Il presidente Bašescu in parlamento, 5 luglio 2012

L’Europa condanna a vuoto

La sospensione del presidente Bašescu orchestrata dal primo ministro ha suscitato numerose reazioni in Europa. Ma queste critiche derivano soprattutto da giochi di potere in seno all’Unione europea e non dovrebbero cambiare la situazione.

Pubblicato il 9 Luglio 2012 alle 14:52
Il presidente Bašescu in parlamento, 5 luglio 2012

Cinque mesi fa Victor Ponta e Crin Antonescu, all’epoca rispettivamente leader del Partito socialdemocratico (Psd) e del Partito nazionale liberale (Pnl) [oggi premier e presidente del senato], sono andati a Bruxelles [mentre gli indignados romeni manifestavano contro il rigore] per lamentarsi delle minacce allo stato di diritto e gli esponenti dell’Usl [coalizione formata da questi due partiti, al potere dal 7 maggio 2012] hanno affermato che “la situazione in Romania aveva attirato l’attenzione dell’Europa”. All’epoca si trattava solo di un movimento di propaganda interna, senza conseguenze a livello europeo.

Oggi invece sta succedendo proprio così [in pochi giorni l’esecutivo di Bucarest ha licenziato o sospeso l’Avvocato del popolo, il presidente del senato, quello della camera dei deputati e lo stesso presidente del paese. La decisione dovrà essere confermata con un referendum il 29 luglio]. Nel frattempo circolano voci secondo le quali la Romania sarebbe a “un passo” dalla sospensione del suo diritto di voto al Consiglio europeo, se non dall’esclusione dall’Unione europea. Ma si tratta di voci del tutto infondate.

Infatti in virtù dell’articolo 7 del trattato di Lisbona, la Commissione dovrebbe prima constatare un rischio di derive autoritarie in uno stato membro. Ma non lo ha fatto per l’Ungheria di Viktor Orbán né per gli abusi compiuti da Nicolas Sarkozy contro i rom - anche se il commissario alla giustizia Viviane Reading aveva avuto una reazione molto critica a titolo personale sulla vicenda. E la Commissione non è intervenuta neppure contro Silvio Berlusconi quando si è costruito una legge di immunità davanti alla giustizia. E dov’era all’epoca l’ex commissario alla giustizia Franco Frattini, che ci dava delle lezioni sulla corruzione? Ebbene era ministro di Berlusconi!

Ma anche se i membri della Commissione volessero cominciare dalla Romania, ci vorrebbe il voto del Parlamento. Un Parlamento che ha appena rifiutato la richiesta del Ppe (Partito popolare europeo) di discutere la situazione a Bucarest - grazie al sostegno dei socialdemocratici e dei liberali. E anche se l’equilibrio dei poteri dovesse rovesciarsi, ci vorrebbe una maggioranza dei 4/5 al Consiglio non per sanzionare ma solo per fare delle semplici raccomandazioni. E se queste ultime non dovessero essere seguite, il Consiglio con una maggioranza qualificata potrebbe decidere per la sospensione del diritto di voto o per un’altra sanzione. Insomma una procedura lunga e piena di insidie.

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In realtà le reazioni politiche sono state molto vive. La rigida posizione del governo tedesco rappresenta inoltre un duro colpo per il presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, difensore del governo di Bucarest. Di fatto con Traian Bašescu la Germania aveva un alleato prezioso al Consiglio europeo, mentre lo “schieramento del sud” ne avrebbe uno con Ponta. Nel Parlamento europeo le posizioni sembrano invertite rispetto a quelle tenute nel caso dell’Ungheria. Dopo tanti silenzi e compromessi, le reazioni di Bruxelles sembrano sempre più improntate alla realpolitik.

Ma si può parlare di realpolitik anche per la lettera indirizzata dalle ong romene alla Commissione europea, in cui si chiede l’avvio di una procedura di sanzione nei confronti di Bucarest? Può darsi, anche se può sembrare strano chiedere di sanzionare il proprio paese. I romeni, indipendentemente dalle loro convinzioni, hanno fatto molti sforzi per far parte dell’Ue. Questi sforzi non meritano di essere cancellati da una guerra di politica interna.

Per quanto riguarda invece la realpolitik, sarebbe meglio se imparassimo a utilizzarla nei grandi negoziati a Bruxelles, anziché andarci per lavare i panni sporchi in pubblico.

Dalla Germania

Le categorie politiche non contano più

Il popolo romeno ha “bisogno di leader costretti a livello europeo a rispettare i principi democratici”, scrive la Süddeutsche Zeitung. Il quotidiano bavarese consiglia ai partiti politici di Bruxelles di fare attenzione a non emettere giudizi partigiani quando analizzano gli ultimi fatti politici accaduti in Romania. I conservatori dovrebbero evitare di mostrarsi troppo solidali con il presidente Băsescu, mentre i socialdemocratici non possono essere indulgenti con il primo ministro Victor Ponta.

Non dobbiamo credere che alcuni partiti politici dell’Europa centrale e orientale siano socialdemocratici, liberali o conservatori soltanto perché utilizzano queste denominazioni. Gli schemi occidentali in molti casi sono inapplicabili, e venti anni dopo la caduta del comunismo l’accesso al potere conta molto più dell’orientamento ideologico. Spesso il clientelismo, le raccomandazioni e la sete di riconoscenza prendono il sopravvento sui principi etici. La Romania ne è un esempio lampante.

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