Ingrid Nielsen | ©Kristin Liiv

In Europa del Nord partecipare alla difesa “è questione di sopravvivenza”

Madri impegnate in esercitazioni con il mortaio, bambini a lezione contro la disinformazione: nei paesi baltici e nordici difesa e resilienza fanno parte della quotidianità e sono una responsabilità collettiva di fronte alla minaccia russa. In Germania sono ancora fonte di accesi dibattiti. Chi difende la libertà?

Pubblicato il 23 Settembre 2026
Ingrid Nielsen | ©Kristin Liiv

Da attivista ambientale e pacifista convinta, Ingrid Nielsen un tempo non avrebbe mai immaginato di indossare un’uniforme militare. “Se potessi distruggere ogni singola arma al mondo, lo farei”, dice. 

Poi è arrivato il 24 febbraio 2022. Le immagini da Buča. Le fosse comuni. Le città rase al suolo. Le testimonianze di stupri. “Ho tre figlie”, racconta la donna, che vive a Tallinn, in Estonia. In quel momento, una minaccia astratta è diventata una questione personale. “Quando vivi accanto alla Russia, il pacifismo è un lusso che non puoi permetterti. Quindi ci prepariamo. Perché non c’è altra scelta”.

Diverse volte l’anno Ingrid si ritrova in una foresta a caricare granate da 120 millimetri in un mortaio. 35 chilogrammi di equipaggiamento sulle spalle, le mani intorpidite dal freddo. È una delle quattro donne della sua unità.

Dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, nel febbraio 2022, migliaia di donne come lei hanno aderito alla Naiskodukaitse (la “milizia femminile”), l’organizzazione femminile all’interno della Lega di difesa estone, il Kaitseliit. L’obiettivo è solo uno: rendere impossibile qualsiasi occupazione. 

Anche in Lettonia crescono le file della Zemessardze (la Guarda nazionale), in Lituania quelle della Lietuvos šaulių sąjunga (l’Unione dei fucilieri lituani) e in Finlandia della Maanpuolustuskoulutusyhdistys (l’Associazione per la formazione della difesa nazionale). Il principio è lo stesso ovunque: la difesa è considerata come un compito dell’intera società.

In Estonia non è solo uno slogan, ma una struttura. Con appena 7mila soldati professionisti su 1,3 milioni di abitanti, il paese dipende dai volontari: riservisti, specialistici informatici, paramedici volontari, insegnanti, genitori. Le madri gestiscono i gruppi giovanili. I programmatori mettono in sicurezza le reti. I cittadini si addestrano negli stessi boschi in cui giocavano da bambini.

“I volontari sono il tessuto connettivo della nostra resilienza”, afferma Nele Loorents dell’International Centre for Defence and Security di Tallinn. “Si tratta di radicare la prontezza operativa nel pensiero nazionale”. Per l’Estonia, aggiunge, difendersi è “una questione di sopravvivenza”. Lo stesso vale per gli altri stati baltici e nordici. 

La legge tedesca per la modernizzazione del servizio militare 

Cosa può imparare la Germania da paesi in cui la minaccia non è una possibilità astratta, ma una realtà quotidiana? Approvata dal Bundestag nel dicembre 2025, la legge sulla modernizzazione del servizio militare (Wehrdienst-Modernisierung Gesetz) rappresenta il tentativo più radicale di rafforzare la base di personale delle forze armate da quando, nel 2011, è stata sospesa la leva obbligatoria. Dal 1° gennaio 2026, tutti i cittadini maschi di 18 anni sono tenuti a compilare un questionario (per le donne è facoltativo) che valuta motivazione e idoneità a un eventuale servizio nella Bundeswehr, l’esercito tedesco. 


“La difesa civile non è fatta solo di soldati e armi [...] Riguarda l’intera società” – Florian Constantin Feyerabend


A partire dal 2027 saranno sottoposti a visita di leva tutti gli uomini nati dal 2008 in poi. L’obiettivo è registrare in modo sistematico i potenziali reclutabili. Un’analisi più approfondita della legge, del suo contesto storico e del dibattito sociopolitico che ha suscitato in Germania è disponibile nell’articolo di JÁDU dal titolo “Nie wieder - und doch im Dienst” ("Mai più, eppure in servizio")

Cosa può imparare la Germania da paesi in cui la minaccia non è una possibilità astratta, ma una realtà quotidiana? È questa la domanda al centro di una conferenza organizzata dalla Konrad Adenauer, fondazione vicina alla Cdu (il partito dell’unione cristiano-democratica). 

