Inchiesta I giovani europei e la Pandemia | Francia

Studenti e crisi sanitaria, una generazione sacrificata?

Paura del futuro, ansie, sensi di colpa: la crisi sanitaria colpisce in maniera particolare gli studenti. In Francia le università restano chiuse e per un'intera generazione il ritorno alla “normalità” non sarà semplice. Primo articolo di una serie che racconta come i giovani europei vivono la pandemia.

Pubblicato il 25 Marzo 2021 alle 16:32

Nel suo primo romanzo Falsa partenza, Marion Messina, autrice trentenne francese, descrive a che punto può essere dura la vita degli studenti in Francia. Pubblicato per la prima volta nel 2017, il libro ha avuto un effetto bomba. Escludendo l’élite parigina, (non è toccata dalla questione) al resto degli studenti restano lavori precari, affitti esorbitanti, le università minate dai tagli di bilancio e la scarsa formazione: questa  “generazione perduta” si avvia purtroppo verso una situazione di stallo. “Per la stragrande maggioranza degli studenti francesi, l’università è stata una scelta di default, un universo in cui sono stati parcheggiati per evitare che la disoccupazione salisse alle stelle”, commenta Messina. 

Indebitati già prima di entrare nel mercato del lavoro

Naturalmente nulla di tutto questo è nuovo, ma la crisi ha evidenziato i problemi, e il divario sociale si è ulteriormente allargato. Quanto più precaria era la loro situazione prima della pandemia, tanto più bisognosi, se non addirittura indigenti sono ora gli studenti. 

Nanterre, Francia. Chaïma e altri studenti hanno creato l'associazione ATR92 (per Aide Ton Resident) e organizzano distribuzioni di cibo per gli studenti che vivono al CROUS di Nanterre. Constance Decorde | Hans Lucas

Un esempio è Chaïma Lassoued, 24 anni, cresciuta con i suoi fratelli a Nanterre, nella periferia di Parigi. Studentessa di relazioni internazionali, vive da marzo nel campus dell’Università, dove nel maggio del ’68 è iniziato il movimento studentesco. Ancora oggi sussistono dei motivi di rivolta: spesso la sera nel parcheggio del campus delle auto sono incendiate, la polizia arriva e ne approfitta per controllare se nella residenza ci sono feste illegali. Durante il giorno, però, gli studenti soffrono in silenzio. La maggior parte dei 1.400 residenti si è trasferita, altri sono tornati a vivere con i loro genitori.

Circa 500 studenti sono rimasti, ma non per trascorrere del tempo insieme. Con le mense, le sale studio e le cucine comuni chiuse, Chaïma passa la maggior parte del suo tempo da sola nel suo monolocale di 15 metri quadrati. Paga un affitto di 160 euro al mese, 65 euro per il pass navigo e il cellulare e deve saldare un prestito di 1000 euro, contratto prima della crisi. “Molti di noi sono indebitati prima ancora di entrare nel mercato del lavoro”, dice. Secondo Chaïma, i prestiti senza interessi per gli studenti pensati dal Governo francese non sono un vero aiuto: di fatto spostano solo il problema. Attualmente riceve un sussidio di soli 170 euro al mese, di conseguenza è impossibile vivere senza avere un lavoro. Da marzo, ne sta cercando uno, ma finora ha trovato solo un lavoretto con ATR 92 (Aide Tes Résidents – Aiuta i tuoi residenti), l’associazione dei residenti di Nanterre, creata da un amico che aiuta gli studenti in gravi difficoltà.

Due ore al giorno, Chaïma organizza una distribuzione di cibo in collaborazione con la “mensa dei poveri” e altri banchi alimentari, con cui guadagna poco meno di 200 euro al mese; è meglio di niente e ha più senso di consegnare pasti per Uber. Quasi la metà dei residenti godono di questa offerta. Anche Chaïma stessa a volte, quando non ha voglia di andare in mensa, dove dal 25 gennaio, come ovunque in Francia, agli studenti sono offerti pasti a 1 euro, ne approfitta: “Qui ci servono soprattutto pasta e patatine fritte, perché riempiono lo stomaco”, dice ridendo. Di certo non vuole lamentarsi: “Alcuni di noi stanno davvero male, una dozzina di studenti certi giorni non mangia affatto; in alcuni appartamenti ci sono topi e cimici, è indegno”.

Depressione, senso di colpa, pensieri suicidi...

