Un campo di jatropha a Dimbokro, Costa d'Avorio

Il biodiesel non sfama la gente

Spinto dalle norme europee sulle emissioni, il mercato dei biocarburanti sta aumentando a dismisura la pressione sulle terre africane. Il boom rischia di togliere spazio alle colture alimentari e creare gravi danni ambientali.

Pubblicato il 15 Marzo 2012 alle 16:07
Un campo di jatropha a Dimbokro, Costa d'Avorio

Immaginate la Svizzera interamente ricoperta di piantagioni per alimentare auto e centrali termo-elettriche: 4 milioni di ettari. E' il totale delle terre oggi sfruttate dagli occidentali in Africa per produrre biocarburanti. A guidare la classifica sono gli inglesi, con concessioni record di 1.600.000 ettari, seguiti da italiani, tedeschi, francesi e nord-americani.

I contendenti scommettono sulla previsione fatta nel 2004 dal Copernicus Institute di Amsterdam: se il mercato della bioenergia è destinato a crescere, il continente che dispone di più terre coltivabili a basso costo ne diverrà il più grande produttore mondiale. Gli 807 milioni di ettari di vergine suolo africano sono quindici volte più di quanto necessario per soddisfare il fabbisogno di agro-carburanti nel prossimo ventennio.

A trascinare la domanda è soprattutto la legislazione europea. A partire dal 2011 le stazioni di servizio degli Stati membri devono gradualmente aumentare le percentuali di carburante a basso tenore di Co2: bioetanolo per la miscela di benzina e biodiesel per la miscela di gasolio. Il traguardo finale è il dieci per cento entro il 2020. Le nuove norme mirano a ridurre sia le emissioni di gas a effetto serra sia la dipendenza dal petrolio sostituendolo con carburanti prodotti da materie vegetali.

Il problema è che l'Europa non possiede terra per coltivarne a sufficienza. Secondo l'Institute for European Environmental Policy di Londra, l'ambizioso obiettivo del dieci per cento farà triplicare le importazioni di agro-combustibili. Gli attuali rifornimenti dall'Asia e dall'America Latina non basteranno più. Ecco dunque che l'Africa diventa il nuovo Eldorado del "petrolio verde". Un petrolio estratto principalmente dalla jatropha: una pianta originaria dell'America centrale i cui semi contengono olio con cui si produce diesel ecologico.

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Abbiamo mappato una novantina di progetti condotti in oltre 20 paesi africani da 55 aziende, principalmente europee. Circa 2.8 milioni di ettari, oltre due terzi del totale, sono destinati alla coltivazione della jatropha. Pensare che quattro anni fa le proiezioni del WWF prevedevano che nel 2015 sarebbe stata raggiunta una estensione di soli 2 milioni di ettari. Ad accelerare la proliferazione della jatropha è il fatto che il biodiesel rappresenterà in futuro il 71% delle importazioni agro-energitiche UE. Ciò è dovuto alla progressiva "dieselizzazione" dei trasporti su strada.Diversi investitori in Africa sono già in lista per ottenere la certificazione di sostenibilità ambientale del loro olio di jatropha, secondo quanto richiesto dalla direttiva europea sulle energie rinnovabili.

Il totale in ettari da noi calcolato è semplicemente la punta dell'iceberg. Non tiene infatti conto dei progetti locali e delle vaste concessioni ottenute dalla Cina,Alla Repubblica Popolare si aggiungono, inoltre, i colossi agro-energetici brasiliani e malesi: tutti in pole position in Africa e pronti a esportare nel Vecchio continente non appena l'aumento del prezzo del petrolio e l'abolizione dei dazi Ue sui prodotti agricoli locali renderà gli agro-combustibili altamente competitivi.

L'espansione straniera è incoraggiata da gran parte dei governi africani. Sono già dodici quelli che hanno firmato la carta della cosiddetta "Green Opec". L'Iniziativa promuove la produzione e l'uso locale dei biocarburanti per ridurre le costose importazioni di petrolio. L'obiettivo è generare grossi risparmi da reinvestire nel rafforzamento dell'agricoltura e dell'autosufficienza alimentare. L'assenza di efficaci politiche pubbliche rischia però di vanificarlo nella pratica.

Secondo un rapporto della International Land Coalition, il 66% delle acquisizioni terriere in Africa è finalizzato alla produzione di biocarburanti contro solo il 15% destinato alla produzione di cibo. La superficie complessivamente occupata dalle agro-colture sfiorerebbe i 19 milioni di ettari, secondo lo stesso documento. La sostituzione di colture alimentari con quelle energetiche su scala mondiale ha contribuito alla drastica impennata dei prezzi delle derrate durante le carestie del 2008. Quanto è bastato per esporre l'agro-energia al fuoco incrociato delle organizzazioni umanitarie.

Gli investitori giurano che la jatropha è la risposta alle critiche della società civile. Cresce facilmente nelle zone aride del pianeta, inadatte all'agricoltura. Tuttavia studi della Fao, esperti ed esperienze sul campo dimostrano che la jatropha Richiede più acqua del previsto per sostenere grosse produzioni commerciali che spesso prendono il posto di foreste, rendendosi insostenibili dal punto di vista ambientale.

Per salvare la reputazione e contenere i rischi economici, molti investitori puntano su progetti locali in attesa di tempi migliori per l'export. "A seguito della crisi finanziaria, la maggior parte delle grandi monocolture di jatropha ha perso appetibilità e sponsor. L'Ue dovrebbe approfittarne per finanziare maggiormente progetti su scala ridotta nell'ambito del suo programma di sostegno energetico per l'Africa", afferma Meghan Sapp, segretario generale di Partners for Euro-African Green Energy con sede a Bruxelles.

Energia

Il futuro è nei rifiuti

Secondo Damian Carrington, blogger del Guardian che ha seguito la conferenza sul mercato mondiale dei biocarburanti organizzata a Rotterdam dal 13 al 15 marzo, i leader dell'industria sono convinti che "nel 2012 la spazzatura delle famiglie e degli uffici sarà la risorsa più promettente per i biocarburanti".

In un sondaggio sulle fonti dei biocaburanti di "nuova generazione" (ovvero non gli alimenti come mais o zucchero) "gli scarti municipali sono stati scelti dal 26 per cento degli intervistati, seguiti con il 24 per cento dai cereali non alimentari come la jatropha e il panico verga". Le alghe, ancora in uno stato embrionale di sviluppo, hanno ottenuto il 21 per cento.

I materiali cellulosici sono considerati i più promettenti dal 16 per cento degli intervistati, tra cui immagino ci sia Christian Morgen, amministratore dello stabilimento di Inbicon in Danimarca, attualmente il più grande al mondo. Morgen mi ha spiegato che la fabbrica trasforma la paglia di frumento in etanolo, che viene successivamente mescolato con la benzina e venduto oggi in 100 rimesse. Lo stabilimento produce inoltre i pellet che sostituiscono il carbone nelle centrali e una melassa trasformata in gas per digestione anaerobica. Niente male per materiali che altrimenti verrebbero usati per le stalle dei cavalli.

I più informati prevedono che nel 2030 i biocarburanti rappresenteranno il 25 per cento del totale, e Carrington sottolinea che i livelli record per il prezzo del petrolio

aumentano l'ottimismo. L'impennata del petrolio potrebbe innescare un boom dei biocarburanti, liberandoli dalle sovvenzioni di cui generalmente le nuove tecnologie hanno bisogno per prendere piede.

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