Il programma "Talenti, tornate!" punta a richiamare in patria almeno 25mila dei duecentomila estoni emigrati all’estero. Patrocinato dal presidente estone Toomas Hendrik Ilves, ha un costo di 125mila euro. Molti si chiedono se sia un successo o una farsa: la cifra offerta a ogni “talento” disposto a tornare è di cinquemila euro, pari più o meno a sei mesti di stipendio medio estone.

In Finlandia, quando ho parlato di questa iniziativa con alcuni estoni emigrati, ho scatenato una reazione indignata: non perché gli estoni che abitano e lavorano in Finlandia non sognino mai di tornare nella loro patria, ma perché si sono sentiti feriti dal nome del programma: “Talenti”. Questo appellativo ha offeso sia la donna delle pulizie che l’operaio conciatetti che l’autista di autobus, in quanto è stato percepito come diretto agli estoni di talento, per l’appunto, ai geni e non alla mano d’opera, qualificata o meno.

Non è la prima volta che gli estoni che vivono all’estero si sentono offesi: la prima è stata quando sono stati costretti ad allontanarsi dalle loro famiglie per cercare un lavoro all’estero. "Questa campagna non gode di buona fama", afferma Tiina Pintsaar, direttrice aggiunta del quotidiano svedese in lingua estone Eesti Päevaleht. "Qui non si crede che basti una campagna a far tornare la gente". Secondo Pintsaar gli estoni che potrebbero avere qualche chance di tornare in patria sono quelli che vivono in Svezia da pochi mesi e hanno mantenuto legami in Estonia.

Dannar Leitmaa, reporter di Eesti Päevaleht, dopo essersi recato di recente in Australia ha constatato che gli estoni che vivono agli antipodi si disinteressano completamente del programma. In Australia secondo lui ci sono due specie di giovani estoni: quelli che lavoravano a nero in Estonia e hanno sofferto di più per la crisi e quelli che pur avendo una formazione per una ragione o per l’altra non hanno voluto continuare a lavorare in Estonia. "In Estonia possono propormi tutto quello che vogliono, ma io preferisco restare qui", dice una giovane che dopo un master ha lasciato un buon lavoro in Estonia per fare la cameriera in Australia.

Per gli estoni che hanno lasciato il paese dopo la Seconda guerra mondiale, le fonti di informazione più importanti sono sempre stati i quotidiani estoni locali. Oggi invece c’è Facebook: sul social network gli estoni d’Australia, di Århus, di Cambridge, di Dublino o d’Italia si sono organizzati in gruppi. Le mie domande sulla campagna non hanno avuto risposta. "Non voglio che si faccia distinzione tra chi ha talento e chi non ne ha", ha detto Ahto Rebas, consigliere del ministero dell’Istruzione e delle scienze, rappresentante del consiglio degli estoni nel mondo.

Rebas auspica che questa campagna sia percepita come un messaggio cordiale che l’Estonia lancia ai propri compatrioti in tutto il mondo, per far capire loro che li ha a cuore come gli altri. Ammette in ogni caso che le chance di attirare gli espatriati sono quasi nulle, se non altro perché a parità di lavoro gli stipendi in Estonia sono un terzo. Secondo lui, anche se gli estoni all’estero non torneranno per restare, è importante che mantengano il loro senso di appartenenza all’Estonia, i contatti con il loro paese, e si organizzino all’estero. A questo scopo Rebas ha creato un sito che offre un ventaglio di circa 600 organizzazioni estoni all’estero.

Lasciare il proprio paese è sicuramente un grosso sacrificio. Invece di rassicurare chi è costretto a farlo, l’invito patriottico “Talenti, tornate!” potrebbe generare confusione. Il messaggio più importante da trasmettere, infatti, sarebbe quello l'omaggio a coloro che hanno avuto il coraggio e l’intelligenza di andarsene lontano pur di trovare da soli la soluzione ai loro problemi economici, mentre il loro paese in crisi non ha potuto aiutarli. (traduzione di Anna Bissanti)