Dibattito: No all’Europa dei fronti!

4 luglio 2013 – El País (Madrid)

Secondo lo scrittore spagnolo, la costruzione di un fronte latino capace di tenere testa al suo potente rivale del Nord guidato dalla Germania è un’idea semplicistica e rimanda al nazionalismo della vecchia Europa.

È un’evidenza: da qualche tempo l’euroscetticismo è sempre più presente in Europa. In Gran Bretagna David Cameron promette per il 2017 un referendum sull’adesione del paese all’Ue; in Italia Beppe Grillo propone di uscire dall’euro; in Francia Marine Le Pen suggerisce a sua volta un referendum per abbandonare l’euro e l’Ue.

Anche stati come la Spagna, fino a poco tempo fa favorevoli all’Ue, osservano che la fiducia negli effetti positivi di un’Europa unita comincia a venire meno. Ci si può chiedere se questa disaffezione generale riguardi il concetto stesso di Europa unita o solo il modo in cui si unisce l’Europa.

In ogni modo è innegabile che il fenomeno esiste e che sta assumendo un carattere sempre più vasto. È incredibile: all’inizio degli anni 2000, quando inauguravamo l’euro e non c’era ombra di crisi economica, tutti concordavano nel dire che l’Ue era la grande potenza del Ventunesimo secolo. All’epoca tutti vi volevano aderire e adesso è l’esatto contrario.

La crisi economica minaccia di distruggere la migliore idea politica di tutta la storia europea. In realtà questa crisi non è economica (o non solo) ma soprattutto politica, e non ha le sue radici in Europa. Ma non importa, perché si fa caso solo al numero crescente di europei convinti che l’Ue sia responsabile di questa difficile situazione.

In un certo senso è logico, visto che è naturale rigettare la colpa sugli altri. E come i catalani, che hanno scoperto fino a che punto è piacevole attribuire alla Spagna tutti i loro mali (così da evitare di assumersi le proprie responsabilità), così gli europei scoprono fino a che punto è piacevole fare lo stesso con l’Europa unita.

In questo contesto qualche intellettuale cerca di offrire altre soluzioni alla stessa Ue. L’ultimo (o il penultimo) che ha fatto delle proposte è Giorgio Agamben. In un articolo pubblicato su Repubblica [e Libération], ha criticato il fatto che l’Ue sia stata formata senza preoccuparsi dei legami culturali, ma solo su basi economiche.

Per lui questa scelta sta rivelando oggi tutta la sua fragilità, in particolare dal punto di vista economico. La presunta unità ha finito per accentuare le differenze, imponendo così a una maggioranza più povera gli interessi di una minoranza più ricca – interessi che sono spesso quelli di un’unica nazione (la Germania).

Agamben cerca una soluzione alternativa a questo “errore” interessandosi a un’idea formulata nel 1947 da Alexandre Kojève. Questo filosofo proponeva un’unione latina, una comunità guidata dalla Francia che avrebbe unito da un punto di vista politico ed economico le tre grandi nazioni latine (la Francia, l’Italia e la Spagna), che hanno uno stile di vita, una cultura e una religione simili. “Non solo non ha senso pretendere che un greco o un italiano vivano come un tedesco; ma quand’anche ciò fosse possibile, significherebbe la perdita di quel patrimonio culturale che è fatto innanzitutto di forme di vita”.

La diagnosi di Agamben mi sembra in parte giusta, ma il suo rimedio è aberrante. È vero che la Germania impone un’Europa conforme ai suoi interessi e in ultima analisi ingiusta. Tuttavia non vedo in che modo un’Europa povera unita dalla Francia e un’Europa ricca unita dalla Germania potrebbe essere la soluzione, in particolare tenuto conto del fatto che i grandi mali apparsi di recente sono nati proprio dalla contrapposizione tra questi due paesi.

Del resto è assurdo pensare che un’Europa latina povera e fragile possa resistere alla voracità irrazionale dei mercati e proteggere la sua democrazia, sapendo che neanche un’Europa tedesca, ricca e potente ci riuscirebbe (allo stesso modo è assurdo pensare che l’una o l’altra possano lottare da sole contro la Cina o l’India, e impedire quindi che il ruolo dell’Europa diventi trascurabile).

Inoltre in questa ipotetica Europa latina i baschi o i lombardi potrebbero affermare che è ridicolo obbligarli a vivere come gli spagnoli o gli italiani e costringerli a perdere il loro patrimonio culturale. Ma arrivare all’unità politica ed economica senza perdere la diversità culturale non dovrebbe essere una delle più grandi forze di un’Europa unita, senza che nessuno obblighi qualcun’altro a condurre uno stile di vita che non gli conviene?

Nel discorso di Agamben non si rischia di veder apparire il più grande nemico storico dell’Europa, il nazionalismo? E la nuova Europa che propone l’intellettuale italiano non è semplicemente la vecchia Europa del passato? Sta a voi giudicare.

Traduzione di Andrea De Ritis

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