Pochi giorni prima del voto sul nuovo modello di servizio militare tedesco un incontro, intitolato "Difesa civile e resilienza sociale: Lezioni dalla guerra di aggressione russa e dagli Stati nordico-baltici" (Civil Defence and Societal Resilience – Lessons from Russia’s War of Aggression and the Nordic-Baltic States), si è tenuto presso le ambasciate nordiche a Berlino. Esperti di sicurezza provenienti da Finlandia, Lettonia e Ucraina hanno discusso di difesa nelle società democratiche. “La difesa civile non è fatta solo di soldati e armi”, ha dichiarato in apertura Florian Constantin Feyerabend, esperto di cooperazione internazionale, dialogo politico e sicurezza: “Riguarda l’intera società”. Secondo Feyerabend, la Germania si è abituata troppo a considerare la sicurezza come qualcosa di scontato.

Mentre Mosca conduce una guerra ibrida che prende di mira le società civili tanto quanto gli eserciti, Berlino si sarebbe adagiata troppo in un’idea di pace permanente. “La resilienza non è un’opzione”, ha concluso. “L’Ucraina dimostra che è una condizione vitale per la sopravvivenza”. 

Nei paesi nordici e baltici questa resilienza sociale è ormai profondamente radicata. In Lettonia la difesa comincia dalla vita di tutti i giorni. “In caso di emergenza i cittadini devono assumersi le proprie responsabilità, perché l’esercito e i servizi di soccorso saranno inevitabilmente sovraccarichi”, spiega Sigita Struberga della Latvian Transatlantic Organisation. Nel paese, l’educazione alla difesa è parte integrante dei programmi scolastici.

In Finlandia i bambini imparano fin da piccoli a riconoscere la disinformazione, mentre i politici visitano regolarmente i rifugi antiaerei sotterranei di Helsinki, abbastanza grandi da ospitare quasi l’intera popolazione della capitale. “Ognuno ha un ruolo. E ognuno deve sapere cosa fare”, afferma il ricercatore finlandese Pekka Kallioniemi. 

Ma è soprattutto l’Ucraina a offrire un insegnamento importante. “In Ucraina la resilienza non è qualcosa che lo Stato impone dall’alto”, spiega la politologa Oksana Huss dell’Università di Duisburg-Essen, nata in Ucraina e oggi impegnata in studi di ricerca sul tema della resilienza. “Nasce in modo orizzontale”. 

Oksana Huss. | Photo: ©Isabelle de Pommereau
Oksana Huss. | Foto: ©Isabelle de Pommereau

Dopo la “Rivoluzione della Dignità” del 2014, quando l’allora presidente Viktor Janukovyč ricorse alla violenza contro i manifestanti, i cittadini iniziarono a organizzare autonomamente assistenza medica, logistica e strutture di protezione. Da iniziative totalmente improvvisate sono nate reti solide: hanno equipaggiato i soldati, assistito gli sfollati e, infine, durante l’invasione russa del 2022, hanno permesso a intere città di continuare a rimanere operative. 

In Germania, invece, molti continuano ad aspettarsi che sia lo Stato a risolvere ogni cosa, conclude Oksana Huss: “In una crisi reale, questo non funzionerà”. 

In Germania si riapre il dibattito

Mentre nei paesi baltici la difesa è parte integrante della vita quotidiana, la Germania sta ricominciando ad affrontare la questione. Per decenni la sicurezza è stata delegata all’esterno: alle alleanze difensive, alla diplomazia, alle interdipendenze economiche. Ora, invece, il tema sta tornando nelle aule scolastiche, nei centri giovanili e sui social media. 

Soldati e soldatesse visitano le scuole per parlare di deterrenza e di missioni all’estero. Le conferenze sulla resilienza sociale, un tempo argomento di nicchia, registrano il tutto esaurito. Persino la Heinrich Böll, la fondazione politica vicino al partito dei Verdi, ha dedicato la sua conferenza annuale di politica estera, nel gennaio 2026, alla questione di come rendere le democrazie più resilienti sul piano militare, sociale e politico. Solo pochi anni fa, in un contesto fortemente improntato al pacifismo da parte del movimento ambientalista, uno scenario del genere sarebbe stato quasi impensabile. 

Quanto la società tedesca sia pronta ad accompagnare questo cambiamento di mentalità resta per ora un’incognita. Ma il dibattito ha ormai superato i confini delle istituzioni politiche ed è entrato nella vita di tutti i giorni. E ruota attorno a una domanda che nei paesi baltici ha già una risposta, mentre in Germania viene appena formulata: quale ruolo deve assumere la società quando la minaccia diventa reale?

Un processo sociale

Il cambiamento procede lentamente e continua a essere controverso. Per molti tedeschi la difesa è ancora qualcosa di lontano e astratto.

Yannick Kiesel, attivista berlinese per la pace e l’ambiente, respinge con decisione la posizione del governo federale sulla portata della minaccia russa e sulla necessità di una rimilitarizzazione. Certo, la Russia è un aggressore e la guerra deve finire, ammette. Ma, aggiunge: “Nessuno mi mostra un piano a lungo termine su come l’Ucraina dovrebbe vincere”. Kiesel descrive la devastazione delle città al fronte: campi minati, infrastrutture distrutte, case perdute. Per lui, la domanda è un’altra: cosa si sarebbe potuto fare prima, e cosa si può fare ora per evitare che altre persone muoiano?

