Quando, alcuni anni fa, Liina Steinberg decise di lasciare Bruxelles per rientrare nella sua terra natale, l’Estonia, lo fece spinta soprattutto dal richiamo dei boschi e dalla nostalgia per una natura incontaminata.
Una volta tornata a casa, però, si accorse di come il paesaggio intorno a lei stesse gradualmente cambiando. “Dalla strada vedevo aprirsi sempre più spesso distese rase al suolo dal disboscamento. Mi colpì soprattutto quanto fossero sottili i tronchi caricati sui camion. Non erano fusti imponenti e robusti, adatti alla produzione di mobili o come legname per l’edilizia” racconta.
Fin dall’infanzia Liina è cresciuta a stretto contatto con la selvicoltura e, da adulta, ha ereditato un appezzamento boschivo dalla madre. Eppure, nonostante la gestione forestale faccia da sempre parte della sua vita, l’intensità della degradazione delle foreste a cui sta assistendo oggi l’ha colta del tutto di sorpresa.
L'estrazione del legname, culminata nei tagli a raso, ha finito per colpire anche le foreste nei pressi del villaggio dove Liina è cresciuta e dove oggi trascorre parte del suo tempo. “All’improvviso, il bosco dove andavo sempre a raccogliere funghi non c’era più. Poiché si trattava soprattutto di foreste demaniali non riuscivo a capacitarmi del perché venissero abbattute in modo così intensivo. Mi sono sentita tradita: ero tornata in Estonia per la natura e proprio quella natura stava scomparendo sotto i miei occhi”.
Questa esperienza ha spinto Liina a passare all’azione, indagando sulle ragioni di un disboscamento così massiccio. Ha così fondato l’associazione Päästame Eesti Metsad – "Salviamo le foreste", organizzando insieme ad altri attivisti manifestazioni e campagne per la tutela della biodiversità e per una gestione più sostenibile dei boschi e delle foreste.

“Le foreste sono ricche di sorgenti e piccoli specchi d’acqua, elementi vitali per l’intero equilibrio idrico”, spiega Liina Steinberg di Päästame Eesti Metsad, citando solo una delle numerose ragioni che rendono necessaria la tutela dei boschi.
Mentre mi racconta la sua storia ci troviamo nel cuore di una foresta non lontana dal lago Osõtsuu, nel sud-est dell’Estonia. Siamo sedute in un piccolo capanno adibito all’osservazione e alla fotografia naturalistica. Tra i rami, proprio davanti alla finestre, c'è un viavai di cince, ghiandaie, picchi cenerini e altre varietà di uccelli. Anche l’astore è un visitatore abituale delle prime luci dell’alba, ma oggi si è involato poco prima del mio arrivo.
Un paesaggio pieno di cicatrici
Molte di queste specie aviarie dipendono strettamente dalle foreste secolari, ricche di legno morto e alberi cavi ideali per la nidificazione. Il taglio a raso può annientare e stravolgere l’intero ecosistema di vaste aree forestali in un attimo. Una volta ripulite queste superfici vengono solitamente reimpiantate con una o due specie, per lo più abeti rossi, pini o betulle, dando vita a lotti boschivi omogenei e coetanei. “È come dichiarare guerra alla natura” afferma Liina Steinberg, “anche perché i macchinari pesanti impiegati durante l'estrazione del legname distruggono completamente il suolo”.
Mentre attraverso le campagne estoni di fine ottobre la vista dei tagli a raso mi accompagna ovunque: aree disboscate si alternano a terreni riforestati con giovani alberi piantati nello stesso momento. Oggi, questo mosaico di distese abbattute è diventato un tratto caratteristico del paesaggio estone. Le foreste somigliano più a campi coltivati che al complesso ecosistema di un bosco naturale. Il ciclo di abbattimenti massicci e rimboschimenti sistematici ha trasformato il bosco in coltivazioni che seguono le logiche della produttività agricola.

Circa la metà del territorio estone è coperta da boschi, sebbene non manchino pareri discordanti su cosa possa essere effettivamente definito bosco e cosa no. Nella legislazione forestale del paese, infatti, la definizione di bosco prescinde dall’età degli alberi. In questo modo anche le aree popolate da esemplari coetanei vengono classificate come superfici boschive non appena i nuovi esemplari vengono piantati dopo il taglio.
