L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) annovera la solitudine tra i problemi di salute pubblica per le società contemporanee. Il rapporto, che menziona anche l’“isolamento sociale” (un’oggettiva mancanza relazioni o interazioni), definisce la solitudine come “un’esperienza soggettiva che si riferisce a uno stato emotivo negativo derivante da una discrepanza tra l’esperienza desiderata e quella effettiva di connessione sociale”.
La solitudine non è univoca, non è solo relazionale e affettiva, ed è anche una questione sociale e politica.
Incel e solitudine
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla diffusione della parola “incel”, in relazione agli attentati terroristici commessi in nome di questa ideologia (che fa parte del più ampio mondo delle correnti mascoliniste) e alla diffusione della serie Adolescence, prodotta da Netflix.
Il termine, abbreviazione di “involuntary celibate”, tradotto con “celibi involontari” (ma sarebbe più giusto parlare di “casti involontari”, ne abbiamo parlato qui) ha riaperto un dibattito interessante sulla solitudine maschile, ma anche prodotto una narrativa che va smontata.
Ne parla la sociologa Katarzyna Dębska sulla testata polacca Krytyka Polityczna: “Si dice che per gli uomini sia più difficile trovare una compagna, anche se non mancano storie di donne che desiderano costruire una relazione soddisfacente, ma subiscono un fallimento dopo l’altro”.
Dębska, che è ricercatrice alla facoltà di sociologia dell’Università di Varsavia, fa riferimento al maggiore “capitale” maschile nel cosiddetto mercato matrimoniale, tema a studiato dalla sociologa Eva Illouz in diverse ricerche, tra cui Why Love Hurts: A Sociological Explanation (2012, tradotto in italiano: Perché l'amore fa soffrire Il Mulino, 2015) o Unloving: A Sociology of Negative Relations (Oxford University Press, 2018), dove mostra come il “capitale” maschile resti nettamente superiore nelle relazioni amorose rispetto a quello femminile.
| Il capitale maschile secondo Eva Illouz Per Illouz il capitale maschile (nell’ambito delle relazioni eterosessuali) è il valore e la desiderabilità che un uomo può mobilitare nelle relazioni amorose grazie a fattori come status sociale, reddito, prestigio professionale, autonomia, sicurezza di sé, capacità di non impegnarsi e accesso a potenziali partner. Gli uomini, soprattutto quelli socialmente ed economicamente più avvantaggiati, accumulano “capitale” perché possono combinare successo sociale, desiderabilità sessuale e libertà emotiva. Questa posizione consente loro spesso di scegliere, ritardare l’impegno, moltiplicare le opzioni e mantenere una certa distanza emotiva. Più delle donne. Questo capitale è legato, secondo la sociologa, allo sviluppo della società neoliberale, che toglie regole e precarizza strutture anche nell’ambito sentimentale e sessuale. |
La solitudine, un “campo di battaglia politico”
Quali sono le cause della solitudine maschile? La risposta a questa domanda, continua Dębska, è un “campo di battaglia politico”. Per la “manosfera” e gli ambienti anti-gender la colpa è dell’emancipazione femminile, e questa retorica va combattuta.
Negli ultimi decenni la posizione delle donne nella società si è rafforzata: l’accesso all’istruzione e al lavoro, così come agli spazi di socializzazione, ha rimesso in discussione non solo i ruoli di genere classici, ma anche la formazione delle coppie: “A completare questo quadro ci sono il capitale sessuale e quello emotivo. Del primo parlano le sociologhe Dana Kaplan ed Eva Illouz nel libro What is Sexual Capital? [“Che cos’è il capitale sessuale?”]. Quali caratteristiche fisiche o comportamentali siano altamente apprezzate e quali invece screditino socialmente un individuo è determinato da fattori storici e culturali. In alcune epoche e contesti, per esempio, la verginità delle donne; in altri, è invece il numero elevato di partner sessuali (soprattutto nel caso degli uomini)”, spiega Dębska. “Come osservano le sociologhe, il capitale sessuale aumenta l’autostima degli individui, contribuendo a costruire un senso di agency e di controllo sulla propria vita”.
