la discriminazione e instillare la paura attraverso la totale emarginazione. |
“Per riassumere, non siamo ancora al livello del 1937”, dice Ustinov. "Ma, lo ripeto, non perché il regime di Lukašenka sia particolarmente umano o perché sia spaventato dallo spettro della Corte penale internazionale dell'Aia, ma perché l'attenzione internazionale sulle violazioni dei diritti umani è molto più alta rispetto a cento anni fa. E Lukašenka vuole una vita agiata per i suoi figli, vuole commerciare con l'Occidente ed evitare nuove sanzioni, quindi sta cercando di destreggiarsi: allentando la presa in alcuni ambiti, cercando di non esercitare troppa pressione in altri. Anche se penso che, se potesse, vorrebbe semplicemente sparare a tutti. O almeno mandarli in esilio, come avveniva nell'URSS. E come vediamo, su quest’ultimo è già parecchio avanti”.
“Aggiungerei anche che, nonostante tutto, lo stalinismo, come il fascismo, è strettamente legato all'ideologia e alla militarizzazione della società, e si basa su una rigida gerarchia”, conclude Golovneva. “Fortunatamente, questo non si può dire della Bielorussia di oggi: non c'è un simile indottrinamento completo della società (forse non ancora). Sebbene le autorità, ovviamente, stiano utilizzando molti modi per intimidire le persone, per scoraggiarle non solo dall'attività politica, ma anche dall'attivismo sociale. Ed è qui che i bielorussi hanno un certo potenziale per resistere a tutto ciò che sta accadendo”.
👉 Questo articolo è una raccolta di due analisi pubblicate da Solidarnast nell'ottobre 2025. La prima è disponibile qui. La seconda è disponibile qui.
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