L'abbassamento del rating della Francia da parte di Standard & Poor's è al tempo stesso una non notizia e un trauma politico. Si tratta di una non notizia perché per i più grandi investitori, i veri destinatari di questi rating, la Francia già non faceva più parte dei grandi stati sovrani europei, dei paesi più affidabili. Da molti mesi i costi che Parigi è costretta ad affrontare per prendere denaro in prestito sui mercati internazionali sono più alti rispetto a quelli pagati da Berlino.

La perdita della tripla A, già scontata dai mercati, non è di per sé una catastrofe economica. Prima di tutto solo una delle tre agenzie mondiali di rating ha deciso di mettere la Francia in serie B. Inoltre la perdita del rating migliore non porta necessariamente e immediatamente all'apocalisse, gli Stati Uniti hanno perso la tripla A in agosto e continuano a ottenere prestiti a buon mercato. Ma grazie al dollaro la prima potenza economica mondiale beneficia di vantaggi che la Francia non ha.

La decisione di Standard & Poor's avrà tuttavia delle conseguenze sul costo del finanziamento in Francia – lo stato, i suoi istituti e le collettività locali pagheranno più cari i loro prestiti. Anche la gestione macroeconomica del paese sarà più difficile. Ma la Francia è passata da una notazione di 20 su 20 a 19 su 20, e rimane quindi, come dice il governo, un valore sicuro.

Tuttavia questa decisione, per quanto prevedibile, rappresenta un vero e proprio elettroshock politico: sanziona in modo chiaro e netto la politica economica francese degli ultimi anni, in particolare quella del capo dello stato, che aveva fatto del mantenimento della tripla A il suo obiettivo principale. Nicolas Sarkozy si è reso conto troppo tardi della necessità di ridurre il deficit e l'indebitamento.

Ma la cosa più grave è un'altra, e cioè la divisione dell'Europa che le decisioni di Standard & Poor's mettono in evidenza. Oggi nella zona euro esistono di fatto due Europe. Da un lato l'Europa del nord, i paesi attenti ai loro conti pubblici e che dispongono di un reale potenziale di crescita. La Germania, che non è stata degradata, ne rappresenta il nucleo centrale. Dall'altro l'Europa del sud, i cui stati sono in grandi difficoltà finanziarie e che mostrano prospettive di crescita molto modeste. Degradata insieme alla Spagna e all'Italia, la Francia fa ormai parte di questa seconda Europa.

Parigi si troverà indebolita nei futuri negoziati con Berlino. Le agenzie di rating non avevano gradito l'aggressività di Sarkozy nei loro confronti durante la crisi dei subprime, e forse adesso si prendono in parte la loro rivincita. Ma anche la sinistra non ha molte ragioni per rallegrarsi di questa situazione. I tempi saranno duri, molto duri, per chi vincerà il 6 maggio [il secondo turno delle elezioni presidenziali]. E l'euro rischia di esserne la principale vittima.