Gli italiani e gli spagnoli sono pigri e poco affidabili, i greci sono furbi. Di norvegesi e danesi meglio non parlarne neanche. Quando ero giovane, pregiudizi del genere servivano a definire una nazionalità. Poi sono stati banditi, ma ecco che paradossalmente sembrano tornare di prepotenza in Europa.

Il merito è della situazione economica nell'Europa meridionale. E questo "merito" non è solo ironico: forse vale la pena ricordare agli europei che continuano a disinteressarsi gli uni degli altri, che sono rimasti degli stranieri, nonostante i decenni di grandi discorsi e di professioni di fede nei confronti di una comunità europea della quale facciamo fatica a dichiararci – emotivamente e razionalmente – convinti sostenitori.

La diversità europea può anche essere pittoresca, ma se si mette in evidenza quello che ci distingue e non quello che ci unisce, la situazione può degenerare. Le due guerre mondiali che hanno segnato l'Europa ne sono una prova più che sufficiente. Una volta tornata la pace, si è messo l'accento su punti di contatto. L'Europa è stata messa in primo piano a spese degli stati nazione, e dotata di un obiettivo operativo: non arrivare mai più alla guerra.

Questo obiettivo semplice e trasparente ha funzionato così bene e a lungo che oggi i giovani europei alzano le spalle al pensiero: per loro la pace è qualcosa di naturale. La guerra la vedono in televisione e l'immaginano lontana. Neanche i conflitti che hanno infiammato i Balcani nel ventesimo secolo sembrano aver scosso la loro convinzione che la guerra sia una cosa che succede "laggiù" e non "qui". Tuttavia, la pace è l'unico ideale che l'Europa è riuscita a trovare.

Prendere l'aereo a prezzo ridotto, telefonare a tariffe più basse, evitare le file d'attesa ai valichi di frontiera, studiare o avviare un'attività commerciale all'estero più facilmente, mangiare la pizza nel nord della Svezia e il salmone in Sicilia sono tutti grandi progressi che possono essere attribuiti alla cooperazione europea. Ma non bastano a dare agli svedesi o ai siciliani una vera identità europea.

Serve una nuova catastrofe?

La caduta del comunismo e l'allargamento a est avrebbero potuto dare all'Europa un nuovo obiettivo operativo. Poteva essere un'occasione storica. Più di 100 milioni di europei avrebbero avuto la possibilità di vivere in un'Europa fondata su dei principi democratici. Ma se questa comunità non appare loro come un'evidenza, o come un oggetto di desiderio (da cui il comunismo la ha esclusa come una semplice parentesi), allora vuol dire che la situazione è veramente difficile.

Oggi mi sembra che ci disinteressiamo degli europei dell'est così come ci siamo sempre disinteressati degli europei del sud, e viceversa. Oggi gli europei dell'ovest associano probabilmente questo allargamento a est più alla corruzione e alla criminalità che a un'opportunità. Quello che è certo è che gli europei di oggi sono meno attaccati alla pace degli europei di ieri. Così l'obiettivo fornito dall'allargamento non è né operativo né unificante per l'Europa. Ma allora, con cosa sostituirlo?

Come tutti sanno, la guerra è la madre di tutto: l'Europa che conosciamo è nata da una catastrofe, ed è questa la ragione per cui la pace era l'unico obiettivo possibile. Forse ci vorrà una nuova catastrofe per potere nuovamente definire un obiettivo comune. Questo significherebbe però accettare la situazione attuale come fosse la normalità: un'Europa profondamente divisa e chiusa in sé stessa, che si è riunita solo per necessità – e chissà per quanto ancora – e alla quale le élite politiche, più impaurite che determinate, hanno dichiarato il loro attaccamento, mentre ai cittadini ispira una grande indifferenza.

Così un greco rimane un greco, cioè un ladro; un tedesco è un tedesco, cioè un nazista e un criminale di guerra; e uno svedese è un autista marginale, che sa tutto meglio di chiunque altro. Sotto una vernice europea sempre più screpolata – un'Europa dotata di bandiera e di inno – tutte le nostre singolarità, differenze e particolarità storiche sembrano inalterate. E poiché nessuno si è preoccupa di sottoporle al filtro dell'analisi, rischiano di riprendere la forma del pregiudizio. Ed ecco dove ci troviamo oggi: dopo qualche notte greca senza stelle, i bei discorsi hanno lasciato il posto al sarcasmo. (adr)