Dall’austerity alle riforme

La corte costituzionale ha bocciato le misure antideficit del governo, che sarà costretto a ridurre ulteriormente la spesa pubblica. Un’occasione unica per procedere a una vera rifondazione dello stato.

Pubblicato il 8 Aprile 2013 alle 15:22

Nessuna dimissione, nessuna elezione anticipata, nessun aumento delle imposte. Bene, allora si taglieranno le spese. Il presidente della repubblica dà il suo appoggio. E la corte costituzionale apre le porte all’uguaglianza definitiva fra i lavoratori statali e privati. In fin dei conti che cosa avrebbe potuto pretendere di più il primo ministro Passos Coelho per fare quello che ha sempre voluto fare?
Passos Coelho ha imparato la lezione e ha saputo gestire la reazione. Ha drammatizzato i toni dando la colpa alla corte costituzionale. E si prepara ad approfittare delle finestre che si sono aperte accanto alla porta che si è chiusa. Si tratta di un gioco di prestigio politico. Una possibilità per lo stato di adottare una politica del tutto inedita.
Passos Coelho ha voluto che il programma di aggiustamento fosse la strada per riformare lo stato e creare le istituzioni di una società più moderna, in una cultura di concorrenza e in un’economia di uguaglianza di diritti e di possibilità. Ma non ci è riuscito perché non ha mai cercato di farlo, invece di andare avanti si è limitato ad aspettare il ritorno del mercato.
Ancora non sappiamo che cosa vuole il governo in materia di riforma dello stato. Sappiamo che si dovranno tagliare le spese, ma l’obiettivo di ridurle di 2,5 miliardi di euro nel 2014 per un totale di cinque miliardi entro il 2015 è diventato politicamente e socialmente impossibile. Il governo ci sarebbe riuscito senza il suo fallimento davanti alla corte costituzionale?
Il paese non vuole altre tasse e non vuole neppure dei tagli alla spesa pubblica, perché ha capito che questo significherà dei tagli agli stipendi e alle pensioni. Ma questa è la strada giusta, e lo è sempre stata. Si tratta di una strada, però, e non di un fine a sé stante. La via seguita sarà probabilmente quella di chiudere ospedali, ridurre sussidi e sovvenzioni, licenziare professori, sopprimere imprese pubbliche. Una parte di queste misure avrebbe già dovuto essere presa da molto tempo. Due anni dopo la domanda di intervento esterno le famiglie e le imprese si sono adattate, ma non lo stato.
Ci saranno di certo delle richieste di rendere più flessibile il deficit e rinegoziare il debito pubblico. Il rigore che si annuncia aumenterà la povertà attraverso i tagli alle politiche sociali e la disoccupazione attraverso il licenziamento dei funzionari statali. Tanto più che la nuova politica di rigore non sostituirà la precedente, ma vi si aggiungerà. Ma tagliare le spese dello stato rappresenta solo una parte della risposta a quello che è in gioco, e cioè la costruzione di uno stato migliore, dotato di un sistema politico non corrotto, di istituzioni più forti e capaci di vigilare su una società che crede in un progetto.

Verso il centro

Passos Coelho non ha più alternative. Ma ci dobbiamo chiedere se questa decisione della Corte costituzionale e le dimissioni di Miguel Relvas dal governo rappresentano un cambiamento parziale o radicale della situazione.
Ed è qui che entra in gioco il Partito socialista, il principale partito di opposizione, che il 3 aprile ha presentato una mozione di sfiducia contro il governo. Il paese è politicamente bloccato: la destra da un lato, la sinistra dall’altro, il centro temporaneamente vuoto. I ponti sono stati fatti saltare. Se questa rottura continua, il governo, che non è caduto il 7 aprile, non arriverà al 15 ottobre. Con il bilancio del 2014 il deficit difficilmente potrà piegarsi senza spezzarsi. Il paese non potrà riformarsi senza che la sinistra e la destra si spostino verso il centro e finché Passos Coelho e Seguro [il leader del Ps] non faranno nulla per ridurre la distanza che li divide.

Dalla Spagna

Solidarietà e ansia

In Spagna si guarda con molta attenzione al verdetto emanato dalla corte costituzionale portoghese il 5 aprile. Secondo El Mundo la bocciatura del budget 

spinge il nostro vicino sull’orlo dell’abisso e crea un conflitto che potrebbe nuocere all’Europa e soprattutto alla Spagna. Innanzitutto perché la decisione controversa […] provoca una nuova crisi finanziaria che potrebbe avere ripercussioni negative sui mercati e sullo spread dei paesi periferici, tra cui la Spagna. In secondo luogo perché crea un pericoloso precedente, proprio mentre la nostra corte deve ancora esaminare la costituzionalità delle misure di austerity. […] Speriamo che i nostri giudici non commettano lo stesso errore dei colleghi portoghesi. 
Secondo El País in gioco c’è il principio stesso alla base delle politiche d’austerity imposte nei paesi dell’Europa del sud: 
al di là della difficile ingegneria finanziaria che [la decisione della corte] implica, le tensioni politiche e sociali torneranno ad occupare il proscenio in un paese letteralmente decimato, soprattutto se consideriamo che i contribuenti portoghesi hanno già sostenuto il più consistente aumento delle imposte della storia per aumentare le entrate pubbliche. […] Ora è stato stabilito un precedente che mette in causa la legittimità politica di questi obiettivi assurdi. Risanare le finanze pubbliche è assolutamente necessario per assicurare una crescita sostenibile e un’unione monetaria solida, ma provare a farlo in un contesto di profonda recessione e in un lasso di tempo eccessivamente breve è una chiara provocazione che rischia di distruggere la stabilità sociale e il sostegno delle istituzioni europee.

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