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La sindrome della quarantena: un’autoanalisi da Covid-19

Quando gli emigrati lituani, dopo una lunga assenza, sono tornati in patria durante la crisi del Covid, hanno scoperto di non essere più i benvenuti: sono stati trattati come una minaccia, esattamente come tutto quello che veniva da “fuori”. Marius Ivaškevičius, scrittore, sceneggiatore e regista lituano, si è autodiagnosticato una nuova personalità, nata dal Covid-19, divisa tra il rimpianto della perdita del modo aperto e globalizzato e il quello calmo, isolato e sedentario.

Pubblicato su 16 Giugno 2020 alle 17:00

Nella primavera del 2020, quando ho avuto la mia prima (e spero ultima) esperienza di quarantena globale, ho scoperto che due persone molto diverse — se non agli antipodi — vivono in me.

La prima, ora ritiratasi nell’ombra, ha preso la pandemia e la conseguente chiusura come una tragedia personale. Quest’uomo, un sostenitore dei confini aperti, abituato a viaggiare in Europa e in Russia più volte al mese (presentazioni, conferenze, convegni), e a recarsi a New York più volte all’anno per andare a trovare la figlia, che studia lì; quest’uomo ha assistito con orrore alla riapparizione di confini in Europa, realtà ormai dimenticata da tanto, e alla sparizione dalle nostre menti dell’idea di Unione europea come simbolo di unità. 

Quest’uomo si è sentito perso, sopraffatto: in un istante la sedentarietà ha vinto sull’apertura. All’improvviso, è diventato normale considerare gli stranieri alla stregua di lebbrosi, comprese le persone che conoscevamo, che facevano il possibile per tornare a casa sugli ultimi voli a disposizione. Poi è stata la volta dei traghetti, che hanno riportato in patria emigrati a lungo dimenticati, gli stessi che una Lituania a corto di risorse aveva provato ad attirare per anni. Ma quando la madrepatria li ha visti ha avuto un moto d’orrore e ha detto di non aver bisogno di persone del genere. Ha provato ad isolarli in camere d’albergo, dove bevevano e distruggevano i mobili. Il primo ministro li ha poi definiti “non umani”, decretando così la vittoria della maggioranza “sedentaria”.

Da sceneggiatore sono rimasto senza fiato davanti alla chiusura dei teatri in tutto il mondo, inclusi i tredici che mettono in scena i miei spettacoli. Questo significa che per i prossimi mesi, o forse anche anni, non avrò una fonte di reddito. Da padre, ho guardato con tristezza i cieli che si svuotavano: i voli per la Lituania diminuivano di giorno in giorno fino a che la sola tratta rimasta era Minsk-Vilnius. E così si perdeva ogni speranza che mia figlia quindicenne tornasse da New York. Una New York sempre più colpita, che è poi diventata il centro della pandemia, l’epicentro peggiore.

Questo è ciò che mi è capitato, quello che ho sentito, durante le prime settimane di quarantena. Mi ritrovavo spesso a sfogliare le pagine di un vecchio atlante dell’era sovietica della mia infanzia. E mi sono sentito come bambino: tutti quei paesi lontani, di colori diversi, erano ridiventati inaccessibili, e quindi in qualche modo irreali.

Un altro io sedentario

Poi qualcosa è cambiato. Quella persona aperta al mondo si è ritirata e un’altra, sedentaria, si è fatta avanti. È come se quest’ultima avesse preso il timone della mia coscienza e mi avesse messo su un binario fatto di rigidi ritmi settimanali: dal lunedì al venerdì il lavoro piacevolmente sfiancante della scrittura in campagna, il fine settimana escursioni in una Vilnius vuota. Non era apatia, ma un periodo di un grande concentrazione. Ho cominciato ad apprezzare il vuoto, ho smesso di aver bisogno di compagnia, con l’eccezione di quella delle persone a me più vicine. 

Una mattina ho realizzato che quel giorno avrei dovuto volare da Tallinn a Baku, dove il giorno successivo avrei iniziato la conduzione di una serie di laboratori per sceneggiatori locali. In altre parole, avrei passato l’intera giornata tra aerei vari, con uno scalo a Istanbul. Il solo pensiero mi ha fatto rabbrividire. Non potevo più immaginare di aver apprezzato cose del genere. L’altro “io”, quello aperto al mondo, era lontano anni luce.

