Islanda e Balcani, due pesi e due misure?

L’entusiasmo con cui i Ventisette hanno accolto la domanda di adesione di Reykjavik contrasta con la prudenza – se non ostilità – con cui guardano alle repubbliche ex jugoslave e alla Turchia. L’Unione non si può permettere di privilegiare certi candidati a scapito di altri.

Pubblicato il 31 Luglio 2009 alle 14:11
Belgrado, maggio 2008. La sera della vittoria elettorale del blocco filoeuropeo. (AFP).

Dopo aver chiesto con una rapidità folgorante alla Commissione di esaminare la domanda di adesione dell’Islanda nell’Unione europea, i paesi membri temono adesso di aver commesso un errore politico e hanno la sgradevole sensazione di aver fatto uno sgarbo ai paesi balcanici, che aspettano da molto tempo e ancora non sanno quando verrà aperta loro la porta dell’Unione.

Gli europei sono d’accordo nel ritenere l’Islanda, la Norvegia e la Svizzera – paesi ricchi, stabili e affidabili – come dei membri naturali dell’Unione. Sui Balcani invece, tradizionale polveriera dell’Europa, l’opinione è molto diversa, accompagnata inoltre dall’alone di criminalità e di corruzione che avvolge la Bulgaria e la Romania, già membri dell’Unione. Il politologo Daniel Korski, dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) riassume così il contesto: “L’Islanda avrebbe dovuto far parte dell’Ue già da molto tempo; gli altri paesi invece sono ancora alla ricerca di un’identità”. L’Islanda ha depositato la sua candidatura il 23 luglio scorso, e appena due giorni dopo riceveva il benestare dei ministri degli Esteri dell’Ue. Il contrasto con l’esperienza dei candidati dei Balcani non avrebbe potuto essere più forte. La Macedonia ha depositato la sua candidatura nel marzo 2004 e ha dovuto attendere il dicembre 2005 per vederla accettata; l’Albania si è candidata in aprile e continua ad aspettare, poiché i Ventisette stanno ancora controllando se le elezioni del giugno scorso sono state regolari.

Sarà la Commissione a decidere se l’Islanda soddisfa i criteri di adesione: democrazia stabile, economia di mercato e capacità di conformarsi ai criteri comunitari. Un esame puramente formale. Il via libera è atteso per dicembre, anche se il commissario europeo per l’Allargamento, Olli Rehn, afferma che l’esame della candidatura di Reykjavik “sarà rigoroso, obiettivo, senza favoritismi e prenderà tutto il tempo necessario”. I governi dei paesi membri dovranno poi avviare il processo ufficiale di negoziazione: visti i legami che già uniscono l’Islanda all’Unione, questo processo potrebbe terminare intorno alla metà del 2011, anche se si prevedono difficili negoziati sulla pesca, elemento fondamentale dell’identità nazionale islandese.

Così l’Islanda andrà ad aggiungersi a una lista che comprende già altri tre candidati, la Croazia, la Turchia e la Macedonia, tutti in una diversa fase di avanzamento sui 35 capitoli che conta il processo negoziale. I macedoni aspettano l’inizio delle trattative, paralizzati dalla richiesta della Grecia di cambiare il nome del loro paese. I croati speravano di concludere quest’anno le varie fasi negoziali ma devono fare i conti con il veto della Slovenia, che chiede la soluzione delle loro controversie di frontiere. La Turchia, la cui candidatura è stata accettata nel 1999, ha potuto cominciare i negoziati solo nel 2005; undici capitoli sono aperti ma altri otto sono bloccati su richiesta di Cipro, senza possibilità di continuare le trattative. L’Islanda invece comincerà i negoziati con 22 capitoli già risolti grazie alla sua appartenenza al mercato europeo e allo spazio di Schenghen.

Carl Bildt, il ministro degli Esteri della Svezia, che detiene attualmente la presidenza dell’Ue, assicura che “non c’è una procedura accelerata per l’Islanda”, ma che il paese beneficia semplicemente della sua appartenenza a Schenghen e al mercato unico. Per calmare le acque, Bildt propone che “in autunno prossimo si dia nuovo slancio al processo di integrazione europeo dei Balcani”. Questo sarebbe essenziale sia per la regione che per l’Unione. A Bruxelles infatti si sa bene, dopo aver applicato il principio alla Serbia in occasione delle elezioni del 2008, che socchiudere la porta dell’Ue indebolisce le forze nazionalistiche radicali dei Balcani; mentre chiuderla significa rafforzare questi movimenti. Bildt ritiene inoltre che “la credibilità dell’Ue nel mondo dipende anche dal modo in cui risolviamo i problemi in casa nostra”.

Tra gli altri paesi della regione, la Serbia, il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina sono tutti a uno stadio diversi nei loro rapporti con l’Unione. La Serbia potrà avviare la prima fase di negoziati solo quando consegnerà al Tribunale penale per l’ex Jugoslavia all’Aia il generale Ratko Mladic, uno dei responsabili del massacro di Srebrenica. La Bosnia soffre di divisioni interne ed è ancora sotto tutela internazionale. Mentre il Kosovo non è ancora stato riconosciuto da tutti i paesi dell’Ue.

“L’Islanda è appartenuta alla Danimarca fino al 1944, è membro della Nato e fa parte della maggior parte delle organizzazioni internazionali”, ricorda Korski. “Il paese arriva tardi nell’Ue e questo potrebbe accelerare la sua integrazione. Gli islandesi entreranno nell’Unione prima dei croati”.

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