A sticker in Belgrade | Photo: © Tobias Zuttmann Un adesivo contro il Partito progressista serbo (Sns), al potere, a Belgrado. | Foto: ©Tobias Zuttmann

In Serbia il governo tiene buoni i giornalisti a colpi di manganello e di milioni

In Serbia la libertà di stampa non è mai stata così fragile. La politica fomenta l’odio, le aggressioni contro giornalisti e giornaliste si susseguono e il governo consolida il controllo sul sistema mediatico. Quel che resta del giornalismo indipendente è a rischio.

Pubblicato il 28 Settembre 2026
A sticker in Belgrade | Photo: © Tobias Zuttmann Un adesivo contro il Partito progressista serbo (Sns), al potere, a Belgrado. | Foto: ©Tobias Zuttmann

Il pugno deve aver colpito l’agente in borghese in pieno volto. Ha l’occhio nero e gonfio, un filo di sangue gli cola sulla guancia. Per il presidente serbo Aleksandar Vučić non ci sono dubbi sul responsabile dell’aggressione, avvenuta durante una protesta contro il governo nel marzo 2025. In un selfie scattato in ospedale e pubblicato poco dopo l’accaduto su Instagram, Vučić scrive che l’uomo sarebbe stato aggredito da manifestanti armati di tirapugni.

Poco dopo, tuttavia, in rete iniziano a circolare video che raccontano un’altra storia. Nelle immagini si vede l’agente avanzare verso una fila di colleghi in divisa. Uno di loro, in tenuta antisommossa, lo colpisce al volto, facendolo crollare a terra. I media indipendenti analizzano i filmati e ricostruiscono la dinamica dei fatti; alla fine, un quotidiano d’inchiesta pubblica la registrazione di una telefonata in cui lo stesso agente conferma indirettamente di essere stato colpito da un collega e non da un manifestante.

Nonostante Vučić continui a sostenere la tesi dell’aggressione da parte dei manifestanti, la vicenda è diventata emblematica del ruolo dei media indipendenti in Serbia. Cosa sarebbe successo se nessuno avesse messo in discussione la versione ufficiale e ne avesse evidenziato le incongruenze per indagare a fondo? Chi controllerebbero, oggi, l’operato del governo di Aleksandar Vučić?

Sono sempre di più i cittadini serbi a porsi queste domande. Non si tratta soltanto di stabilire la verità su una singola serata ma di una questione ben più ampia e strutturale. 

Negli ultimi anni la situazione della stampa indipendente in Serbia è peggiorata in modo drammatico. Giornalisti e giornaliste vengono spiati, minacciati e aggrediti, mentre le redazioni subiscono forti pressioni politiche ed economiche. Nel più recente rapporto sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere, la Serbia è scesa al 104° posto: l’ultimo dei Balcani. Da quando la classifica è stata creata, nel 2002, il paese non aveva mai ottenuto un risultato così negativo. Come si è arrivati a questo punto?

Aggressioni e intimidazioni

Pochi conoscono la situazione della stampa serba bene quanto l’Associazione dei giornalisti indipendenti della Serbia (Nuns), che rappresenta e dà voce a circa 2.500 professionisti del settore. Per entrare nei suoi uffici, nel centro di Belgrado, oggi bisogna suonare il campanello. “Ormai chiudiamo sempre la porta a chiave”, spiega Marija Babić. “Per ragioni di sicurezza”.

Fuori, l’aria calda vibra sulle strade e, come ogni anno, la calura estiva stringe Belgrado. All’interno, Babić e il suo collega Rade Đurić raccontano che negli ultimi anni il clima nei confronti dei giornalisti si è scaldato sempre di più. In qualità di ricercatori e giuristi, si occupano entrambi di documentare le aggressioni ai danni dei giornalisti con un database attivo dal 2008.

Mai prima d’ora, sostiene Marija Babić, si era registrato un numero così elevato di episodi di violenza contro la stampa: tentativi di intimidazione, minacce e aggressioni fisiche. “Lo scorso anno abbiamo documentato 380 casi, un record assoluto. Ma la cifra reale è molto più alta: abbiamo registrato solo gli episodi più gravi, per il resto mancava il tempo”.