Probabilmente sono stato semplicemente fortunato: la quarantena è arrivata in un momento della mia vita in cui ero in completa armonia con me stesso: sono felice di ciò che sono, delle persone che frequento, di cosa faccio, al contrario di chi vede il lavoro o altre forme di socializzazione come una via di fuga dall’inferno delle loro relazioni. 

Ho provato autentica soddisfazione nel condividere, come ho fatto, la mia difficoltà con il resto del mondo in quarantena. Ho trascorso più tempo sano e a chiaccherare con mia figlia, bloccata in un  appartamentino a Brooklyn. Le mie condizioni fisiche sono migliorate: tutti i miei problemi di digestione e reflusso acido sono scomparsi, poiché, a quanto pare, erano dovuti al costante, sebbene impercettibile, stress dei viaggi e ai continui cambi di alimentazione.

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Mentre le misure di isolamento diventavano più restrittive e alcuni facevano pressioni perché le autorità dichiarassero praticamente lo stato di guerra e passassero la mano ai militari, io non ho protestato, anche se il vecchio “io” l’avrebbe fatto. Tutto quello a cui riuscivo a pensare era: fate quello che vi pare, basta che non interferisca con il mio paradiso-quarantena.

Quando le restrizioni hanno cominciato a diminuire, il mio “io” sedentario ha visto il fenomeno come una tragedia, come un collasso. Tutto mi disturbava: le folle ansiose di socializzare che si riversavano nelle strade della capitale, gli inviti ad eventi ogni sorta a cui dovevo partecipare per cortesia e, a volte, per dovere. Le fondamenta della mia nuova vita mi stavano crollando sotto i piedi e non sapevo a cosa aggrapparmi: come potevo mantenere i miei ritmi sedentari ancora un po’?

Salvato da mia figlia

È stata mia figlia a salvarmi. La graduale ripresa del traffico aereo ha reso possibile l’acquisto di un biglietto da New York a Vilnius, passando per Francoforte, e mi ha permesso di rispondere con onestà agli inviti: mi dispiace, mia figlia rientra da New York e devo restare due settimane in quarantena con lei.

Ogni giorno controllavo con ansia la lista crescente di Paesi da cui i viaggiatori in arrivo non avevano bisogno della quarantena; se gli Stati Uniti fossero stati tra essi, il mio sogno si sarebbe infranto.

Quando mia figlia è atterrata a Vilnius l’ho attesa un’ora e mezza fuori dall’aeroporto, perché l’entrata era ancora vietata. 

Ho guardato gli altri passeggeri strapparsi la mascherina appena usciti dai gate, come se avessero raggiunto una libertà a lungo agognata. E io aspettavo mia figlia, che mi avrebbe dato altre due settimane di desiderata prigione.

Infine, eccola lì, l’ultima, con due valigie enormi. L’ho abbracciata e baciata, così da mescolare all’istante tutti i virus e i batteri possibili. Poi siamo andati verso la macchina. Siamo andati direttamente in campagna e sono stato l’uomo più felice del mondo: continuavo a scrivere il mio romanzo, mentre lei seguiva i corsi online.

Un giorno le ho cautamente suggerito di isolarci per l’intera estate. Mi ha guardato come se fossi pazzo. Con sua madre, una diplomatica, eravamo a stento riusciti a farla restare nel suo appartamento a New York, mentre lei fremeva dalla voglia di unirsi alle proteste del movimento “Black Lives Matter” come molti dei suoi amici. L’abbiamo tenuta in casa osservando che i figli dei diplomatici non possono partecipare alle proteste e che, se fosse finita in prigione, avrebbe perso il volo per Vilnius. Ed ora eccomi lì, a suggerirle qualcosa di ancora più assurdo. Papà, i miei amici mi aspettano, mi ha risposto. Non appena queste due settimane passano, mi accompagni a Vilnius.

In altre parole, il mio “io” sedentario è arrivato alla fine dei suoi giorni. Parteciperò a sette prime la prossima stagione teatrale, da Mosca a Barcellona. Il che significa denaro e gloria, e il mio “io” aperto al mondo sta pregando che questa stagione ci sia.

Per quanto mi riguarda, non so più in cosa sperare. Sono completamente perso.

Questo articolo fa parte del Debates Digital project, contenuti digitali che comprendono testi e discussioni live di alcuni degli scrittori di maggior successo, accademici e intellettuali che che fanno parte della rete Debates on Europe. L’autore parteciperà a un dibattito online diffuso il 23 giugno alle 19, ora di Roma, su YouTube.

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