È una delle zone d'ombra della storia recente della Francia, una di quelle ferite non rimarginate che alimentano guerre ideologiche e anatemi, un argomento che infiamma regolarmente gli intellettuali, i politici e i militanti. Il tutto si può riassumere in una domanda, semplice e terribile al tempo stesso: la Francia ha una parte di responsabilità nel genocidio ruandese che ha fatto 800mila morti in un mese?

Quasi diciotto anni dopo la questione rimane oggetto di violente controversie, che la dicono lunga tanto sul genocidio del 1994 quanto sulle divisioni politiche interne alla Francia.

Quale avvenimento recente ha suscitato posizioni così radicali, rancori personali e un simile furore verbale? Né la Bosnia né il Kosovo. Bisogna probabilmente risalire alla guerra d'Algeria o alla questione palestinese per trovare accuse di una tale gravità, una tale distanza fra i due schieramenti, quello dell'"anti-Francia" e della "Francia eterna".

Il crimine e l'accusa sono così gravi che alcune persone sembrano aver perso la ragione nella loro ricerca di una verità definitiva: giornalisti e militanti trasformati in investigatori di polizia, giudici che si prendono per storici, storici che si trasformano in giornalisti investigativi. Ci si può chiedere se il Ruanda ha il potere di far impazzire la gente.

Il problema è l'ossessione di alcuni di far coincidere la verità storica con le proprie convinzioni personali. La questione di una "complicità" francese nel genocidio, anche se costituisce l'elemento principale di questa controversia, si è da tempo trasferita su un altro punto, spettacolare ma emblematico, dello stesso genocidio: chi ha abbattuto, il 6 aprile 1994, l'aereo del presidente ruandese di etnia hutu Juvénal Habyarimana? Come se questo evento, definito da alcuni l'elemento "scatenante", avesse finito per prendere il posto del genocidio.

L'inchiesta giudiziaria condotta dal giudice francese Marc Trévidic sull'episodio che ha segnato l'inizio del genocidio dei tutsi, è forse a una svolta decisiva. Infatti nel 2006 il giudice Jean-Louis Bruguière, che non si è mai recato in Ruanda, aveva indicato come autore dell'attentato Paul Kagame, capo dei ribelli tutsi in Uganda e oggi presidente del Ruanda. Ma la perizia condotta a Kigali dal giudice Trévedic, che ha preso il posto di Bruguière, sembra incriminare il campo avverso. Secondo il suo rapporto reso pubblico il 10 gennaio, gli estremisti hutu avrebbero ucciso il loro stesso presidente, sospettato di aver accettato di spartire il potere con il campo avverso in occasione di un vertice ad Arusha, in Tanzania, da dove rientrava quel 6 aprile 1994.

Le due "verità" giudiziarie, diametralmente opposte, riflettono le tesi inconciliabili sostenute dai due campi del dibattito pubblico francese. La controversia comprende la questione del legame fra l'attentato e il genocidio. Curiosamente l'attenzione su questo incidente aereo, che ha fatto 12 vittime, ha quasi finito per mettere in secondo piano il massacro di 800mila persone.

Anche se gli storici hanno stabilito che lo sterminio della minoranza tutsi era stato preparato (creazione di liste, appelli radiofonici all'eliminazione, formazione di milizie radicali hutu), i sostenitori della tesi del giudice Bruguière tendono a fare dell'attentato la causa principale, se non unica, dei massacri che sarebbero cominciati "in reazione" a questo avvenimento.

In modo impercettibile il mistero dell'attentato si è trasformato nel mistero sugli autori del genocidio. Convinti della colpevolezza di Paul Kagame nell'uccisione del presidente, quelli che rifiutano di mettere in discussione la Francia lo indicano come il responsabile del genocidio del proprio popolo.

L'attuale presidente avrebbe sacrificato i tutsi per conquistare il potere, come spiega il giudice Bruguière nella sua decisione del novembre 2006, che usciva dal quadro giudiziario per sviluppare un'analisi storica degna di un pamphlet politico.

Gli ufficiali francese impegnati in Ruanda e i loro riferimenti politici e mediatici, come Bernard Debré, Hubert Védrine o Pierre Péan, detestano l'attuale governo di Kagame. E non hanno molto apprezzato la decisione di Nicolas Sarkozy, spinto dal ministro degli esteri Bernard Kouchner, di riallacciare i rapporti con il presidente ruandese, ammettendo a Kigali nel febbraio 2010 "errori di valutazione, errori politici".

La sindrome di Fashoda

Queste due "versioni della storia" hanno finito per definire due schieramenti inconciliabili, entrambi portatori di una visione del ruolo e del posto della Francia in Africa, nel mondo e nella storia. Fatte le debite proporzioni, il caso ruandese evoca la guerra d'Algeria e solleva degli interrogativi simili: l'articolazione fra lo stato repubblicano e l'esercito; la trasformazione eufemistica di una vera e propria guerra coloniale in "operazioni di mantenimento dell'ordine" (Algeria) o in "sostegno a un regime amico attaccato dai ribelli" (Ruanda); la rivalità con gli anglosassoni sul continente africano, più nota sotto il nome di "sindrome di Fashoda", a causa dell'incidente diplomatico avvenuto nel 1898 in Sudan e considerato il simbolo dell'umiliazione della Francia da parte della Gran Bretagna.

Queste tragedie umane hanno in comune il fatto di aver rappresentato una grave perdita di influenza di Parigi in una delle sue zone strategiche. Per schematizzare, gli anti-Kagame riuniscono i sostenitori di una Francia civilizzatrice e senza colpe, assediata dall'imperialismo anglosassone, incaricata di una missione speciale in Africa. I sostenitori della responsabilità della Francia nel genocidio ruandese insistono invece sulla tradizione repressiva del suo esercito, dall'Indocina al Ruanda passando per l'Algeria e il Camerun, e sulla compiacenza della sua classe dirigente nei confronti del colonialismo e del suo rappresentante contemporaneo, la Françafrique.

Queste controversie riflettono inoltre una forte preferenza, per delle "verità" semplici. Ma questo paesaggio caotico è anche molto legato al carattere controverso dell'inchiesta giudiziaria sull'attentato di Kigali. Di conseguenza su questo punto sarebbe bene che una verità obiettiva fosse stabilita dal giudice Trévidic. Ma basterebbe a liberare la Francia, i suoi politici e i suoi eserciti da un dovere di trasparenza su quest'altro "passato che non passa"?