Attacchi terroristici

Da Utøya a Charlie Hebdo e Copenaghen, la sfida è la stessa

Pubblicato il 18 Febbraio 2015 alle 17:37

L'attacco terroristico di Copenaghen ha seguito lo stesso schema degli attentati di Parigi di gennaio. In realtà si può fare un confronto fra queste tragedie e un altro avvenimento che in apparenza sembra seguire un'altra logica.

Infatti gli assassini di Charlie Hebdo e Anders Behring Breivik si assomigliano per "la loro freddezza, la loro brutalità e [...] la scelta delle loro vittime", scrive la scrittricee giornalista norvegese Asne Seierstad sulle pagine di Libération. La principale caratteristica che accomuna i fratelli Kouachi e Breivik, che ha ucciso 69 giovani socialdemocratici con un'arma semiautomatica sull'isola norvegese di Utøya nel 2011, è la strategia:

in tutte Europa gli estremisti e i terroristi si uniscono nel loro desiderio di trasformare la società attraverso la violenza contro i civili. E nella trasmissione della paura attraverso questa violenza.

Seierstad mette in guardia contro i diversi modi di prendere le distanze nei confronti di questi attentatori. Quando si è venuto a sapere che la strage di Utøya non era opera di islamisti ma di un norvegese, la spiegazione è passata "dalla politica alla psicologia, per poter dichiarare che noi non siamo malati". Al contrario questo genere di razionalizzazione non è apparso dopo gli attentati di Parigi. Secondo Seierstad,

Alcuni gruppi vogliono che la colpevolezza sia collettiva, rendere tutti i musulmani responsabili. Questo porterà a irrigidire le linee di opposizione, i musulmani saranno ancora più emarginati e la distanza fra noi e loro sarà ancora maggiore. E questo nonostante il fatto che i terroristi rappresentano una visione dell'islam che è rifiutata dalla maggior parte dei musulmani. In quanto bianco e presunto cristiano, la colpevolezza di Breivik è stata invece individualizzata, anche se appartiene a una corrente diffusa in tutta Europa.

Al contrario, sostiene la scrittrice, bisogna sottolineare che i terroristi avevano in comune un elemento psicologico: "il sentimento di alienazione rispetto alla loro società. Il sentimento di non appartenere alla comunità. Dei genitori assenti, un legame sociale indebolito". Dobbiamo quindi "chiederci che cosa c'è nelle nostre società che possa contribuire a creare il terrorismo".

Ovviamente non possiamo spiegare il terrore con un'infanzia difficile. Tuttavia le ricerche mostrano che i criminali violenti hanno avuto più o meno tutti un'infanzia difficile. Questo non significa banalizzare, ma definire quale società dobbiamo creare insieme.

La scelta delle vittime "che partecipano al dibattito politico" e che credono "che bisogna convincere il proprio avversario e non obbligarlo a essere d'accordo".

Per Seierstad la sfida lanciata da questo genere di attacchi sta nel privilegiare la democrazia e i valori umani a scapito delle divisioni sociali, ma senza ingenuità sulle possibili conseguenze.

Traduzione dal francese di Andrea De Ritis

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