Qualcosa si muove in Europa. Per ora siamo ancora all'inizio, ma i segnali sono chiari: al duo "Merkozy", che ha di fatto preso in mano le redini dell'eurozona da quando la crisi del debito minaccia la sopravvivenza delle moneta unica, si è aggiunto un terzo incomodo.
Nominato in fretta e furia quando l'Italia era sull'orlo del default di pagamento e minacciava di trascinare nell'abisso la moneta unica, Mario Monti sembra determinato a restituire al paese – terza economia dell'eurozona – quel ruolo di primo piano in Europa che il suo predecessore aveva compromesso per mancanza di interesse e scarsa credibilità.
Salutato con favore dalla stampa italiana, l'avvento dell'ex commissario europeo, che contrariamente a Berlusconi gode di un considerevole prestigio all'estero, è una buona notizia per diversi motivi.
Innanzitutto perché l'intesa tra Berlino e Parigi è dettata più dalla necessità di reagire alla crisi che dalle affinità elettive tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. La cancelliera tedesca e il presidente francese non hanno mai presentato una visione comune sul futuro dell'euro e dell'Unione in grado di entusiasmare i loro partner e gli europei in generale. Al contrario, i due hanno più volte dato l'impressione di navigare a vista.
In secondo luogo l'entrata in scena di Monti è importante perché aumenta la rappresentatività e dunque la legittimità del "direttorio" di Eurolandia, sempre che ne abbia una. Infine il peso del nuovo presidente del consiglio italiano è un fattore d'equilibrio nei rapporti di forza in Europa: come ha notato l'economista Jean-Paul Fitoussi in occasione del recente incontro di Parigi tra Merkel e Sarkozy, oggi la Francia ha finalmente un alleato nella sua contrapposizione alla Germania, che volente o nolente domina la politica europea e che finora è riuscita a imporre ai partner la propria soluzione alla crisi: disciplina e rigore.
Come Nikolas Sarkozy, anche Mario Monti è convinto che il suo paese abbia già fatto la sua parte per quanto riguarda l'austerity, e che sia arrivato il momento di pensare al rilancio della crescita economica. L'Unione, attraverso il Fondo di stabilizzazione finanziaria e la Banca centrale, è tenuta a guidare il processo, e la Germania è invitata a non mettersi di mezzo. La visione di Monti e Sarkozy, tra l'altro, è condivisa dai paesi dell'Europa meridionale (Spagna in testa), di cui il "professore" è diventato in qualche modo il portavoce, soprattutto quando ha messo in guardia i tedeschi contro il risentimento che l'eccessivo rigore imposto da Berlino potrebbe suscitare negli europei del sud.
Tuttavia il "trio" non è certo meno fragile del "duo": Sarkozy rimetterà il mandato ad aprile, Merkel deve costantemente rendere conto a una coalizione che è sempre più debole e la solidità del governo Monti, che non è stato eletto dal popolo, poggia su una maggioranza eterogenea di cui una parte (a cominciare dai berlusconiani) non esiterà ad "abbandonare la nave" non appena si convincerà di poter tornare al potere. Il trio, insomma, ha poco tempo a disposizione per tirare fuori l'Europa dalla crisi. E per una volta la fretta è un bene. La crisi, infatti, non ha alcuna intenzione di aspettare.
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