Marija Babić from the Independent Journalists’ Association of Serbia (NUNS) | Photo: © Tobias Zuttmann
Marija Babić. | Foto: ©Tobias Zuttmann
Rade Đurić from the Independent Journalists’ Association of Serbia (NUNS) | Photo: © Tobias Zuttmann
Rade Đurić. | Foto: ©Tobias Zuttmann

A questo quadro si aggiunge un alto numero di casi non denunciati. Molte giornaliste, in particolare, tendono a non denunciare le molestie e gli attacchi subiti, nel timore che farlo le renda bersagli ancora più vulnerabili.

“Siamo arrivati al punto di renderci conto che ci servono più avvocati che persone dedite a sviluppare il giornalismo in sé”, aggiunge Đurić, scuotendo la testa. “Il che rende bene l’idea della situazione in cui ci troviamo”.

Tre anni fa la Nuns ha attivato una linea telefonica d’emergenza. I giornalisti che si sentono minacciati o che hanno bisogno di consulenza legale possono chiamare in qualsiasi momento. Da allora non passa quasi giorno senza una chiamata. In certi momenti, Babić e Đurić ne ricevono decine, come è accaduto in occasione delle elezioni amministrative di inizio anno.

Nel marzo 2026 diversi comuni serbi si sono recati alle urne per il rinnovo dei consigli cittadini e municipali. Per gran parte del paese la consultazione rappresentava un banco di prova fondamentale per misurare la tenuta delle proteste, in corso dal novembre 2024, contro il governo di Aleksandar Vučić e il suo Partito progressista serbo (Sns). Il voto è stato seguito con massima attenzione in tutta la Serbia e, sul campo, la tensione si è trasformata in violenza.

E le conseguenze sono state pesanti. Nei pressi del seggio 34 a Bor, nell’est del paese, un gruppo di sconosciuti ha teso un agguato a una troupe della stampa. Gli aggressori hanno iniziato a picchiare uno dei giornalisti e dopo essersi accorti che un altro li stava riprendendo si sono scagliati contro di lui. Il giornalista ha tentato la fuga ma gli aggressori lo hanno inseguito fino a un fiume poco distante e l’uomo è stato ripetutamente colpito, fino a riportare una frattura dello zigomo. Entrambi i giornalisti sono finiti in ospedale.

Intimidazioni e minacce sono state registrati anche in altri seggi dove diversi reporter sono stati colpiti con spray al peperoncino, inseguiti e pestati; mentre telefoni e telecamere venivano sottratti o distrutti e le gomme delle auto squarciate.

Un rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism pubblicato all’indomani della consultazione, è giunto alla conclusione che durante le elezioni in Serbia si sia verificato un livello di violenza contro la stampa talmente inedito “da rendere il paese uno dei luoghi più pericolosi al mondo [per i giornalisti] al di fuori delle zone di guerra attive”.

Quando l’attacco ai media è guidato dal governo

La violenza non comincia per strada: inizia molto prima. Ogni mese la Fondazione Slavko Ćuruvija pubblica un rapporto sul clima politico nei confronti della stampa, evidenziando come spesso siano gli stessi esponenti politici a incitare all’odio, insultando giornalisti e giornaliste e screditandone la credibilità. I media vicini all’esecutivo riprendono e amplificano questi attacchi, trasformando le testate d’inchiesta in bersagli sistematici.

La fondazione non dispone delle risorse necessarie per monitorare l’intero panorama mediatico e limita le proprie analisi ai tre tabloid più diffusi e alle dichiarazioni pubbliche di dieci figure politiche di spicco. Ciononostante, ogni mese si contano oltre 100 episodi di minacce contro i giornalisti. “Se avessimo i mezzi per tracciare ogni singola dichiarazione, sarebbero sicuramente migliaia”, afferma con convinzione Ivana Stefanović della fondazione.