Naturalmente, tutto questo ha delle conseguenze. Aziz Essadek, docente all’Università della Lorena, ha studiato la salute mentale degli studenti dall’inizio della crisi: “Più gli studenti sono isolati, meno mangiano e più le loro condizioni abitative sono precarie, più hanno pensieri suicidi”. Essadek ha condotto uno studio su 8.000 studenti della regione dopo il primo lockdown: il 40% soffre di depressione, il 39% ha disturbi legati all’ansia. Si tratta soprattutto di donne in situazioni precarie che hanno contratto loro stesse il Covid. Durante il secondo lockdown in ottobre-novembre, il numero di studenti con pensieri suicidi è aumentato:  “Nessuno in Francia è stato isolato per un periodo di tempo così lungo come gli studenti. Di conseguenza, i giovani d’oggi non sanno nemmeno più quali sono i loro bisogni”, afferma lo psicologo.

“Alcuni di noi stanno davvero in condizioni terribili: una dozzina di studenti certi giorni non mangia affatto; in alcuni appartamenti ci sono topi e cimici, è indegno”.

Chaïma Lassoued

Da febbraio, gli studenti possono consultare gratuitamente uno psicologo o uno psichiatra: basta andare da un medico di base per ottenere i cosiddetti “assegni-psicologo”. “Perché no”, dice Essadek, ma la maggior parte degli studenti dice di non avere bisogno di uno psicologo, bensì di ritrovare la libertà. “I giovani tra i 18 e i 25 anni hanno bisogno di vivere”, aggiunge. 

All’inizio di settembre, quando le università hanno riaperto, seppure per poco tempo, alcuni hanno esagerato con le uscite, ma tutti sono stati severamente puniti. “Gli studenti non sono disciplinati, sono irresponsabili, egoisti...” Le critiche arrivavano da tutte le parti, anche da parte dei politici. Una generalizzazione che infastidisce lo psicologo perché, secondo lui, la stragrande maggioranza degli studenti non agisce in modo irresponsabile, al contrario: “I giovani soffrono di senso di colpa, della paura di trasmettere il virus. Molti di loro si rifiutano di uscire ed è difficile per loro tornare ad una vita più o meno normale. Trovare uno stage, attivarsi, fare progetti…spesso non hanno la motivazione”, il che porta a una mancanza di fiducia e di svalutazione di sé: un vero e proprio circolo vizioso.

“Una generazione illegittima”

“Sono molto meno efficace rispetto al solito”, spiega Louis Theobald, 18 anni, studente in Scienze della Comunicazione e dell’Informazione al Politecnico di Valenciennes. Come molti dei suoi compagni di classe, teme che ciò valga anche per “le lauree ai tempi del Covid”. E questo, a partire dal diploma, che ha ottenuto senza dover superare un esame finale. “La maturità sembrava essere una prova importante”, dice Louis, che al primo anno di università continua ad avere la sensazione di perdere qualcosa di essenziale. Visibilmente sconsolato, afferma: “Sento spesso dire che gli studi, la vita da studente, sono gli anni più importanti della vita, ma non li stiamo affatto vivendo come tali”.

Durante la distribuzione del cibo agli studenti più in difficoltà. Constance Decorde | Hans Lucas

Lo stesso sentimento è condiviso anche da Lison Burlat, 22 anni, che sta seguendo un doppio corso di laurea all’EHESS e al CELSA, una grande école di comunicazione di Parigi, che terminerà quest’anno. I suoi compagni dell’anno scorso non hanno ancora ricevuto i diplomi di laurea, c’è stato solo un evento su zoom: gli studenti forse incontreranno i loro insegnanti quando la crisi sarà finita. “Non c’è un passaggio simbolico tra la fine degli studi e il seguito, è brutale”, pensa Lison, sottolineando così indirettamente la dimensione antropologica di questa crisi: l’assenza di rituali come funerali, matrimoni e il riconoscimento istituzionale dei diplomi con un premio ufficiale, indispensabile per sentirsi legittimati.

Ma, relativizza Lison, “non oso lamentarmi…ci sono moltissimi studenti che fanno la coda alle mense che consegnano pasti caldi, so di essere privilegiata”. È tuttavia arrabbiata quando le viene detto “che non siamo negli anni Quaranta” e che questa crisi “è solo un anno o due della sua vita”. È vero, ma un anno o due su quattro o cinque anni di percorso di studio sono una parte importante. Soprattutto quando non se ne può approfittare appieno. Anche se la formazione a distanza all’EHESS e al CELSA è stata interessante e tutti gli studenti della sua classe hanno trovato degli stage, Lison sente di essere meno preparata per il futuro. “Con gli stage su Zoom si perde l’interazione, non si osserva, si perdono i contatti. Si trovano degli stage ma di default si è un po' autocensurati, è un peccato perché si spera di essere assunti in seguito. Quando penso al futuro, ho momenti di panico”.

