Allargamento dell’Ue 2004-2014

L’ascesa dei diplomatici d’Europa orientale

Pubblicato il 16 Dicembre 2014 alle 08:32

Nel 2004 i diplomatici dei nuovi stati membri dell’Ue “si aggiravano come Alice nel Paese delle Meraviglie” nella capitale europea, scrive Marc Peeperkorn, corrispondente per l’Ue di De Volkskrant. A distanza di dieci anni, invece, ormai sono padroni della “lingua segreta di Bruxelles” e sono diventati uguali ai rappresentanti degli altri stati membri.

I primi anni dell’Ue, in ogni caso, non furono affatto facili, aggiunge Peeperkorn, dopo che il 1 maggio 2004 il più grande allargamento dell’Ue divenne realtà con l’ingresso di Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Cipro e Malta:

Si prenda a esempio Maroš Šefčovič, che riuscì a far entrare la Slovacchia nell’Ue e dal 2009 è membro della Commissione europea: “Ebbi l’impressione che nella sala delle conferenze ci fosse un muro di vetro: vedevo parlare la vecchia guardia, le parole effettivamente uscivano dalla loro bocca, ma non capivo quasi nulla di quello che dicevano. Per non parlare del fatto che non avevo nessuna influenza sul processo decisionale.

Malgrado il periodo di un anno di formazione in qualità di osservatore, i nuovi ambasciatori in un primo momento si ritennero semplici “riempitivi” delle aule. L’ex ambasciatore olandese a Bruxelles, Tom de Bruijn, ammette che tra i rappresentanti della vecchia guardia dell’Ue a 15 c’era effettivamente una

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vaga sensazione di superiorità. In tutti quegli anni eravamo stati noi ai posti di comando. [[Il messaggio per i nuovi arrivati era semplice: siamo noi a decidere come vanno avanti le cose, voi siete solo pivelli in questa partita. Prevaleva la cultura della diffidenza]].

Pavel Telička, capo negoziatore per la Repubblica Ceca, ricorda i primi anni come una vera “follia”. Mentre i vecchi stati membri avevano a Bruxelles delegazioni di almeno 70 persone, l’ambasciata ceca contava solo quattro impiegati. “Lavorare sodo è un eufemismo” dice e scherzosamente ricorda quel periodo come “la schiavitù moderna per la patria”. Bruxelles era dunque non soltanto un intrico di corridoi, passaggi segreti, direttive e stili da imparare, ma imponeva anche di apprendere un gergo tutto particolare. “Tutte le modalità di pagamento, garanzie, riserve, limiti, budget supplementari: quella era davvero politica ad alti livelli” dice Sefčovič.

Peeperkorn aggiunge che

Un problema ulteriore, e non meno importante, nacque dal fatto che proprio in quei primi anni i nuovi stati membri dell’Ue perdettero molti dei loro funzionari di maggiori capacità a vantaggio di Bruxelles. Polacchi, sloveni, ungheresi, giovani e molto istruiti che avevano avuto qualche esperienza in Europa risposero alla richiesta di posti di lavoro con salari molto più alti offerti dalle istituzioni dell’Ue.

Dopo cinque anni, qualsiasi disparità tra vecchi e nuovi scomparve: gli ambasciatori avevano appreso a parlare in codice ed erano diventati membri attivi a tutti gli effetti. “Ma il vero battesimo di fuoco ci fu con la presidenza semestrale a rotazione dell’Ue” dice l’ambasciatore polacco Prawda. “A quel punto ci siamo ritrovati a nuotare in acque profonde. Ma quello è stato il momento giusto per dimostrare che potevamo essere noi a tracciare una rotta, invece di chiedere un passaggio”.

“A distanza di dieci anni, tutto questo ormai è storia”: lo ha detto il polacco Donald Tusk che si sta insediando come presidente dell’Ue, le parole del quale sono state riportate dal giornale. “Più della metà del gruppo dei paesi entrati nel 2004 ha avuto a rotazione la presidenza dell’Ue. I cupi scenari in base ai quali l’Ue avrebbe potuto collassare sotto il suo stesso peso eccessivo, non si sono dimostrati reali”. In ogni caso, le tensioni in aumento con la Russia collocano gli stati dell’Europa orientale nel bel mezzo di questa preoccupante situazione. “Ma noi saremo della partita a tutti gli effetti” osserva l’ambasciatore polacco Prawda.
Traduzione di Anna Bissanti

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