Ivana Stevanović of the Slavko Ćuruvija Foundation | Photo: © Tobias Zuttmann
Ivana Stevanović | Foto: ©Tobias Zuttmann

Il presidente Aleksandar Vučić ha trasformato la lotta contro le testate d'opposizione in una questione prioritaria: lo scorso anno ha persino esercitato pressioni sulla magistratura affinché indagasse con maggiore severità sui media indipendenti. Non a caso Reporter senza frontiere lo definisce un “nemico della libertà di stampa”.

Vučić non esita a diffondere accuse infondate, sostenendo ad esempio che i giornalisti puntino a rovesciare il governo, mentre altri esponenti politici di alto livello li hanno definiti “terroristi”, “insetti” o “nazisti”. In più occasioni diversi reporter sono persino stati accusati di collaborare a un complotto per assassinare il presidente e la sua famiglia.

“Con questi attacchi la politica alimenta sistematicamente un clima di ostilità verso la stampa, normalizzando l’odio nei confronti di chi si occupa di giornalismo d’inchiesta”, spiega Stefanović. Per molti giornalisti che lavorano per testate indipendenti, le minacce di morte sono ormai una quotidianità con cui convivere.

“Il governo ha costruito una narrazione secondo cui il giornalismo sarebbe un mestiere sporco e chi lo pratica lavorerebbe sempre su commissione di qualche finanziatore e mai nell’interesse pubblico”, aggiunge con rammarico Stefanović. Nell’ultimo sondaggio del Reuters Institute, i cittadini serbi risultano tra i più diffidenti nei confronti dell’informazione, con appena il 22 per cento che dichiara di fidarsi dei media e quasi due terzi che teme la diffusione di informazioni false o distorte.

La fondazione che monitora questa deriva porta il nome di Slavko Ćuruvija, giornalista assassinato a colpi di pistola nel 1999 davanti alla sua abitazione di Belgrado per le sue opinioni critiche verso il governo e l’apparato statale. La sua morte è da allora diventata il simbolo della fragilità della libertà di stampa in Serbia.

Ci sono voluti più di vent’anni per giungere a una prima condanna dei presunti responsabili, spazzata via nel 2023 dall’assoluzione pronunciata dalla Corte d’appello. Nonostante la Corte suprema abbia successivamente riscontrato gravi irregolarità nel verdetto, la sostanza non è cambiata: a oggi nessuno è stato condannato in via definitiva per l’omicidio.

A plaque at the scene of the crime in Belgrade commemorates the murdered journalist Slavko Ćuruvija. | Photo: © Tobias Zuttmann
Una targa commemorativa rende omaggio al giornalista assassinato Slavko Ćuruvija. | Foto: ©Tobias Zuttmann

Secondo Stefanović, l’impunità per i crimini commessi contro la stampa continua a rappresentare una costante. Nel 2025 la procura serba ha avviato indagini su 140 casi di aggressione ai danni di giornalisti e giornaliste, ma finora le condanne sono state soltanto tre.

Eppure, pur riscontrando diverse analogie con la drammatica situazione degli anni Novanta, Stefanović nota una differenza: finora nessuno ha perso la vita. “Almeno non ancora”, afferma battendo il pugno tre volte sul tavolo di legno davanti a sé. “Ma considerato il clima attuale, forse è solo questione di tempo”.

La stampa allineata al governo

Ci sono tuttavia professionisti del settore che riescono a lavorare senza subire pressioni.

In Serbia operano due emittenti radiotelevisive pubbliche, considerate strettamente vicine al governo. Sono  finanziate attraverso il canone, ma attingono anche a introiti pubblicitari e a fondi statali. Inoltre, attraverso le procedure di nomina dei vertici, l’esecutivo esercita un’influenza determinante sulla loro gestione. A questo si aggiunge una vasta rete di media privati, per la maggior parte di proprietà di sostenitori del governo o dei loro familiari. Secondo gli esperti, circa il 90 per cento del panorama mediatico è di fatto sotto il controllo statale.

“I media filogovernativi fanno parte di un sistema costruito dal governo per intimidire chiunque la pensi diversamente o ponga domande scomode”, spiega Ivana Stefanović. Chi manifesta pubblicamente il proprio dissenso diventa bersaglio di campagne diffamatorie condotte dalle testate vicine all’esecutivo.