Circa metà del patrimonio forestale è di proprietà statale, mentre la restante parte appartiene a privati. In entrambi i casi il taglio a raso rappresenta il metodo di raccolta prevalente, impiegato in circa il 95 per cento degli interventi.
Il silenzio delle foreste
A causa dell’intensificazione dello sfruttamento forestale le foreste estoni subiscono una progressiva degradazione e una preoccupante perdita di biodiversità. Un fenomeno chiaramente visibile nel calo di diverse popolazioni di uccelli forestali. Secondo i dati della Società ornitologica estone, le foreste estoni perdono mediamente 50mila coppie nidificanti ogni anno: un segnale inequivocabile del deterioramento dei loro habitat naturali.
Tra le specie più a rischio figurano la cicogna nera, il gallo cedrone e il già citato astore. La scomparsa delle foreste minaccia anche la sopravvivenza di un intero ecosistema, inclusi piante, funghi, licheni e mammiferi. Tra questi, il celebre scoiattolo volante, uno dei mammiferi più rari dell’Estonia. Il paese resta, infatti, uno dei pochissimi luoghi dove questa specie trova ancora rifugio.
“Il taglio a raso si è intensificato soprattutto con l’ascesa del commercio di biomasse. Gran parte del legname finisce anche nelle cartiere e nelle fabbriche di cellulosa scandinave”, spiega Liis Kuresso, ricercatrice presso l’Università di Tartu e già esperta di ecosistemi boschivi per il Fondo estone per la protezione della natura.
“Personalmente non sono contraria all’abbattimento di ogni tipo, purché avvenga con moderazione e in contesti in cui ha senso intervenire. Il vero problema sorge quando l'estrazione del legname raggiunge proporzioni tali da far scomparire gradualmente le antiche foreste dal paesaggio e le aree boschive rimanenti finiscono così per trovarsi a una distanza tale da perdere ogni connessione, diventando, in un certo senso, zone isolate”, afferma Kuresoo.
L’inganno della sostenibilità
Mark Lamp, per anni sottosegretario e responsabile del dipartimento forestale presso il Ministero dell’Ambiente estone (ribattezzato nel 2023 Ministero del Clima), spiega che l’attuale gestione dei boschi va letta alla luce degli sviluppi storici successivi alla Seconda guerra mondiale. Durante l’occupazione sovietica, infatti, molte aree da cui la popolazione era stata deportata andarono incontro a un processo di riforestazione naturale.
“Una gran parte di questi boschi ha ormai raggiunto un’età che, da un punto di vista forestale, consideriamo di maturità”, spiega Lamp durante il nostro incontro presso l’Istituto di selvicoltura dell’Università di scienze ambientali a Tartu, dove ha preso servizio dopo aver lasciato il precedente lavoro al ministero.
“Molti proprietari si trovano quindi di fronte a un bivio: gestire il proprio bosco sfruttando il legname per l’edilizia o la produzione di mobili, oppure se abbandonarlo a se stesso, accettando il fatto che, in tal caso, difficilmente si riuscirà a trarne un profitto”.
In realtà, però, solo una minima parte del legname abbattuto viene impiegata nell’edilizia o nella produzione di mobili – utilizzi che permetterebbero al legno lavorato di continuare a trattenere carbonio nel lungo periodo. Circa il 50 per cento del materiale prelevato finisce invece direttamente in combustione; in questo modo, il carbonio accumulato viene rilasciato istantaneamente nell’atmosfera.
L’Estonia si attesta tra i principali esportatori di pellet di legno nell’Unione europea. L’intensificazione dei tagli boschivi segue di pari passo la crescente domanda di biomassa come combustibile destinato alla produzione di energia, sia per il mercato interno che per l’estero. Tra i maggiori importatori di pellet estone figurano la Danimarca, il Regno Unito e altri paesi dell’Europa occidentale.
Tuttavia questo combustibile non nasce solo come sottoprodotto da segatura o scarti di lavorazione, ma spesso è proprio la produzione di pellet la causa primaria dell'estrazione del legname. È un business lucrativo in pieno boom, come conferma l’ascesa di Raul Kirjanen, uno degli uomini più ricchi dell’Estonia nonché proprietario della Graanul Invest, il secondo produttore di pellet al mondo.
La domanda di biomassa è cresciuta nettamente dopo il 2009, anno in cui l’Unione europea, nella Direttiva sulla promozione delle energie rinnovabili, l’ha classificata come risorsa a zero emissioni di CO2. Da allora, è diventata la principale fonte di energia rinnovabile nell’Ue. Per la sua produzione viene impiegata soprattutto biomassa solida primaria, costituita in larga parte da legname e scarti delle attività forestali.