Dębska inoltre, aggiunge un tassello: sono gli uomini delle classi popolari che percepiscono maggiormente queste differenze: “Questi uomini, a causa della loro posizione di classe, non possono incarnare la mascolinità egemonica, che la sociologa australiana Raewyn Connell descrive come la più ambita in una data società, solitamente associata al possesso di un vantaggio non solo sulle donne, ma anche sugli altri uomini, nonché al rispetto e al riconoscimento da parte loro”.
La voce di “celibi involontari” che non sono incel
In un articolo per la testata indipendente ceca Deník Referendum la reporter Petra Dvořáková ha incontrato otto uomini che hanno raccontato il loro celibato involontario. Nessuno, scrive, frequenta regolarmente i forum incel né si riconosce nell’odio verso le donne.
Tutti raccontano una sofferenza profonda, legata a isolamento, bassa autostima, difficoltà relazionali, traumi, bullismo, depressione e, spesso, sintomi o diagnosi di Adhd o autismo. “La maggior parte ha sottolineato che il proprio carattere timido e non competitivo non corrisponde agli ideali della mascolinità patriarcale tradizionale”, aggiunge Dvořáková. “Le capacità relazionali ed emotive sono un privilegio riservato a chi nasce da genitori emotivamente maturi”, le dice uno degli intervistati.
“Mi chiamo Tomáš, ho trentotto anni ed è impossibile amarmi”: inizia così la prima intervista di Dvořáková. “Non mi identifico con l’etichetta di incel, non mi piace che le persone vengano incasellate, ma come persona in celibato involontario mi infastidisce il modo in cui questa etichetta viene trattata nelle discussioni e nei media”, continua. Tomáš è disoccupato per depressione cronica e convive con pensieri suicidi dall’adolescenza. Si descrive come una persona impossibile da amare. Racconta di aver cercato rapporti di amicizia con donne sperando che diventassero relazioni, ma di essersi poi ritirato quando veniva percepito come amico. Non rivendica un diritto al sesso o all’amore, ma vive ogni rifiuto come la conferma di una propria esclusione dall’umanità. Per lui il sesso non è soltanto piacere: è un’esperienza condivisa che fa sentire parte del mondo.
Secondo dati in Repubblica Ceca circa il 6 per cento delle donne e il 9 per cento degli uomini non ha mai avuto rapporti sessuali; tra i 18 e i 25 anni, la quota sale a quasi un quarto delle donne e oltre un terzo degli uomini. Dvořáková cita studi che spiegano che le donne single sono mediamente più soddisfatte degli uomini, perché più spesso dispongono di reti affettive e amicizie, mentre molti uomini dipendono quasi esclusivamente dalla coppia per ricevere sostegno emotivo.
“Come uomo non hai dove trovare sostegno emotivo. Mi è sempre mancato non avere qualcuno con cui parlare di cose di cui non si può parlare con gli uomini”, scrive Peter a Dvořáková. L’uomo ha più di trent’anni, vive con la madre in un villaggio slovacco e rifiuta l’incontro di persona perché non si fida. Per oltre dieci anni è stato vittima di bullismo e dice di aver imparato fin da bambino che gli altri erano “pericolosi”. Peter non riesce a relazionarsi in gruppo: quando ha provato a inserirsi si è sentito dire che doveva solo essere più sicuro di sé.