È quanto accaduto a Nikolina S., studentessa arrestata durante una manifestazione nell’agosto del 2025. La giovane ha in seguito denunciato di essere stata picchiata da un funzionario di polizia e di aver subito minacce di violenza sessuale; accuse tuttavia smentite dal ministero dell’Interno. Quando l’indignazione dell’opinione pubblica ha costretto anche i media filogovernativi a trattare il caso, questi lo hanno fatto pubblicando però uno scatto intimo della ragazza. Nikolina S. ha cercato di agire per vie legali per fermare la gogna mediatica ma le immagini, ormai diffuse in rete, non possono più essere rimosse.

Sebbene godano di una fiducia nettamente inferiore rispetto alla stampa indipendente, i media filogovernativi rappresentano un pilastro fondamentale per influenzare l’opinione pubblica. E così l'esecutivo li premia garantendo loro un accesso esclusivo a fonti e notizie, oltre a sostenere le loro attività con ingenti finanziamenti.

Budget pubblicitari e sussidi statali per la stampa

Per molte testate locali la situazione è ben diversa. Spesso dispongono di risorse appena sufficienti per arrivare al mese successivo. “Riescono a malapena a restare a galla”, osserva Ivana Stefanović.

Questa perenne lotta per la sopravvivenza ha messo in secondo piano ogni prospettiva di sviluppo: stare al passo con le nuove tendenze, acquisire competenze aggiornate o formare giovani leve sono attività per cui manca ormai la capacità operativa. Una singola causa legale può decretare il crollo finanziario di una redazione perché i fondi non bastano nemmeno per coprire le spese legali. 

“In Serbia è estremamente facile essere citati in giudizio per qualsiasi cosa”, avverte Rade Đurić della Nuns, evidenziando il recente aumento delle cosiddette Slapp (Strategic against Public Participation), azioni legali strategiche nate con l’obiettivo di mettere a tacere le voci critiche.

“Per ogni inchiesta che pubblichiamo, veniamo minacciati di querela”, racconta Bojan Elek del portale investigativo Krik all’International Journalists’ Network.

Fare giornalismo d’inchiesta è diventato un lusso per pochi, anche perché sono prevalentemente i media filogovernativi a beneficiare dei generosi budget pubblicitari pubblici. Perfino gli inserzionisti privati, nel timore di ripercussioni sulle proprie attività commerciali, evitano di investire in spazi pubblicitari sulle testate indipendenti.

A questo si aggiunge un sistema opaco di fondi nazionali e regionali, distribuiti tramite bandi pubblici. Nati circa una decina d’anni fa a seguito di un’ampia riforma del settore che ha vietato a comuni e Stato di possedere o finanziare in modo permanente le proprie testate, questi contributi consentono ai media di fare domanda di erogazione fondi su base concorsuale.

Sulla carta, il meccanismo dovrebbe sostenere contenuti di interesse pubblico. Ogni anno vengono così assegnati in tutto il paese, tramite vari bandi, finanziamenti per circa 1,5 miliardi di dinari, l’equivalente di circa 13 milioni di euro. In teoria, questo dovrebbe agevolare soprattutto le piccole realtà editoriali e le redazioni impegnate in inchieste complesse e onerose.

Nella pratica, tuttavia, i fondi sono diventati un ulteriore strumento con cui il governo premia i media che forniscono una copertura a lui gradita. A Belgrado, ad esempio, lo scorso anno, la maggior parte dei finanziamenti è andata proprio a quei tabloid che avevano violato ripetutamente il codice deontologico.

In alcuni casi, gli stessi bandi sembrano costruiti su misura per favorire realtà vicine al potere. Un’inchiesta di Balkan Insight pubblicata a febbraio ha rivelato che un bando indetto della provincia di Vojvodina richiedeva una dotazione tecnica, estremamente dettagliata, con l’esatto numero di fotocamere, videocamere e droni e persino specifiche rigide sul peso delle apparecchiature e sulla massima velocità di volo dei droni.

Altri criteri, come l'esperienza nelle riprese e nel montaggio video, erano requisiti del tutto omessi. Casualmente, la sorella di Nemanja Starović, ministro per l’Integrazione europea, disponeva proprio di quell’attrezzatura specifica e, in quanto unica candidata, ha ottenuto il finanziamento per il suo portale di notizie Gradske.info.

