Attualità Digital Services Act

Il gioco delle lobby della Big Tech in Europa

Il Digital Services Act era pensato per limitare il potere dei social media e delle grandi piattaforme online, le Gafam, ma si è trasformato in una vittoria per i giganti della tecnologia e in un'occasione mancata per l'Unione europea. Qual è la strategia delle lobby delle Big Tech in Europa?

Pubblicato il 8 Giugno 2022 alle 16:36
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Prova a fare  una ricerca online un argomento in particolare: poco dopo sul tuo feed sui social compariranno pubblicità proprio sullo stesso tema:  ti ricorda qualcosa? I social propongono pubblicità online sulla base dei dati personali degli utenti raccolti dalle grandi imprese tecnologiche, le cosiddette “Big Tech” o “Gafam” (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft). Questa pubblicità mirata consente alle aziende tecnologiche di capitalizzare (leggi monetizzare) i dati personali e selezionare le pubblicità che si adattano meglio al profilo dell'utente. La pubblicità mirata, il cosiddetto “target advertising” è stato anche al centro di scandali negli ultimi anni, nel caso delle presidenziali statunitensi del 2016 (con la vicenda Cambrige Analitica) e con voto sulla Brexit del 2018.

Nel 2021,  in una lettera ai politici, 50 ong hanno chiesto di vietare la pubblicità mirata, sostenendo che "facilita la manipolazione e la discriminazione sistemica, pone seri rischi per la sicurezza nazionale, finanzia la disinformazione e la frode".

Il Digital Services Act (Dsa), un pacchetto di leggi recentemente approvato dall'Unione europea, ha portato al centro dell'attenzione la questione degli annunci mirati. Questa legislazione, attesa da tempo, è stata inizialmente sviluppata con l'intento di proteggere gli spazi online dei cittadini europei. Da quando è stata proposta ha attirato l’attenzione dei lobbisti che, naturalmente, non vogliono impedire il targeting pubblicitario. 


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La nostra inchiesta cerca di illustrare le azioni delle lobby della Big Tech durante i negoziati sulla Dsa. I dati e le analisi forniscono nuovi spunti di riflessione sulle mosse di aziende come  Google, Meta (la casa madre di Facebook, Whatsapp e Instagram) e compagnia, tra gennaio 2020 e marzo 2022.

Un’occasione mancata

Nelle prime bozze della Dsa del 2020 il Parlamento europeo raccomandava di  "valutare le opzioni per regolamentare la pubblicità mirata, fino ad arrivare a un'eliminazione graduale che porti al divieto" di questa pratica. L'accordo finale del Dsa non ha raggiunto questo obiettivo: sono vietate le pubblicità basate su razza, orientamento sessuale, religione o iscrizione ad un sindacato. 

"Per quanto riguarda la pubblicità personalizzata, non siamo arrivati dove avremmo voluto. Credo che questo sia in parte dovuto alla gigantesca campagna di lobbying", ammette un'alta funzionaria del parlamento europeo che preferisce rimanere anonima.

Gli annunci mirati rappresentano un business importante.Nel 2021 Meta, la casa madre di Facebook, Instagram e Whatsapp, ha registrato entrate pubblicitarie per oltre 114 miliardi di dollari (106 miliardi di euro), mentre Google ha superato i 209 miliardi di dollari (194 miliardi di euro). "Google, come altre aziende, ha paura di essere regolamentata o di essere soggetta a norme più severe, come avviene ora con il Digital Services Act", spiega il giornalista Alexander Fanta.

Mossa numero 1: pagare per giocare

L'industria delle tecnologie digitali è la lobby che spende di più a Bruxelles. Ogni anno, le “Big Tech” spendono circa 100 milioni di euro per fare pressione politica sulle istituzioni europee. Nel 2021, un terzo di questa somma è stato speso dalle cinque principali aziende del settore, soprannominate GAFAM (Google, Amazon, Meta, Apple e Microsoft). "Se hai a disposizione denaro per organizzare eventi e pagare lobbisti, la tua voce diventa più forte", conferma la funzionaria del Parlamento.

Mossa numero 2: entrare nel giro giusto

Il passaggio dei dipendenti da una posizione di potere all'altra nel settore pubblico e privato è noto come "porta girevole" e rappresenta, sempre di più, un

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