Yannick Kiesel. | Foto: ©Deutsche Friedensgesellschaft – Vereinigte KriegsdienstgegnerInnen (DFG-VK)
Yannick Kiesel. | Foto: ©Deutsche Friedensgesellschaft – Vereinigte KriegsdienstgegnerInnen (DFG-VK)

Kiesel rifiuta che l’idea che in Ucraina si stia difendendo “la nostra libertà”. “Le persone in Ucraina muoiono per difendere il proprio paese, non la nostra libertà”. Un patriottismo come quello che si vede lì, sostiene, in Germania non esisterà mai. “Io non difenderei il mio paese, perché non saprei cosa dovrei difendere qui”.

Per Kiesel la sicurezza non nasce dalla forza militare ma dalla stabilità sociale: “La coesione non migliora rendendoci più pronti alla difesa. Migliora rafforzando l’istruzione, il settore sociale, l’integrazione”.

Il riservista Roland Bösker, di Dessau, ribatte: “Proprio perché possiamo discutere liberamente delle ingiustizie sociali, dobbiamo proteggere questa libertà”. Bösker è entrato nella Bundeswehr nel 1989. Oggi lavora come imprenditore nel settore delle pubbliche relazioni ed è membro del direttivo nazionale di BundeswehrGrün, una rete di sicurezza vicina ai Verdi. Per troppo tempo, secondo il tenente colonnello, ha prevalso un “cordiale disinteresse”, basato sull’idea che, in fondo, le cose avrebbero funzionato e che qualcuno, prima o poi, avrebbe protetto la nostra libertà. Per Bösker, il dibattito sul servizio militare riacceso dalla guerra in Ucraina ha infranto questa illusione: “Quel qualcun altro non esiste. È ogni singolo cittadino che deve decidere”. 

A segnarlo particolarmente è stata un’esperienza vissuta nel 2017 in Lituania, durante un dispiegamento con la Bundeswehr. Un uomo, riconoscendo l’uniforme indossata da lui e gli altri soldati della missione Nato indossavano, era scoppiato a piangere dicendo: “L’Europa si prende cura di noi”. Per Bösker quel momento ha racchiuso il significato profondo che la difesa ha per gli Stati più piccoli: “L’Europa è un’unione di Stati liberi e democratici”, conclude. “E questa libertà deve essere protetta”. 

L’impatto concreto

Nessuno è obbligato a diventare un soldato. L’obiezione di coscienza è sempre stata, e continua a essere, un diritto ampiamente tutelato, così come l’impegno civico. Anche in Germania la difesa assume molte forme: dalla protezione civile agli ospedali, fino alla pubblica amministrazione. “La chiave di tutto è la partecipazione”, spiega Bösker. La deterrenza, sostiene Bösker, non comincia con le armi, ma con la consapevolezza: “Più forse è questa consapevolezza, più resiliente è la società e meno probabile diventa la guerra”.

Roland Bösker. | Foto: ©Isabelle de Pommereau
Roland Bösker. | Foto: ©Isabelle de Pommereau

Questa consapevolezza ha anche una dimensione molto concreta. In caso di attacco ai paesi baltici o ad altri alleati della Nato, il piano operativo tedesco (Operationsplan Deutschland o Oplan Deu) prevede l’integrazione tra le principali componenti militari della difesa nazionale e collettiva e i necessari servizi di supporto civile. Grazie alla sua posizione geografica, la Germania diventerebbe un fulcro logistico, un’area di transito e di dispiegamento per i rinforzi della Nato: centinaia di migliaia di soldati con veicoli, carri armati e munizioni. Convogli militari viaggerebbero su ferrovie e autostrade, mentre gli ospedali civili curerebbero i feriti. 

Le inevitabili carenze di risorse finirebbero per stravolgere la vita quotidiana di tutti. A quel punto la difesa non sarebbe più uno scenario lontano ma qualcosa di visibile e tangibile. “Non è allarmismo. È la nostra realtà. Dobbiamo essere pronti”, conclude Ingrid Nielsen da Tallinn.

È ancora molto difficile prevedere se un giorno la Germania svilupperà un rapporto con la propria difesa simile a quello che hanno la Finlandia, i paesi baltici o l’Ucraina. Quel che è certo è che il tema ha ormai oltrepassato i confini delle sale conferenze e dei dibattiti politici. Anche nel contesto delle critiche al nuovo modello di servizio militare, la domanda non riguarda più soltanto la forza dell’esercito. Riguarda la disponibilità della società. 

La Zeitenwende, la svolta storica epocale evocata dall’ex cancelliere Olaf Scholz, non si è dunque ancora compiuta. Ma è iniziata. E come osserva Roland Bösker, “non è una decisione, ma un processo in corso”.

👉 L'articolo originale su Jádu.
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