Nato nel 1970, Herman Grech è un drammaturgo e giornalista, ed è direttore del quotidiano Times of Malta. Da oltre 30 anni mette in scena spettacoli teatrali che si occupano di tematiche sociali e politiche.

Tra le sue regie più note ci sono Silly Cow di Ben Elton (1999), Someone Who’ll Watch Over Me di Frank McGuiness (2006), The Lockerbie Bomber di Kenneth Ross (2013) e Lampedusa di Anders Lustgarten (2016).
Negli ultimi anni Grech si è concentrato su opere inedite. Ha scritto, diretto e prodotto De-terminated: The Abortion Diaries (2018) e They Blew Her Up (2021). Quest’ultima, incentrata sull’assassinio di Daphne Cruana Galizia, ha vinto il premio Produzione dell’anno del Malta Arts Council e ha girato l’Europa in collaborazione con Voxeurop.
Voxeurop: Di cosa parla Press Mute e come hai scelto i personaggi?
Herman Grech: Press Mute mette in luce i mezzi d'informazione contemporanei, da quelli tradizionali ai social, interrogandosi su come il nostro comportamento online influenzi la democrazia. Il cast è composto da cinque personaggi: due giornalisti sull’orlo del burn-out, un podcaster, un politico affascinante quanto corrotto e un Algoritmo che ci conosce meglio di noi stessi. Sono tutti già noti, tranne l’Algoritmo, al quale ho voluto dare delle sembianze umane per interpellareil pubblico. L’opera, in un unico atto, è dinamica. Unisce satira e dramma, invitando il pubblico a partecipare alla riflessione.

Cosa ti ha spinto a scriverla?
Press Mute, in un certo senso, è un grido di disperazione. Sono stato a contatto con l’ambiente del giornalismo per almeno trent'anni e sono spaventato quando guardo il mondo in cui viviamo. Distinguere la verità dalla fantasia sta diventando sempre più complicato, mentre rumore, bruttezza e odio diventano normalizzati, amplificati e, in molti casi, istituzionalizzati. Più avanza l’autoritarismo, più il bene viene spacciato per male. Gran parte di questo fenomeno nasce dall’uso improprio dei media, e più precisamente, dai social controllati dai colossi della tecnologia, ai quali la verità e i fatti non importano minimamente.
Press Mute è nata da quella paura. Questa produzione, vagamente ispirata al “giornalismo dal vivo”, è diventata in qualche modo un evento catartico per me. Nasce da esperienze personali, aneddoti, dagli alti e bassi della vita in redazione. Dall’adrenalina delle breaking news fino alla fatica di vedere come la verità fatica a imporsi in un mondo perennemente distratto.

Come hai scelto gli attori?
Per interpretare i cinque ruoli ho scelto un mix tra attori e personalità del mondo dei media. Il protagonista è il giornalista più noto di Malta; il politico è interpretato da un ex giornalista; l’Algoritmo da una podcaster molto famosa e i gli altri due sono attori professionisti. Ho pensato che coinvolgere delle personalità dei media nel cast avrebbe conferito alla storia ancora più profondità e autenticità.
Qual è stata la reazione del pubblico?
La verità? Questo progetto mi spaventava a morte. Un lavoro inedito comporta dei rischi e il mondo dei media può sembrare un po’ di nicchia. Eppure il riscontro del pubblico ci ha lasciati a bocca aperta. Tutti gli spettacoli sono andati sold out con settimane di anticipo e abbiamo dovuto addirittura aggiungere serate extra.
Ma quel che è stato particolarmente interessante è il dibattito post spettacolo. Gli spettatori hanno parlato di quanto lo show li avesse aiutati a riflettere sul proprio comportamento online e sull’importanza delle testate giornalistiche. Alcuni hanno addirittura deciso di abbonarsi a siti di news. In più, il botta e risposta post-spettacolo è stato tra i più coinvolgenti che abbia mai avuto.
Che tipo di domande ponevano? E cosa sembrava preoccuparli o interessarli maggiormente?
Ho tenuto svariate sessioni di discussione con il pubblico durante le mie recenti produzioni, ma in questo caso è stato diverso. Il pubblico era davvero interessato a riflettere su come contribuire a cambiare la narrazione, come migliorare la comunicazione dei media e su come contrastare la disinformazione. Molti spettatori hanno ammesso di uscire dallo spettacolo con dubbi sul proprio comportamento online e una maggiore comprensione delle sfide della redazione moderna. Tutto questo è stato estremamente motivante per tutti noi, in particolare per i giornalisti coinvolti.


Parliamo di uno spettacolo esclusivamente maltese o affronta tematiche universali riguardanti i media?
No, riguarda temi universali, anche se alcuni argomenti trattati in Press Mute appartengono allo scenario maltese. È un’opera che dovrebbe coinvolgere chiunque segua le notizie attraverso i giornali indipendenti o passi ore a scrollare sui social. Insomma, chiunque osservi l’orrore che si sta svolgendo sugli schermi.
Essendo scritta da un giornalista e direttore, possiede inevitabilmente un punto di vista, ma è anche una critica verso il nostro lavoro. Per questo lasciamo l’ultima parola al pubblico.
Qual è la tua visione dell’attuale panorama mediatico a Malta e in Europa? Secondo te c’è speranza?
Le previsioni sono cupe, con tempeste potenzialmente devastanti all’orizzonte. Ma arrendersi non è un’opzione. Ci troviamo a fronteggiare miliardari che acquistano testate giornalistiche e manipolano gli algoritmi.
Se vogliamo davvero fermarli, ognuno deve fare la sua parte. Ad esempio modificando il proprio comportamento online, sostenendo le testate giornalistiche indipendenti e denunciando le falsità.
In questo scenario così cupo, cosa ti spinge a continuare un lavoro così poco riconosciuto? E perché il teatro?
Ho sempre creduto ci fosse un legame profondo tra giornalismo e teatro. Entrambi raccontano storie vere nel momento in cui accadono ed entrambi comportano responsabilità. Il palco, proprio come il miglior giornalismo, ha il potere di farci rallentare, di sottrarci alle distrazioni mettendoci davanti alla complessità e costringendoci ad affrontare domande difficili.
In più sono fermamente convinto che la morte del giornalismo indipendente segnerebbe la fine della verità. E se a modo mio posso contribuire al cambiamento, che sia attraverso il giornalismo o il teatro, allora avrò fatto la mia parte.
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