Nel 2018 oltre 700 scienziati da tutto il mondo hanno lanciato un monito al parlamento europeo, denunciando come la direttiva sulle energie rinnovabili stesse inviando un messaggio fuorviante ai governi: “Abbattete le vostre foreste, purché il legno venga bruciato per produrre energia”. I ricercatori hanno evidenziato che il disboscamento a scopi bioenergetici genera ingenti volumi di emissioni, minacciando la stabilità climatica e la biodiversità.
Possono infatti servire decenni, se non secoli, prima che i nuovi alberi messi a dimora riescano a riassorbire la stessa quantità di carbonio rilasciata dalla combustione di quelli abbattuti. Nella loro lettera, gli esperti esortavano le istituzioni europee a modificare la direttiva, limitando l’uso delle biomasse ai soli residui e scarti di lavorazione.
“Un tempo, lasciando Tartu per la campagna, la strada era costeggiata dai boschi. Oggi dominano aree disboscate e giovani piantagioni. Il paesaggio è mutato molto più radicalmente di quanto avrei mai potuto immaginare” – Anna-Liisa Lutsar
Negli ultimi anni anche all’interno delle istituzioni dell’Ue è maturata la consapevolezza che la combustione di biomassa forestale difficilmente possa essere considerata a impazzo zero da un punto di vista climatico. I dati confermano questa realtà: negli ultimi anni, le foreste estoni hanno cominciato a emettere più emissioni di quante riescano ad assorbirne, perdendo il loro storico ruolo di serbatoi di carbonio. La causa principale di questa inversione di tendenza è proprio il disboscamento intensivo, che porta con sé un progressivo degrado del suolo.
La versione aggiornata della direttiva Ue sulle energie rinnovabili del 2023 stabilisce che l’uso delle biomasse non debba contrastare con gli obblighi nazionali in materia di riduzione delle emissioni legate all’uso del suolo e alla selvicoltura (come da Regolamento detto Lululcf). Il testo individua inoltre diverse zone “no-go”, aree in cui il taglio degli alberi dovrebbe essere vietato, come i boschi a elevata biodiversità o le foreste palustri.
La nuova direttiva punta inoltre sul principio di “sostenibilità” e sull’applicazione del cosiddetto “uso a casscata” del legno, un approccio che privilegia l’impiego del legname per prodotti a lunga durata e destina alla produzione di energia solo gli scarti finali. Tuttavia, gli stati membri possono derogare a questo principio qualora “le caratteristiche del legname abbattuto non siano idonee alla lavorazione negli impianti locali”.
Certificazioni (in)sostenibili
“A una parte dell’industria del legno non importa di produrre legname di scarsa qualità. Non li preoccupa il fatto che le loro monocolture di abeti rossi siano vulnerabili all’infestazione del bostrico, né che gli alberi stentino a crescere su terreni dove il disboscamento ha distrutto il suolo e alterato l’equilibrio idrico. Produrre legno pregiato per l’edilizia o l’arredamento non rientra nei loro interessi: per loro conta solo la biomassa, ovvero il cippato e il pellet”, afferma Liina Steinberg.
La ricercatrice Liis Kuresoo ritiene che l’entità degli abbattimenti abbia già ampiamente superato i limiti della sostenibilità. Le foreste estoni starebbero diventando sempre più giovani e alcuni proprietari terrieri, in particolare le aziende private che praticano uno sfruttamento intensivo del legname, si troverebbero già in difficoltà nel reperire alberi idonei alla raccolta. Questo accade nonostante tali aziende dispongano di diverse certificazioni di sostenibilità (come quelle rilasciate dal Forest Stewardship Council o del Programme for the Endorsement of Forest Certification).
Le previsioni sullo sviluppo futuro, elaborate da un team di ricercatori dell’Università di Tartu, indicano che questa tendenza è destinata a peggiorare ulteriormente se l'estrazione intensiva del legname andrà avanti con lo stesso ritmo. “Secondo il nostro scenario più probabile, entro il 2050 i boschi con popolamenti di età superiore ai 60 anni copriranno appena un decimo della superficie attuale”, scrivono i ricercatori nel loro rapporto.
