Comandare senza farsi notare

Angela Merkel è riuscita a convincere la Francia a sostenere la modifica del trattato di Lisbona. Ma la sempre più evidente egemonia politica ed economica della Germania comincia a preoccupare i paesi periferici. Per rassicurarli la cancelliera deve imparare a dissimulare il suo potere.

Pubblicato su 27 Ottobre 2010 alle 14:49

È sempre utile ascoltare attentamente Angela Merkel. In Germania i concorrenti della Kanzlerin lo sanno bene, e anche nel resto d’Europa le sue parole non finiscono al vento: la cancelliera tedesca sa quello che dice. Quando la primavera scorsa, subito dopo il salvataggio della Grecia, Merkel aveva detto che non avrebbe più consentito una crisi del genere e che avrebbe spinto per una modifica del trattato di Lisbona, andava presa in parola.

Adesso è riuscita a coinvolgere il presidente francese Sarkozy nel suo piano. Anche se tutto il resto d’Europa si accende d’indignazione Merkel otterrà la modifica, perché altrimenti le cose non vanno. Il passo è necessario, questo è evidente, e probabilmente se ne accorgeranno nei prossimi giorni anche tutti i ministri degli esteri e i parlamentari europei.

Nel 2013 finiscono le garanzie finanziarie che gli stati europei avevano messo a disposizione per proteggere la moneta comune – e la Germania, impugnando il diritto costituzionale, vuole sottrarsi ad un rinnovamento o addirittura a un’istituzionalizzazione di questo fondo di garanzia. Ciò significa che presto gli speculatori si lanceranno sugli stati indebitati del sud dell’Europa. Deve essere creato quindi un meccanismo di crisi che consenta una liquidazione corretta dei debiti, soprattutto nel rispetto dei creditori. In altre parole: gli specultaori devono pagare per i danni causati.

Rimane da capire se questo meccanismo di crisi dovrà passare sopra al diritto di voto degli stati membri, con una mortificazione delle procedure democratiche dell’Unione, se sarà approvato con un referendum come le modifiche del trattato o se si troveranno altre strade ancora. Anche Merkel sa che è meglio non richiamare alle urne i francesi o gli irlandesi. E probabilmente anche in Germania un referendum non avrebbe molto successo.

Questi in sostanza gli argomenti, difficili da controbattere. Che ne è invece dello stile politico? Che dire della convinzione della maggioranza degli stati europei – anche questa difficile da confutare – che ancora una volta il direttorio franco-tedesco tiene le redini dell’Europa? O forse è solo che la troppo potente e troppo forte Germania, gigante della crescita e campionessa delle esportazioni, svolge il suo ruolo egemone al centro del continente?

La trappola dell’egemonia

Le reazioni del governo del Lussemburgo e del Parlamento europeo dimostrano che la cancelliera, in parte suo malgrado, è davvero caduta nella trappola del ruolo egemonico. L’Europa versa in una pericolosa condizione economica. Non è tanto una questione di divario est-ovest o nord-sud. È piuttosto il centro che si stacca sempre più dalla periferia. È la Germania che sviluppa una forza magnetica, alle spese dei vicini. Se questo paese, oltre alla sua insuperabile potenza economica, rivendica per sé anche una preminenza politica, allora si sta creando da solo degli oppositori.

Il vecchio cancelliere Helmut Kohl racconta di essersi sempre inchinato due volte di fronte al tricolore francese. L’ex ministro degli esteri Joschka Fischer ha speculato filosoficamente sulla dialettica politica europea: la Germania deve comandare, senza che nessuno se ne accorga. E Angela Merkel? Tira dritta per la sua strada, secondo la direzione tracciata dalle sue parole. Per i paesi alla periferia dell’Europa la situazione è quasi insopportabile, perché si sentono ancora più deboli: non solo la forza economica tedesca è inarrivabile, ma anche le regole del gioco si scrivono a Berlino. Merkel non si deve limitare a parlare chiaro, deve anche ascoltare con attenzione. Nell’arco di sei mesi ci si può imporre due volte contro il volere della maggioranza e averne ragione. Alla terza scatta la rivolta. (traduzione di Nicola Vincenzoni)

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