“Il fatturato della cultura è più elevato di quello dell’automobile”

Una delle caratteristiche dell’Europa è il sostegno dello Stato alla produzione culturale e alla protezione dei beni culturali. Il manager culturale belga ritiene però che crede però che l’Europa — Unione e paesi membri — non investe abbastanza in questo settore.

Pubblicato il 14 Ottobre 2014 alle 07:51

Dilema Veche : L’Europa ha un’“anima”?
Hugo De Greef : Si, certamente. Il nome della nostra organizzazione — “Un’anima per l’Europa” — è ispirato a Jacques Delors, che una volta disse “abbiamo bisogno di un’anima per l’Europa”. I miei colleghi dell’organizzazione e io pensiamo che tutti noi, in Europa, condividiamo la stessa cultura, che esistono diversi legami che ci uniscono. E che, oggi in modo particolare, condividiamo il medesimo spirito. È il cuore dell’Europa che vogliamo mettere in avanti. Se vogliamo rimanere uniti, questo avverrà attraverso la cultura. Saremo citizens driven through culture — “cittadini guidati dalla cultura”.

Come definirebbe la cultura europea? Quali sono le sue caratteristiche ?
Nel senso più largo, la cultura rappresenta un certo grado di civiltà e un insieme di valori. Questi valori sono stati riassunti in un paragrafo del preambolo del trattato di Lisbona. Fanno parte integrante della cultura europea. E sono i valori che l’Unione europea vuole diffondere. Ma se mi chiede che cosa significhi, in senso stretto, la cultura europea, non saprei che rispondere. Che cosa è europeo nella letteratura, nel cinema, nel teatro, nella danza, nelle arti plastiche? Ci sono influenze di ogni tipo, da ogni luogo. Quel che è specifico all’Europa, è la responsabilità che lo stato si assume di incoraggiare la produzione culturale e la protezione del patrimonio culturale.

L’attuale sistema di finanziamento in Belgio o nell’Unione europea limita la creatività?
Per quanto riguarda il mio paese, e soprattutto della zona fiammigna, posso dire che questi ultimi quindici anni il sistema di finanziamento è evoluto in maniera eccezionale. Le Fiandre sono la regione d’Europa con la maggiore densità di istituzioni culturali. Ci sono innumerevoli posti, compreso ne villaggi, dove le creazioni possono essere esposte. Ma [[ci sono enormi differenze in Europa per quanto riguarda il modo in cui la cultura è sostenuta]].
Per esempio, tre o quattro anni fa ci sono stati massicci licenziamenti nel settore nei Paesi Bassi. Hanno chiuso orchestre filarmoniche, teatri, opere. Il bilancio della cultura è stato ridotto del 40 per cento. In Spagna i tagli sono stati ancora più drastici. Non è censura, ma gli effetti sono simili, poiché le possibilità di creazione sono di fatto ridotte a zero.

I politici ripetono, soprattutto in tempo di crisi, che le spese per la cultura sono troppo elevate. La cultura può anche essere redditizia?
Dipende dal modo di vedere le cose. Ci sono studi molto seri che dimostrano che investire nella cultura genera profitto. Per esempio un rapporto realizzato qualche anno fa dalla Commissione europea sull’impatto della cultura sulla società, a dato risultati sorprendenti. Il fatturato del settore culturale è più elevato di quello dell’industria automobilistica. Circa sei milioni di europei — il 3 per cento della popolazione dell’Unione — lavorano nelle industrie culturali. Tutti i dati indicano che il settore culturale è importante. [[La cultura ha un costo, ma genera profitti.]]

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Al di la di questa prospettiva pragmatica, quale è la visione idealista? Come può la cultura cambiare l’Europa?
È difficile ora avere una visione idealistica della cultura. Quando la disoccupazione raggiunge livelli di allarme, superiori al 20 per cento, come in Spagna; quando i protagonisti della finanza spiegano, argomenti alla mano, che l’euro è in pericolo, è chiaro che l’emergenza è altrove. Ma penso che è evidente per tutti che il fatto culturale offra un sentimento di appartenenza.

Intervista realizzata da Matei Martin

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