Smantellamento della libertà di stampa

Non è un segreto che gli ultimi media indipendenti, capaci di resistere a pressioni economiche, ingerenze politiche, disparità di mercato, querele e attacchi, rappresentino una spina nel fianco per il governo.

La scorsa estate sono emersi i primi segnali del tentativo da parte del governo di estendere ulteriormente il proprio controllo sui media indipendenti superstiti. All’epoca, un portale investigativo ha reso pubblica la registrazione di conversazione intercettata tra Vladimir Lučić, amministratore generale  della compagnia statale Telekom Srbija e Stan Miller, della United Group, proprietaria di testate indipendenti come N1 e NovaS.

Nella telefonata i due discutono di un possibile ridimensionamento e di un riassetto politico del settore media del gruppo. La telefonata suggerisce inoltre che il presidente Vučić pretendesse la rimozione della direttrice del settore stampa. “Ho saputo che il presidente l’ha chiamata ed è molto contrariato”, si sente dire a Miller nella registrazione. “Farò tutto il possibile per aiutarla”.

The Belgrade skyline | Photo: © Tobias Zuttmann
Belgrado. | Foto: © Tobias Zuttmann

La United Group ha poi confermato l’autenticità della registrazione, precisando tuttavia che le affermazioni fossero state decontestualizzate. Qualche mese dopo, la direttrice citata nella conversazione è stata effettivamente licenziata.

Dopo settimane di trattative, a fine maggio, la United Group ha ceduto le proprie testate al gruppo di investimento Alpac Capital, guidato da figure vicine all’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán. La società, già proprietaria della rete Euronews, era finita al centro di polemiche per presunti condizionamenti da parte di ambienti della destra conservatrice. Uno scenario che rischia ora di ripetersi in Serbia?

Il giorno dell’annuncio della cessione ha scatenato un’ondata di proteste nel paese. I nuovi proprietari parlano di una normale operazione di mercato e assicurano che manterranno il rispetto dell’indipendenza giornalistica, ma la promessa solleva forte scetticismo.

“I tentativi di Vučić nei confronti di United Group dimostrano che non tollera alcuna voce critica, per quanto piccola possa essere e per quanto limitati siano il suo raggio d’azione e la sua influenza”, afferma Ivana Stefanović. “È in corso una guerra totale contro l’informazione”.

Se la situazione continuerà di questo passo, avverte la ricercatrice, intere regioni della Serbia rischiano di trasformarsi in deserti informativi. “Anche su temi cruciali della vita quotidiana, quali sanità, inflazione, corruzione, mancheranno notizie attendibili. Ciò comprometterà la partecipazione democratica e l’esercizio del voto, spianando la strada a qualsiasi forma di manipolazione”.

Eppure, nonostante il quadro sconfortante, Marija Babić, Rade Đurić e Ivana Stefanović non intendono arrendersi. Credono che il governo abbia sottovalutato un fattore decisivo, qualcosa che continua a sorprenderli a dare loro speranza: per molti giornalisti il lavoro non è solo una professione, ma una vera e propria vocazione.

L’associazione Nuns stimava un calo degli iscritti e il progressivo disinteresse da parte delle nuove generazioni. È accaduto l'esatto contrario. “L’impatto positivo dei giovani giornalisti sull’informazione attuale è incredibile. Riescono a documentare momenti preclusi ai grandi media, mostrando al mondo al mondo la realtà dei fatti”, osserva Babić.

Anche le piccole testate resistono. Diversi giornalisti locali hanno dovuto cercare un secondo impiego per arrivare a fine mese ma continuano a gestire i propri siti d’informazione a fine giornata, nel tempo libero. “A volte non sappiamo davvero come facciano”, ammette Đurić. “Eppure sopravvivono”.

Finché ci saranno giornalisti disposti ad andare avanti nonostante le avversità, neppure chi li sostiene farà un passo indietro. “Continueremo a batterci per loro”, conclude Đurić.

👉 L'articolo originale su Jádu.
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