Aree protette sotto assedio
Lungo la strada che conduce alla riserva naturale di Valgesoo, nel sud-est dell’Estonia, il paesaggio è un susseguirsi di aree disboscate e foreste di pini. Nonostante mi trovi su un sentiero escursionistico ufficiale, cammino sotto la chioma degli alberi solo per brevi tratti, prima di ritrovarmi puntualmente di fronte a una nuova radura spoglia. Lo schema si ripete: in mezzo alle aree desolate svettano pochi alberi isolati, risparmiati dal taglio, mentre sul terreno si scorgono già i nuovi fusti piantati in file ordinate. Il ciclo del disboscamento ricomincia da capo.
L'estrazione intensiva del legname ha lasciato tracce evidenti a ridosso dai confini della riserva naturale, un’area soggetta a protezione integrale. Cerco rifugio per un istante nella natura incontaminata. Qui si estende una torbiera umida, i cui margini sono costeggiati da boschi secolari e imponenti formicai. Nei loro cunicoli sotterranei le formiche rosse si preparano al letargo invernale. Le paludi rappresentano un paesaggio che sopravvive quasi immutato da millenni. Eppure, non appena il sentiero mi conduce fuori dal perimetro protetto, mi ritrovo nuovamente in un territorio profondamente stravolto dal disboscamento e dal passaggio dei mezzi pesanti.
Secondo Marku Lamp l’intensità del disboscamento è bilanciata dalle misure di tutela adottate nelle aree protette. “Se l’obiettivo è trarre profitto dalle foreste, il taglio a raso si dimostra essere il metodo ottimale”, afferma Lamp, oggi responsabile della cooperazione scientifica e dello sviluppo dei rapporti con le imprese presso l’Università di scienze ambientali estone. “Al contempo cerchiamo sempre di trovare un equilibrio tra lo sfruttamento dei boschi e la loro salvaguardia”. Lamp sottolinea inoltre che l’Estonia dispone di numerose aree protette e che le normative che regolano la gestione forestale sono sufficientemente rigorose.
Le organizzazioni ambientaliste la vedono diversamente e denunciano invece il fatto che l’intensificazione dei tagli sia stata favorita proprio da un progressivo allentamento della regolamentazione. Anche l’Ufficio nazionale di controllo estone (la Corte dei conti locale), a seguito di un’indagine, è giunta alla conclusione che “le misure di protezione sono state modificate per consentire abbattimenti anche in aree a gestione limitata dove, in precedenza, questo non era permesso. Nel 2022 l'estrazione del legname era autorizzata in 173 delle 189 aree protette”.
Secondo l’ente di controllo il ministero del clima estone ha finito per permettere che queste zone venissero gestite quasi allo stesso modo dei boschi privi di qualsiasi status di protezione. Nell'ambito della sua indagine conclude che l’attuale sistema “garantisce la tutela dei valori naturali delle foreste protette”.
A causa degli abbattimenti compiuti nelle aree protette della rete Natura 2000 nel 2021 la commissione europea ha avviato contro l’Estonia una procedura di inadempienza per il mancato rispetto degli obblighi derivanti dalle direttive FHH (Fauna-Flora-Habitat). “Grazie a questo intervento, la situazione è migliorata negli ultimi tre anni”, riferisce l’esperta Liis Kuresoo. “Tuttavia, a livello governativo è attualmente in corso un dibattito sulla possibilità di autorizzare nuovamente l'estrazione del legname nelle aree protette”.

Anche le proposte di modifica alle leggi sulle foreste e sulla conservazione della natura, presentate dal governo estone nell’autunno del 2025, aumentano ulteriormente la pressione sulle aree protette. Nella nuova legge l’esecutivo intende sancire che il 70 per cento delle foreste venga dichiarato come “bosco di produzione”, cioè destinato principalmente allo sfruttamento economico. Le organizzazioni ambientaliste temono però che queste modifiche porteranno a un crescente aumento del disboscamento anche in aree protette e di alto valore biologico.
La riforma darebbe infatti al governo la facoltà di revocare lo status di protezione a determinati boschi, qualora la quota di foreste adibite allo sfruttamento dovesse scendere sotto la soglia fissata al 70 per cento. Secondo gli ambientalisti, tali cambiamenti sono in contrasto con gli obblighi dell'Estonia derivanti dal nuovo regolamento Ue sul ripristino della natura (Nature Restoration Law).
