Attualità La Svezia in discussione (2/2)

Gli equivoci dell’egualitarismo

Nel paese simbolo dello sviluppo sociale armonioso le disparità di reddito aumentano rapidamente. Ma correggere un modello che non premiava abbastanza il lavoro era necessario.

Pubblicato il 24 Maggio 2013 alle 12:45
Drottinggatan, a Stoccolma

Il 14 maggio scorso in Svezia la notizia ha avuto l'effetto di un bomba: le disuguaglianze sono in rapido aumento nel paese. Il raddoppio del numero di poveri negli ultimi anni nel paese ha suscitato grandi dibattiti. Queste informazioni provengono da un rapporto pubblicato di recente dall'Ocse sui divari di reddito nei 34 paesi membri dell'organizzazione. Ma questo documento non parla di un peggioramento del livello di vita dei cittadini.

Al contrario, sul lungo periodo tutte le fasce della popolazione hanno registrato un miglioramento delle loro condizioni di vita. Ma alcuni gruppi sono stati più favoriti di altri e questo si è tradotto in un aumento delle disuguaglianze, soprattutto tra chi lavora e chi non esercita alcuna attività professionale. Il risultato è che la Svezia è passata dal primo al 14° posto della classifica dei paesi più egualitari.

In effetti l'obiettivo delle diverse riforme fiscali intraprese negli ultimi tempi era proprio quello di ricompensare il lavoro. Il divario di reddito tra i lavoratori con gli stipendi più bassi e le persone che non esercitano alcuna attività professionale era poco significativo e questo poneva diversi problemi.

Questa situazione non era giusta. Bisognava adottare delle misure per spingere la gente a lasciare gli aiuti dello stato ed essere autosufficiente. Anche se una lunga serie di variabili determinano le scelte degli individui, il parametro finanziario non deve essere sottovalutato. Più si incentiva la gente a lavorare e meglio è. Dopo tutto sono i contributi della popolazione attiva che ci permettono di vivere. Per questo motivo i cambiamenti evidenziati dall'Ocse sono in ultima analisi un risultato positivo.

Si potrebbe ovviamente obiettare che è inaccettabile che il numero di poveri sia in aumento. E in effetti è inaccettabile, se si considerano poveri dei cittadini che non hanno abbastanza soldi per mangiare né un tetto per dormire. O anche se il livello di vita fosse troppo basso rispetto a quello di uno svedese medio. Tuttavia l'Ocse non ha preso in considerazione questo tipo di povertà - la povertà assoluta - ma quella relativa. Una nozione che in realtà è un artificio contabile. La povertà relativa non tiene conto della qualità di vita della gente, ma solo dei divari di reddito: in un mondo di miliardari i milionari sarebbero considerati poveri!

Un altro concetto di moda è quello di "privazione materiale". Secondo questa definizione è povero chi per esempio non possiede né lavatrice né automobile e non ha i mezzi per andare in vacanza all'estero. È ovvio che questa concezione di povertà è estremamente discutibile.

Non dobbiamo dimenticare che la Svezia rimane ancora un paese ugualitario. Gli unici che non ne fanno parte sono un piccolo gruppo di individui molto ricchi. Inoltre il livello di base è relativamente alto, ed è questa la cosa più importante. Quello che conta non è che tutti gli svedesi vivano benissimo, ma che nessuno viva male.

Opinione

Colpa della svolta di Reinfeldt

Secondo Aftonbladet non ci sono dubbi: esiste un collegamento tra le rivolte che proseguono dallo scorso fine settimana nel quartiere di Husby (e in altre zone povere di Stoccolma) e l’aumento della disuguaglianza, accentuatosi negli ultimi anni sotto il governo conservatore di Fredrick Reinfeldt:

Husby è il simbolo dei cambiamenti causati dalla politica dell’Alleanza. La disuguaglianza crescente e l’aumento delle ingiustizie finiscono per creare conflitti. Nessuno deve sorprendersi. L’empatia sfoggiata da Reinfeldt è solo una strategia di comunicazione, e non si riflette nella politica del governo: per le prossime elezioni il primo ministro ha annunciato un taglio alle imposte ma nessun provvedimento per ridurre lo scarto tra i redditi. Husby è la conseguenza ultima di una società che sta affondando, dove le bande armate dettano legge, la fiducia nelle autorità cala e i cittadini sono presi nel mezzo.

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