Cinquecento anni di crisi

I problemi del paese sono cominciati ben prima della bolla immobiliare: il pensiero antieconomico è stato una costante nazionale fin dai tempi della Reconquista.

Pubblicato il 1 Giugno 2012 alle 16:29

Che cosa c’è che non va con la Spagna? Ai tempi delgoverno di José María Aznar (1996-2004), la Spagna ha rappresentato l’ascesa della quintessenza dell’Ue. Centocinquanta miliardi di euro in aiuti strutturali piovvero da Bruxelles nella quarta economia più grande della zona euro.

Ma invece che di fabbriche fiorenti, le brulle terre di Andalusia e Castiglia si sono riempite di progetti a metà, abbandonati, rimasti lì come le rovine di castelli dell’epoca del Cid. Sia gli uni che gli altri rivelano un modello sociale antieconomico che ha contraddistinto la Spagna per mezzo millennio.

In tempi moderni la Spagna ha sperimentato un isolamento autoimposto, terminato soltanto negli anni sessanta, quando il dittatore Francisco Franco ha aperto le frontiere ai turisti. La Spagna è così entrata con passo malfermo nell’era moderna, “accalorata e frettolosa come l’ospite che arriva in ritardo a un banchetto e si abbuffa per recuperare il tempo perduto”, scrisse Juan Goyrtisolo nel suo saggio del 1969 La Spagna e gli spagnoli, quanto mai attuale ancora oggi.

Dopo vent’anni, e con la stessa fretta, la Spagna ha iniziato a distribuire la manna caduta dal cielo sotto forma di aiuti strutturali dell’Ue. Tuttavia, invece di investire in una società produttiva, ha voluto entrare a far parte dell’Ue prima possibile, modernizzarsi – e ciò ha voluto dire, sopra ogni altra cosa, apparire moderna. I soldi sono stati incanalati nel mercato immobiliare. In un primo tempo ciò è stato fatto con oculatezza, ma in seguito – per la politica ultraliberale di Aznar per i terreni – con frenesia.

Il trionfo del pensiero anti-economico, tuttavia, era iniziato già nel 1492. La Spagna non soltanto aveva scoperto l’America, ma aveva anche sconfitto le ultime vestigia del potere arabo a Granada, e nei secoli seguenti avrebbe espulso dal suo territorio musulmani ed ebrei. Questi due gruppi etnici erano entrambi molto attivi nei commerci. La nobiltà spagnola, invece, detestava il lavoro che per un bizzarro codice d’onore gli era precluso, e vedeva nelle armi l’unico compito affidatole da Dio.

La ricchezza delle colonie scivolava tra le loro mani come oro liquido. L’Europa centrale si arricchì con l’oro degli incas, mentre la nobiltà spagnola la dissipò tutta in rovinose proprietà, e nacquero i latifondi.

Per tre secoli l’Inquisizione diede accanitamente la caccia all’eresia in qualsiasi cosa sembrasse produttiva. Chi si dedicava alla ricerca, ad armeggiare con qualcosa, a leggere, correva il rischio di finire sul rogo.

Finita l’Inquisizione, l’avversione al progresso sopravvisse nel cattolicesimo nazionalista spagnolo e il laicismo non riuscì ad affiorare. Soltanto nel Paese Basco e in Catalogna si costruirono alcune infrastrutture industriali. Si vollero creare collegamenti e allo stesso tempo impedirli. Si abbozzò una rete ferroviaria, ma con uno scartamento differente da quello francese, così da non avvicinarsi troppo all’Europa. E da allora divenne comune dire che l’Europa finiva ai Pirenei.

Nel XIX secolo apparve un accenno di classe media dinamica, mercantile, in grado di capire qualcosa di politica, insieme a un movimento anarchico che fu molto più forte in Spagna che da qualsiasi altra parte al mondo. Quel movimento ha ripreso vita oggi, sotto le spoglie del movimento degli indignados che si riuniscono alla Puerta del Sol di Madrid, i cui affiliati sono uniti dallo sdegno nei confronti del capitalismo, ma incapaci di dar vita a un movimento coeso.

L’anarchismo, trionfante negli anni trenta, fu soffocato dai ribelli di Franco nella Guerra civile. Sotto Franco la Spagna si trovò ancora una volta proiettata nell’Inquisizione. Per mantenere la pace dopo la guerra, Franco favorì di proposito la paralisi, l’immobilità assoluta. Con aiuti finanziari e incentivi immobiliari, rese la maggior parte degli spagnoli proprietari di un’abitazione e spianò così la strada per il boom speculativo che sarebbe seguito.

Oltre i Pirenei

Se riuscì a superare il caos politico che era subentrato alla fine della dittatura nel 1975 dando vita a una società permissiva, la Spagna mantenne però un’economia ferma alla fine del Medio Evo. Molti giornali e blog spagnoli sono tuttora dominati da una retorica autoreferenziale e da una timida baraonda di parte. Il campanilismo ha impedito agli abitanti di Castiglia e Andalusia di guardare troppo da vicino i baschi e i catalani, che producevano molto, mentre questi ultimi si sono rifiutati di condividere i loro talenti con il resto del paese.

Per gli spagnoli, scrive Goytisolo, portare a termine un compito è più importante per il coinvolgimento personale che per quello che ci si guadagna. Ma i mercati anglosassoni, dominati dalla fredda efficienza protestante, non lasciarono alla Spagna il tempo di trarne vantaggio dal punto di vista commerciale. L’indispensabile conversione a un’istruzione orientata alla pratica e alla ricerca è ora ostacolata dall’austerity.

Finché l’Europa esiterà ad abbattere il confine dei Pirenei tramite aiuti mirati alla modernizzazione del sistema economico e dell’istruzione, la Spagna dovrà appoggiarsi a una caratteristica nazionale che, secondo Goytisolo, ha sempre arrestato la sua ascesa: la frugalità. Gli spagnoli sanno che cosa vuol dire sopravvivere a una crisi: lo stanno facendo da cinque secoli.

Dalla Spagna

Abbiamo rubato il futuro ai nostri figli

“In tempi di vacche magre ci accorgiamo delle dimensioni del disastro, la cui responsabilità ricade sulle nostre spalle”, scrive Isabel San Sebastián su Abc. Le spalle dei “leader degli ultimi trenta anni e anche di chi ha accettato, per azione o omissione, in un triste silenzio ignorante o complice, il modello che ci hanno imposto”. Secondo San Sebastián

Ci siamo comportati come se sotto la Spagna ci fosse un enorme giacimento di petrolio, anche se siamo un paese povero. La crescita spettacolare degli ultimi anni si è basata sul credito e sui generosi finanziamenti europei, non sulla nostra capacità reale di pagare le fatture delle autostrade, dell’alta velocità, delle università e degli equipaggiamenti all’avanguardia predisposti per la gloria degli inauguratori di turno. […] Da Bruxelles ci chiedono, come condizione “sine qua non” per continuare a finanziarci, di controllare la spesa delle regioni, ormai diventate un pozzo senza fondo. Ma chi metterà il sonaglio al gatto?

Stiamo vivendo sulla punta di un colossale iceberg fatto di ladrocini, bugie, cattiva gestione e corruzione. Le casse di risparmio sono state trasformate nel covo di Alí Babá e i quarantamila ladroni, ben noti a tutti i partiti politici e sindacati che hanno messo le mani nelle loro tasche. […] Questa crisi non si risolverà in un anno, e nemmeno in cinque. È qui per restare, perché il danno inferto alla credibilità di questo paese e alle sue possibilità di crescere è immenso. Questo significa che abbiamo rubato il futuro ai nostri figli.

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