Analisi Guerra in Ucraina

In Estonia la russofobia passa dalla guerra della memoria

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, in Estonia si è fatto strada un virulento movimento nazional-conservatore basato su una russofobia latente che viene giustificata dal conflitto. Il dibattito pubblico è soffocato e la democrazia a rischio, denuncia lo storico estone Aro Velmet.

Pubblicato il 15 Settembre 2022 alle 11:12

Il politologo Tõnis Saarts ha scritto dopo la “Bronze Night” che in Estonia è emerso un nuovo modello di società, più chiuso e meno dinamico, modello che ha definito "democrazia difensiva nazionalista". Questo modello è caratterizzato da un forte nazionalismo conservatore: russofobia, focalizzazione del dibattito politico su questioni di memoria, storia, monumenti e interpretazione degli eventi storici.

Un altro elemento importante di questo regime è la "securizzazione" della politica: con questa espressione intendo la rimozione di alcune questioni dal dibattito pubblico. Si crea una situazione nella quale, invece di avere una pluralità di punti di vista, le opinioni vengono etichettate come corrette o, al contrario,  come “traditrici” del racconto nazionale.

Gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato che la “democrazia difensiva nazionalista” è viva in Estonia. 

La questione dei monumenti di epoca sovietica e del loro destino è diventata una questione di importanza nazionale, sulla quale lavora un comitato segreto all'interno del governo. Le principali università estoni hanno deciso di non ammettere studenti russi e bielorussi e l'Estonia, insieme a Lettonia, Lituania e Polonia, rifiuterà l'ingresso (con alcune eccezioni) ai cittadini russi in possesso di visti turistici brevi per la zona Schengen, indipendentemente dal paese in cui il visto è stato rilasciato. L'Estonia fa parte dei paesi che premono per negare il visto per i cittadini russi a livello europeo.

Usando a prestesto lo scoppio della guerra in Ucraina, il museo nazionale d'arte Kumu, a Tallin, ha deciso di rimuovere diverse opere d'arte critiche verso il regime sovietico, perché contenevano rappresentazioni di Lenin e Stalin. Questa decisione appare ancora più “bizzarra” se si considera che il regime di Putin si dipinge come un successore dell'imperialismo russo, non del progetto sovietico.  


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I tentativi di discutere queste decisioni, di soppesare gli argomenti, di fornire un contesto o di ascoltare chi non è d’accordo, si sono spesso conclusi con la dichiarazione da parte di un responsabile che "non è il momento", che "siamo in tempo di guerra" e che "bisogna agire con decisione".

Certo, c'è una guerra in corso. Eticamente e pragmaticamente, la solidarietà con gli ucraini è l'unica posizione corretta. Chiaramente, è proprio dipingendo la Seconda guerra mondiale come un trionfo non riconosciuto della Russia che il regime di Putin giustifica la sua aggressione. Contrastare la propaganda di uno stato straniero è indubbiamente necessario e l'incitamento alla violenza non ha spazio in una società libera.

Tuttavia, anche fossimo sotto la legge marziale, occorre chiedersi a quali condizioni si possono sacrificare i valori fondamentali della democrazia liberale. Bisogna inoltre valutare se questi sacrifici avranno l'effetto desiderato o se si configurano piuttosto come una vittoria cosmetica. 

Ricordiamoci che noi, estoni, non siamo in guerra.

Le vittime principali degli ultimi mesi, sacrificate sull'altare della sicurezza, sono due: lo status della minoranza russofona come comunità, che è sostanzialmente uguale agli estoni, e la cultura democratica, dal basso, della memoria. 

Figure di primo piano dei partiti al governo chiedono che i residenti permanenti in Estonia in possesso della cittadinanza russa vengano privati del diritto di voto a livello locale: parliamo di 80mila estoni, che vivono in Estonia, che dovrebbero non essere rappresentati. 


Se cominciamo a considerare le opinioni sgradevoli come pericolose perché temiamo la Russia, probabilmente abbiamo guardato l’abisso un po’ troppo a lungo


Un divieto di visto per i cittadini russi a livello europeo è in qualche modo più giustificabile, ma richiederebbe comunque un dibattito molto più approfondito rispetto alla retorica attuale, che si limita a un "ma siamo in guerra".

Negli esempi che ho qui citato, un intero gruppo di persone viene trattato come una minaccia per la sicurezza, indipendentemente dalle loro opinioni o azioni. 

La ragione di questo tipo di discriminazione è, viene ripetutto in una litania infinita, la mancanza di risorse: "Non abbiamo i mezzi per valutare la lealtà di ogni singolo individuo". Il lettore potrebbe chiedersi quanto sarebbe felice di essere sbattuto in una cella di isolamento per smaltire la sbornia solo perché è un uomo (che quindi ha maggiori probabilità di guidare in stato di ebbrezza), e perché non ci sono risorse per controlli più approfonditi. 

Le punizioni collettive sono un retaggio del XIX secolo e dovrebbero rimanere tali.

A questo va aggiunto che la lista di questioni che oggi sono considerate minacce alla sicurezza nazionale si è allargata in maniera allarmante. Possiamo non essere d'accordo con le opinioni di alcuni sulla storia o sull'urbanistica, ma queste devono rimanere aperte al dibattito. In una situazione in cui i giornali considerati “seri” pubblicano articoli dal titolo "Non abbiamo bisogno di tener conto dei sentimenti dei russi" e "Siamo stufi dei troll professionisti", non ci può essere una discussione sensata (il quotidiano Eesti Ekspress è stata una felice eccezione). 

Se cominciamo a considerare le opinioni sgradevoli come pericolose perché temiamo la Russia, probabilmente abbiamo guardato l'abisso un po' troppo a lungo.

In assenza di dibattito, va detto, è più difficile valutare se le restrizioni imposte in nome della sicurezza stiano avendo risultati. Non vedo come deridere pubblicamente i sentimenti dei russo-estoni possa aiutare l'integrazione o allentare le tensioni. Un'organizzazione dissidente russa, per esempio, voleva trasferire una parte delle sue attività in Estonia: ha abbandonato il progetto quando ha saputo dei piani di divieto di rilascio dei visti. 

Come ha suggerito un buon amico: invece di spenderlo per trascinare in giro statue polverose il denaro potrebbe essere semplicemente donato all'Ucraina: i benefici sarebbero molto maggiori.

La democrazia della difesa nazionale è politicamente vincente. Persino i socialdemocratici hanno visto aumentare i loro punteggi nei sondaggi grazie alla retorica del pugno duro del loro ministro dell’interno. In Estonia è possibile essere conservatori, liberali o socialisti: basta dare addosso ai russi e si vince sempre.

👉 L'articolo originale su Sirp
In collaborazione con la European Cultural Foundation

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