“Qualunque cosa si pensi della tradizionale divisione dei ruoli, si tratta di un sistema con delle regole. Oggi nessuno sa cosa ci si aspetti dagli uomini. Da un lato si sente ‘voglio un uomo sensibile, voglio abolire i ruoli di genere’, dall’altro ‘oggi gli uomini non sanno più essere uomini’. Questo è fonte di confusione per chi, come me, ha difficoltà a comprendere le regole sociali”, racconta Lukáš, 25 anni. Anche lui vittima di bullismo, dopo un innamoramento non corrisposto, ha cercato spiegazioni nella cultura “red pill”, che attribuisce la sofferenza maschile al disordine creato dall’emancipazione e invoca il ritorno a ruoli di genere tradizionali. Dice di non crederci più.
Secondo Dvořáková questi uomini non incarnano il modello patriarcale dominante, ma ne subiscono gli effetti. Non sono forti, competitivi, carismatici o sessualmente sicuri; proprio per questo vengono marginalizzati. Il patriarcato, scrive Dvořáková, non danneggia solo le donne, ma anche gli uomini che non riescono o non vogliono aderire alla maschilità dominante. Dvořáková ritiene che ridurre gli uomini in celibato involontario a caricature misogine è miope.
Una minoranza può radicalizzarsi, e la violenza incel esiste; ma la maggior parte vive una sofferenza invisibile. Per Dvořáková, con più cura, ascolto e interventi precoci, molti di questi uomini potrebbero diventare alleati nella critica del patriarcato, invece di essere respinti verso comunità rancorose e reazionarie.
| La solitudine in dati Secondo un sondaggio Gallup, i giovani uomini statunitensi sono tra i più soli: secondo i dati, raccolti nel 2023 e 2024, il 25 per cento degli uomini di età compresa tra i 15 e i 34 anni ha dichiarato di essersi sentito molto solo nel corso della giornata precedente, una percentuale superiore alla media della popolazione, che è del 18 per cento, e a quella, simile, relativa alle giovani donne. In altri nove paesi dell’Ocse, almeno un giovane uomo su cinque dichiara di sentirsi solo; tra questi Turchia (29%), Francia (24%), Irlanda (23%) e Canada (22%). In generale, nella maggior parte dei paesi Ocse, i livelli di solitudine dei giovani uomini sono simili alla media nazionale, e solo in tre paesi – Stati Uniti, Islanda e Danimarca – il loro tasso di solitudine è superiore a quello degli adulti nel complesso. Al contrario, in nove paesi i giovani uomini sono meno propensi a dichiararsi soli: Slovacchia (4% contro 15%), in Grecia (15 % contro 25%) e in Colombia (14% contro 23%). Gallup ha iniziato a interessarsi alla solitudine nel 2023. Uno studio dell’Ocse del 2025 rivela che gli uomini e i giovani hanno registrato dei peggioramenti nei legami sociali dal 2018/2019; molti di questi peggioramenti si notano nei giovani. Secondo lo stesso studio, le donne riferiscono un senso di solitudine leggermente più elevato, mentre gli uomini riferiscono un sostegno sociale minore; ma nel complesso le differenze sono minime. La prima inchiesta Ue sulla solitudine rileva che, in media, il 13 per cento degli intervistati dichiara di essersi sentito solo (la maggior parte del tempo o sempre) nelle quattro settimane precedenti il sondaggio (realizzato nel 2022), mentre il 35 per cento riferisce di essersi sentito solo in alcune occasioni. In questa inchiesta non si rilevano particolari differenze sul genere. La solitudine è più diffusa in Irlanda (20 per cento), seguono Lussemburgo, Bulgaria e Grecia. I livelli più bassi si osservano nei Paesi Bassi, nella Repubblica Ceca, in Croazia e in Austria (tutti al di sotto del 10 per cento). Questa inchiesta ha prodotto diverse pubblicazioni, consultabili qui. |
🤝 Questo articolo fa parte del progetto collaborativo PULSE. Per la sua realizzazione è stato usato il materiale raccolto da Petra Dvořáková (Deník Referendum, Repubblica ceca) nel quadro di un serie di articoli sul mascolinismo realizzati dai partner del progetto.
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