“Una comunicazione confusa e sprezzante”

“Il mio primo dovere come insegnante è quello di rassicurarli riguardo al futuro, di dire loro che hanno sviluppato competenze, e che non penso che questa sia una generazione sacrificata”, spiega Olivier Ertzscheid, professore all’Istituto Tecnico di La Roche-sur-Yon, vicino a Nantes, nell’Ovest della Francia. La solidarietà è una di queste abilità. Insieme ai suoi studenti, Olivier Ertzscheid aprirà in primavera un negozio solidale nel campus, dove si potrà fare la spesa con sconti fino al 30%. In generale, gli studenti si stanno avvicinando l’un l’altro, ripassano insieme per gli esami, condividendo le loro preoccupazioni su YouTube e organizzano dibattiti online su questioni ambientali e culturali. Molti sono preoccupati per il futuro al di là della loro situazione personale. 

“Sento spesso dire che gli studi, la vita da studente, sono gli anni più importanti della vita, ma non li stiamo affatto vivendo come tali”

Louis Théobald

Tuttavia, l’impegno politico è difficile nel periodo del Covid. Come ci si può impegnare quando le questioni politiche hanno lasciato il posto alla gestione logistica della crisi, quando non si possono scambiare idee a quattrocchi e quando la gestione della vita quotidiana è già diventata abbastanza complicata?

Anche tra gli insegnanti, le proteste sono rare. Olivier Ertzscheid è stato uno dei primi ad opporsi pubblicamente alle regole messe in atto dal governo per gli studenti perché “era una sciocchezza nella sostanza e nella forma”. Per attirare l’attenzione sul disagio degli studenti e sulle contraddizioni nella gestione della crisi, ha tenuto una lezione sulla strada di fronte alla chiesa nel centro di La Roche-sur-Yon. “Perché le università sono chiuse mentre le chiese rimangono aperte, perché avete montato una tenda per fare i tamponi davanti al Leclerc e non davanti alle università?”, ha chiesto, anche a nome dei suoi studenti, che sono stati a lungo assenti dal discorso pubblico. Olivier Ertzscheid è convinto che le regole sanitarie e di igiene avrebbero potuto essere rispettate grazie ai tamponi e all’insegnamento alternato in piccoli gruppi. Chiede quindi che le facoltà siano riaperte al più presto.

Da metà gennaio, gli studenti del primo anno hanno nuovamente il permesso di andare all’università un giorno alla settimana per le lezioni pratiche. Per tutti gli altri studenti, questa regola è in vigore dall’8 febbraio. Ma non è così semplice o fluido: molti studenti sono tornati dai genitori e non possono permettersi di tornare all’università solo per qualche ora di lezione. Di conseguenza, molte misure di sostegno agli studenti non sono state pensate fino in fondo e quando le università le mettono in atto, sono spesso obsolete. 

“Terribilmente sola”: l’Erasmus ai tempi della pandemia

Ma almeno sembra esserci finalmente una consapevolezza della situazione in cui versano studenti. E non solo in Francia. A Vienna, per esempio, i caffè tradizionali hanno riaperto le porte agli studenti nonostante il lockdown, in modo che possano incontrarsi e studiare. Vienna è la città natale di Hannah Kogler, venuta a Valenciennes lo scorso agosto per un anno di Erasmus, quando l’università era aperta ma le giornate di integrazione erano state cancellate. Almeno una volta è riuscita ad andare a Parigi con due amiche dell’Erasmus. Poi è arrivato il secondo lockdown: “Mi sentivo terribilmente sola e non potevo seguire le lezioni perché il francese è la mia terza lingua straniera. Tutto quello che volevo fare era tornare a casa”.

Per fortuna Hannah è stata sostenuta dai suoi compagni di classe e dal suo ragazzo, francese, che ha conosciuto all’università. “Senza di lui, non ce l'avrei mai fatta”. Dopotutto, anche quest’anno ha avuto dei lati positivi, ma anche l’amore è diventato più complicato durante la pandemia. Presto Hanna tornerà a Vienna e non si sa se il suo compagno potrà andare a casa sua. "La nostra vita dipende dalle decisioni degli altri, è una strana sensazione", dice Hannah. Se è vero che al momento nessuno può pianificare nulla, è particolarmente grave quando si tratta di stabilire la propria rotta per il futuro.

In associazione con la Fondazione Heinrich Böll – Parigi


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