Federalismo o morte

Per compensare la mancanza di una politica monetaria comune, l'Ue deve introdurre un vero federalismo di bilancio. Ne va del futuro dell'unione monetaria e dell'intero edificio comunitario.

Pubblicato il 5 Ottobre 2010 alle 14:52

Un sospiro di sollievo: finalmente gli europei sono d'accordo. Tutti convengono sul fatto che il sistema adottato dieci anni fa non va più bene. Le regole di bilancio dell'unione monetaria devono essere modificate, la crisi greca della primavera scorsa lo ha dimostrato. La settimana scorsa la Commissione europea ha presentato le sue proposte. La Banca centrale europea ha le sue, così come i paesi membri. Nei prossimi mesi il dibattito si annuncia quindi molto animato. Da tutto ciò dipende il futuro della zona euro e quello dell'Europa come progresso politico, come organizzazione comune, come sogno di un mondo migliore.

Negli anni novanta la questione era stata accuratamente lasciata da parte. L'Europa ha realizzato un'anteprima mondiale, un'unione monetaria senza un'unione di bilancio. In caso di problemi, era vietato correre in aiuto di un paese in difficoltà. E l'ipotesi di un fallimento di uno stato non era stata neanche presa in considerazione. La fiducia nella solidità dei conti pubblici era totale. Ma la storia mostra che non sempre lo stato è un buon pagatore, e il suo fallimento è un'ipotesi che deve essere giuridicamente presa in considerazione.

Il diritto fallimentare costituisce una condizione indispensabile al buon funzionamento di una comunità economica: lo si è visto nei paesi dell'Europa orientale, dove negli anni novanta le imprese hanno cominciato a svilupparsi davvero solo una volta definite le regole sul fallimento. In realtà gli europei avevano adottato un patto di stabilità che avrebbe dovuto impedire di arrivare a una situazione del genere. I paesi dovevano rispettare le regole di equilibrio di bilancio, altrimenti sarebbero stati sottoposti a sanzioni. Ma questo patto, definito "stupido" dal presidente della Commissione europea all'inizio degli anni 2000, è andato in frantumi alla fine del 2003, quando la Germania e la Francia si sono rifiutate di rispettarlo.

Sette anni dopo, la crisi greca, provocata dalla rivelazione di un'incredibile menzogna sulle condizioni delle sue finanze pubbliche, ha confermato l'inefficacia del patto. In grande fretta l'Unione ha creato un Fondo europeo di stabilità finanziaria, dotato di un budget di 750 miliardi di euro. E la Banca centrale europea è corsa in aiuto della Grecia comprando le sue obbligazioni, in palese violazione del trattato europeo. A quanto pare non è possibile separare la politica di bilancio da quella monetaria.

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Bisogna quindi completare il federalismo monetario con un federalismo di bilancio, di cui il Fondo europeo rappresenterà una delle articolazioni. Il problema è che l'accordo che si va delineando riguarda gli aspetti meno validi. La Commissione per esempio vorrebbe sottomettere tutti i paesi con un debito pubblico superiore al 60 per cento del pil a una "procedura di deficit eccessivo, dopo l'analisi dei diversi fattori determinanti la qualità del loro debito e l'evoluzione della loro situazione di bilancio". Questa proposta, che comporterebbe l'assunzione di centinaia di economisti per realizzare il lavoro di analisi, potrebbe portare all'incriminazione di sedici paesi europei che riuniscono l'86 per cento degli abitanti dell'Unione. E rafforzerebbe un meccanismo che ha già dimostrato la sua inefficacia.

Vicolo cieco monetario

Bruxelles vorrebbe inoltre imporre una multa ai paesi con un deficit eccessivo, qualcosa di simile a un medico che prescrive un salasso a un pazeinte con una forte emorragia. Berlino ha ottenuto un certo consenso proponendo delle sanzioni automatiche. Ma è facile immaginare cosa accadrebbe se per esempio la Spagna, in occasione di un fine mese difficile, si trovasse in difficoltà a onorare i propri pagamenti in seguito a tali sanzioni. Questa idea di sistemi "automatici" è rispecchiata in altri settori (agenzia di rating che attribuisce automaticamente delle valutazioni in funzione degli indicatori macroeconomici) e rivela la confusione nella quale ci troviamo.

Tuttavia la crisi ci spinge ad accelerare in direzione di un federalismo di bilancio, perché accresce le divergenze tra i paesi. Divergenze che erano già aumentate con il funzionamento stesso dell'unione monetaria, poiché ogni paese si specializza nei suoi punti forti. Quando i tassi di cambio sono flessibili, l'aggiustamento dei paesi più esposti alla tempesta passa sempre attraverso una forte svalutazione della moneta nazionale.

Ma nella zona euro i tassi di cambio non ci sono più, e questa assenza di flessibilità monetaria deve essere compensata dalla solidarietà di bilancio. Senza un progetto politico alle spalle, la mera politica monetaria è sempre un vicolo cieco. Lo sanno bene la Francia, l'Italia, il Belgio e gli altri paesi che hanno subito le conseguenze del blocco aureo negli anni trenta. (traduzione di Andrea De Ritis)

Ue-Cina

Sullo yuan ci vuole diplomazia

"Contrasto tra Ue e Cina", titola il Financial Times Deutschland dopo che i dirigenti della zona euro hanno chiesto a Pechino di rivalutare lo yuan. In occasione del vertice Ue-Asia di Bruxelles, il primo ministro cinese Wen Jiabao non ha condiviso le preoccupazioni degli europei in merito alla debolezza della moneta cinese rispetto a un euro forte. Per il quotidiano di Amburgo, anche se la richiesta di Bruxelles è giustificata dal punto di vista economico, l'Europa deve riflettere bene prima di seguire la strada delle sanzioni adottata da Stati Uniti e Giappone o, peggio ancora, lanciarsi in una corsa alla svalutazione. "Gli europei non hanno altra scelta che puntare sulla diplomazia". Chiedere il rispetto delle promesse fatte da parte cinese, cioè la riduzione della sua bilancia commerciale attraverso un aumento dei consumi interni, una minore severità della politica di austerity e un aumento dei salari. Esattamente quello che i paesi europei, Francia in testa, chiedono alla Germania.

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