Katja Petrovic: Quali sono i problemi più gravi affrontati dagli studenti in questo momento di crisi?
Olivier Ertzscheid: C’è una vera emergenza, della quale ora tutti i media parlano, e questo è un bene. Ma questa crisi per gli studenti è iniziata ben prima... Non so se è possibile stabilire una gerarchia nella gravità dei problemi, ma i giovani hanno bisogno di trovare un senso al fatto di avere 18, 20, 25 anni. E affinché trovino quel senso, dobbiamo essere in grado di offrire loro un minimo di interazioni sociali di base. Non vogliono organizzare feste per 200 persone o andare in discoteca, ma poter stare insieme, avere del tempo per parlare in piccoli gruppi e conoscersi. Si trovano in difficoltà nel procurarsi del cibo. Penso che la priorità sia permettere loro di risocializzare.
Secondo lei si può parlare di una “generazione sacrificata”?
Dall’inizio di questa crisi, il Presidente Macron e Frédérique Vidal, la Ministra francese dell’Insegnamento superiore, non hanno preso atto del disagio degli studenti e delle università; è stato fatto il contrario di quello che si sarebbe potuto fare. Per esempio, il mese scorso ho fatto la spesa in un ipermercato Leclerc, dove quasi dall’inizio della crisi sanitaria, c’è una tenda, dove ci si può fare un tampone. Perché non esiste una cosa del genere per le università? Se c’è un problema di gestione degli assembramenti, dateci gli strumenti, fate dei tamponi all’ingresso delle università!
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Per quanto riguarda gli studenti, una delle loro principali preoccupazioni è la qualità della loro laurea, e soprattutto la loro integrazione professionale, per esempio la possibilità di trovare degli stage. In qualità di insegnanti, il nostro primo dovere è quello di rassicurarli riguardo al futuro. Naturalmente non vivono le normali condizioni di insegnamento, naturalmente le loro medie universitarie alla fine di un semestre possono non essere quelle che avrebbero avuto in un contesto normale; allo stesso tempo hanno sviluppato altre capacità in termini di aiuto reciproco, per esempio, di lavorare in collettivo.
“Nelle discussioni con i colleghi, o negli studi che stanno emergendo, possiamo notare che molti studenti stanno rinunciando agli studi. E non riprenderanno.”
Quel che mi preoccupa enormemente sono quelli che perderemo in questi due anni. Riceviamo segnali piuttosto allarmanti da questo punto di vista. Nelle discussioni con i colleghi, o negli studi che stanno emergendo, possiamo notare, anche se purtroppo potremo misurarlo effettivamente soltanto tra uno o due anni, che molti studenti stanno rinunciando agli studi. E non riprenderanno. E per questi studenti c’è davvero una dimensione “sacrificale”. Gli altri, la maggior parte spero, riusciranno a ricominciare un corso di studi che permetterà loro di compensare in qualche modo ciò che hanno perso durante questi ultimi due anni (sempre se questa crisi durerà due anni...). Per quanto riguarda gli studenti che abbiamo perso parzialmente o totalmente, che lasceranno il circuito universitario: il governo avrà una vera responsabilità nei loro confronti.
Lei parla di altre abilità e della creazione di solidarietà. Possiamo parlare anche un impegno politico?
Non ho elementi oggettivi a mia disposizione, quindi esprimerò solo una sensazione. Gli anni universitari, in generale, sono gli anni in cui si continua o si comincia a formare un’opinione politica, nell’impegno o anche nel disimpegno, a volte. La mia sensazione è che non ci riescano, a causa di una vera e propria saturazione psicologica (sono proprio loro a dircelo). Non riescono a mobilitarsi per altro che per questa specie di sopravvivenza, per tenere la testa fuori dall’acqua per le lezioni.
“I giovani hanno bisogno di trovare un senso al fatto di avere 18, 20, 25 anni”.
Si è parlato di lei perché ha lanciato l'iniziativa delle “Lezioni per strada”: ha tenuto un corso in una piazza, davanti d una chiesa...
Sì, non si poteva entrare all’università. Così a metà dicembre, poco prima delle vacanze di Natale, visto che c’erano dei veri e propri segnali d’allarme, ho detto ai miei studenti che ci saremmo incontrati, con chi poteva essere presente, nella piazza di La Roche-sur-Yon [Ovest della Francia, ndr].
Non era solo una lezione: la ragione principale era quella di potersi riunire e parlare prima delle vacanze. Alcuni studenti mi hanno anche detto che avevano pagato, anche caro, un biglietto del treno per tornare e vedere i loro amici.
Lei chiede la riapertura delle università, con una migliore gestione del flusso di studenti soprattutto grazie ai test per il depistaggio?
Sì, almeno questo, così come una vera riflessione sui calendari universitari. Ciò che è abbastanza sorprendente è che tutti i calendari rimangono tali e quali. In alcune scuole di medicina, agli studenti è stato chiesto di andare a dare gli esami a gennaio e gli è stato riferito che in caso di positività o in caso di contatto con positivi, avrebbero preso zero (abbiamo la mail delle università)! Sapendo che al primo anno di medicina, la pressione degli esami è ancora maggiore che altrove. Sappiamo che alcuni studenti sono andati a dare gli esami malati. Poi, il ministero sul suo account twitter si è scusato e ha corretto; non è un obbligo, ma una raccomandazione per le università.
Ora possiamo sentire gli studenti esprimersi, e questo è un bene. Hanno chiesto di essere ascoltati per più di un anno. Il nostro compito è anche quello di parlare per conto loro quando non hanno diritto di parola. Ogni volta ci siamo scontrati con un muro: “No, gli assembramenti, no, non sono persone responsabili”. Questa infantilizzazione e questo disprezzo generano rabbia. Non c’era motivo di chiudere le università a chiudere completamente in ottobre fino alla fine di febbraio. Ora è troppo tardi, ma non è troppo tardi per denunciare questo problema e affermare che è stato un vero errore politico.
👉 Il blog di Olivier Ertzscheid (in francese).
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