Resuscitare Metternich

A 150 anni dalla sua morte, il capo della diplomazia dell’impero Austro-ungarico è ancora politically uncorrect. Ma col trattato di Lisbona i 27 hanno ricreato il concerto delle nazioni che il principe aveva instaurato in Europa, sostiene il quotidiano ceco Lidové Noviny.

Pubblicato il 11 Giugno 2009 alle 16:26

Temete che con la ratifica del trattato di Lisbona le grandi nazioni si mettano d’accordo fra di loro e si disinteressino delle piccole? Che l’Europa diventi un concerto di grandi potenze? La memoria corre al principe di Metternich, l’uomo che ha mostrato la forza e la debolezza di questo tipo di politica.

È incredibile che, mentre il 2009 è stato l’anno di Darwin, non si celebri anche l’anno di Metternich. Festeggiamo Darwin per due ragioni – è nato nel 1809 e ha pubblicato la sua opera principale nel 1859: L’origine delle specie. Questi due anni sono però simbolici anche per Metternich – è diventato ministro degli Esteri austriaco nel 1809 (di fatto capo dell’esecutivo e più tardi cancelliere di Stato) ed è morto l’11 giugno 1859. Il suo corpo riposa nella tomba di famiglia a Plasy, nella Boemia occidentale.

Il principe di Metternich è ricordato come il padre dell’Europa postnapoleonica del congresso di Vienna, come l’ispiratore dell’idea di “concerto delle grandi potenze”, come il fondatore della Realpolitik che pone l’equilibrio e la stabilità del potere al di sopra della morale. E anche se è vero che gli europei moderni si turano il naso quando sentono parlare di “Realpolitik”, nessuno può contestare che l’Europa di Metternich ha funzionato per quasi 100 anni – dalle guerre napoleoniche fino alla prima guerra mondiale. E anche se il suo artefice è morto 150 anni fa, il pensiero politico di Metternich rimane di assoluta attualità.

Quando l’anno scorso a settembre l’ex premier ceco Mirek Topolánek ha lanciato la campagna per la presidenza ceca del Consiglio europeo, ha pronunciato il detto “In varietate concordia” – l’unità nella diversità. È il motto dell’Unione europea, ma anche la mia visione dell’azione della Repubblica ceca in Europa. Gli Stati Uniti hanno un principio simile: “E pluribus unum” – da molti, uno. È anche il motto di Metternich, che ha rifiutato le ambizioni particolari in favore dell’equilibrio e della stabilità sovranazionale. Perché allora non celebrare questa ispirazione? Perché non riconoscergli la paternità di questa idea? Un secolo e mezzo dopo la sua morte, Metternich rimane il simbolo del pensiero reazionario e dell’oscurantismo.

È vero che Metternich aveva orrore dei cambiamenti, dei rivoluzionari e dei liberali. Non bisogna però interpretare questo atteggiamento come un attaccamento senza riserve al passato. In realtà Metternich aveva paura – e la storia gli ha dato ragione – che il modernismo fosse accompagnato da altri “ismi”: il nazionalismo, il comunismo e così via.

L’Europa di Metternich ha tenuto per mezzo secolo, prima di fare i conti con i nazionalismi nati dalla guerra – la guerra di Crimea, la guerra austro-prussiana, la guerra franco-prussiana. La prima guerra mondiale le ha inflitto un colpo mortale. Se consideriamo che Metternich ha determinato le sorti del Vecchio continente per quattro generazioni, mentre il sistema di Versailles ha retto solo per una, non possiamo essere troppo duri con lui.

Gli avversari del trattato di Lisbona sono liberi di vedersi come oppositori dell’epoca di Metternich. Ma quello che conta è come saremo giudicati nel 2050, quando saremo abbastanza distanti da poter valutare onestamente pregi e difetti della Realpolitik.

Storia

Metternich, l’eterno incompreso

Figlio dell’Ancien Régime, il principe di Metternich detestava la rivoluzione in tutte le sue forme. “L’Europa gli deve molto più che a qualunque rivoluzionario dell’epoca, da Rousseau a Robespierre, da Fouchet a Napoleone”, ricorda Die Welt. Il quotidiano berlinese spiega l’importanza del ministro degli Esteri e cancelliere dell’impero austriaco, nato nel 1773 a Coblenza e morto l’11 giugno 1859.

È stato l’artefice della coalizione antinapoleonica e l’ispiratore del congresso di Vienna del 1815, che ha assicurato diversi decenni di pace all’Europa imponendo l’equilibrio tra le grandi potenze dell’epoca. Il “sistema Metternich”, ricorda Die Welt, era “meglio di tutto quello che l’aveva preceduto”. Ma “nel marzo 1848 (la primavera delle rivoluzioni e delle rivolte popolari in Europa) il suo mondo stava cominciando a scricchiolare, e lui se ne rese conto. Non comprese che l’inflazione del prezzo del pane avrebbe accentuato i problemi e gli anacronismi dell’impero, ma quando l’imperatore fu obbligato a destituirlo, lui andò in esilio senza una parola “. Il suo posto nella storia, conclude il giornale, “è ancora oggi controverso”.

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