“Sappiamo che in futuro perderemo una parte considerevole della nostra superficie forestale a causa di vari progetti infrastrutturali. Se stabiliamo per legge che il 70 per cento delle nostre foreste deve essere destinato allo sfruttamento economico significa che, con l’avanzare della deforestazione, andranno persi anche i territori protetti” spiega Liis Kuresoo, illustrando la logica dietro le modifiche proposte.
“Da un punto di vista puramente matematico, è assurdo. Allo stesso modo, ha poco senso che l’Estonia si sia impegnata a tutelare gli ecosistemi naturali sul 30 per cento del proprio territorio: se non proteggiamo le nostre foreste, non saremo mai in grado di rispettare l’obiettivo prefissato” aggiunge la ricercatrice.
Abbiamo chiesto un’intervista anche al Ministero del clima estone per approfondire la questione, ma la nostra richiesta non ha ricevuto alcuna risposta.
Estoni: il “popolo del bosco”
È singolare osservare la progressiva degradazione delle foreste proprio in un paese i cui abitanti si definiscono un “popolo del bosco” e dove il legame con la natura rappresenta un pilastro dell’identità nazionale. Lo studioso Tõnno Jonuks, del Museo estone della letteratura, ha indagato a fondo le radici di questo concetto. Dalle sue ricerche è emerso che, sebbene si tratti di un’idea relativamente recente, oggi viene percepita come qualcosa di ‘intrinsecamente’ estone.
“L’aspetto più interessante è quanto questa percezione sia radicata nella società contemporanea”, racconta durante il nostro incontro a Tartu. “Considerarci un popolo del bosco, custode di un legame speciale con la natura e la foresta, è ormai un elemento fondante della nostra identità nazionale”.
“Secondo il nostro scenario più probabile, entro il 2050 i boschi con popolamenti di età superiore ai 60 anni copriranno appena un decimo della superficie attuale” – Un team di ricercatori dell’Università di Tartu
Sebbene, stando ai sondaggi, la maggioranza degli estoni desideri una gestione delle foreste più rispettosa dell’ambiente la realtà dimostra che gli interessi commerciali continuino ad avere la precedenza. Un’alternativa sostenibile al disboscamento radicale è, ad esempio, il cosiddetto "bosco disetaneo", noto anche come "foresta continua". Questo modello di gestione forestale combina alberi di specie e di età differenti. Il suolo rimane coperto dalla vegetazione in modo permanente, evitando che un interi appezzamenti boschivi vengano sostituiti da monocolture coetanee. Questo approccio permette di preservare le diverse funzioni ecosistemiche e paesaggistiche del bosco, garantendo la tutela della biodiversità e il mantenimento di un suolo sano, capace di trattenere l'acqua in modo ottimale.
“Spero che le persone comincino a capire che questo metodo è la via migliore per preservare la nostra natura. Non possiamo vivere in un paesaggio povero e spoglio” afferma Anna-Liisa Lutsar mentre passeggiamo per il suo parco preferito a Tartu, la seconda città dell’Estonia, proprio mentre le fronde si tingono dei colori autunnali. “In Estonia ci piace definirci amanti della natura, ma allo stesso tempo permettiamo che venga distrutta su vasta scala. Ho come l’impressione che stiamo colonizzando il nostro stesso paese”.

Anna-Liisa è membro di Maavalla Koda, un’organizzazione che custodisce le antiche tradizioni spirituali estoni: culti non cristiani, basati su un rispetto sacro per la natura. Sebbene non si consideri credente in senso stretto, condivide la convinzione che gli esseri umani non sono intrinsecamente superiori rispetto agli altri esseri viventi e che sia indispensabile vivere in equilibrio con il mondo naturale. “Provo una vera e propria devozione per la natura, dalla quale la civiltà occidentale si è ormai alienata”, racconta, rifiutando l’idea che l’ambiente sia ridotto a un mero bacino di risorse naturali destinate al profitto.
Oggi, l’impatto delle attività umane ha già trasformato il 95 per cento delle foreste dell’Unione europea e Anna-Liisa è testimone diretta di questi cambiamenti del territorio. Nel suo racconto, il tono della sua voce tradisce quanto la perdita delle antiche foreste la colpisca nel profondo. “Un tempo, lasciando Tartu per la campagna, la strada era costeggiata dai boschi. Oggi dominano aree disboscate e giovani piantagioni. Il paesaggio è mutato in maniera molto più radicale di quanto avrei mai potuto immaginare”.
👉 L'articolo originale su Jádu
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