L’Ue, un club ancora selettivo

Ne fanno già parte ventisette paesi e altri bussano alla porta: l’Ue si è allargata a stati troppo diversi tra loro? Ciò potrebbe compromettere il modo in cui è amministrata? A questa domanda risponde Groene Amsterdammer, che così prosegue la sua analisi degli euromiti.

Pubblicato su 27 Luglio 2012 alle 11:09

La metafora del treno che sfreccia a rotta di collo, senza freni. L’immagine angosciante di un’Unione europea – non soltanto con la Turchia, ma anche l’Ucraina, la Georgia e chissà, magari anche Vattelapesca – diventata ormai ingovernabile e ingestibile, che si sgretola a causa delle differenze culturali e dello sviluppo economico.

Questa paura è alimentata dal fatto che non esiste in effetti una frontiera orientale precisa e che l’allargamento sembra essere il core business dell’Unione. La pace, la sicurezza e la stabilità tramite l’integrazione. Dopo il 1989 l’allargamento ad altri dodici stati membri è dovuta avvenire a tutti i costi, benché si sapesse che alcuni dei candidati non erano ancora pronti.

C’è chi ritiene che così facendo si siano bruciate le tappe. E non soltanto perché si è confermato che de facto l’allargamento è puramente politico, ma anche perché si è modificato il carattere dell’Unione, al punto tale che se fosse entrato ancora qualche altro paese il risultato finale non sarebbe cambiato granché.

In realtà sono in corso colloqui e trattative con altri quattro paesi candidati (Croazia, Macedonia, Montenegro e Serbia) e altri due paesi dei Balcani (Albania e Bosnia-Erzegovina, ammesso che quest’ultima non esploda prima). Si tratta di paesi che in pratica si trovano nel cuore stesso dell’Europa. “Se oltretutto alcuni paesi in definitiva hanno fatto quello che abbiamo chiesto loro di fare anni fa, è difficile poi pretendere che restino ancora un po’ fuori ad aspettare”, dice il politologo belga Hendrik Vos.

Spesso ci si accapiglia per capire se il limite sia dato dalla geografia, o dalla democrazia, dalla politica oppure dagli elettori. La risposta è che il vero limite è un insieme di tutte queste cose. E questo spiega perché l’idea che l’Unione non smette di allargarsi non è corretta.

Per cominciare consideriamo la geografia: può anche darsi che non esista una frontiera orientale, ma esiste sicuramente una frontiera meridionale. Per quanto riguarda la democrazia, si fa sempre riferimento ai criteri cosiddetti di Copenhagen: si tratta di condizioni di adesione quali lo stato di diritto, elezioni oneste, il rispetto dei diritti umani e un concetto vago quale la “comunità di valori”.

Secondo i filoeuropei, l’Europa può accogliere i paesi pronti a sposare e adottare questi valori. Ma secondo Josef Janning, direttore degli studi del think tank European Policy Center, favorevole all’allargamento, questo significa anche che Russia e Turchia, per esempio, non ne diverranno mai membri, “perché si considerano casi particolari e non hanno alcuna intenzione di sottomettersi alle regole altrui”.

E poi ci sono i politici: “Occorre controllare fin dove arriva la governabilità, con quanti paesi sia effettivamente possibile promulgare leggi”, spiega Vos, autore di due libri sul processo decisionale all’interno dell’Ue. Questo limite pare ormai raggiunto. A ciò si aggiunge il fatto che ogni parlamento nazionale ha un diritto di veto e in definitiva grazie a esso è l’opinione pubblica a fungere da freno ultimo all’allargamento. In numerosi paesi, infatti, in genere l’opinione pubblica non appoggia più la grande Europa. L’epoca in cui ci si poteva procurare l’adesione con la sola crescita economica è ormai alle spalle.

Parte 4 della serie

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