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In Turchia le elezioni presidenziali e legislative di maggio 2023 sono state plebiscitarie. Gli elettori si sono recati in massa alle urne per votare a favore o contro un nuovo mandato per Erdoğan e, di conseguenza, per il mantenimento o meno del regime ultra presidenziale entrato in vigore nel 2018.
Una maggioranza, seppur risicata, di elettori (52 per cento) ha votato a favore dell’uomo forte della “nuova Turchia” appoggiando così il suo regime, che si presenta sotto forma di autocrazia elettiva, l’edorganismo.
Ancora una volta i risultati elettorali hanno mostrato una costante: la divisione della società turca in due parti quasi uguali. Recep Tayyip Erdoğan ha vinto tre elezioni presidenziali (2014, 2018 e 2023) e il referendum costituzionale (2017), raggiungendo quasi sempre lo stesso risultato, che oscilla tra il 51 e il 52 per cento dei voti. In altre parole, pur riuscendo a mantenere una maggioranza elettorale, Erdoğan non riesce a conquistare la fiducia di una parte dell’opposizione.
Per Erdoğan e la sua cerchia ottenere la maggioranza ha significato stringere alleanze formali con altri partiti, dal tentativo di golpe del 2016: lui e il suo partito (AKP, di ispirazione islamico-conservatore) hanno bisogno dell’appoggio di gruppi dell’estrema destra nazionalista e integralista sunnita, con i quali hanno creato l’Alleanza popolare, accordo che va oltre una semplice alleanza elettorale e rappresenta un progetto di società contrassegnato da un conservatorismo radicale e da un nazionalismo aggressivo.
In seguito alla vittoria elettorale, Erdoğan ha creato un governo quasi interamente rinnovato. Capo di Stato, ma anche di governo e del partito di maggioranza, Erdoğan aveva piazzato tutti i ministri del vecchio governo in posizioni eleggibili come deputati: è riuscito nel suo intento in quanto tutti occuperanno posizioni molto importanti in parlamento. Il nuovo governo si presenta sotto forma di biforcazione, da una parte nella politica economica caotica imposta da qualche anno dallo stesso Erdoğan, e dall’altra da un ulteriore rafforzamento degli elementi securitari, con l’accentuazione della fusione di partito, stato e presidente.
Il cuore della politica securitaria dell’erdoganismo è composto dal capo dei servizi segreti esteri, dal capo di stato maggiore della difesa (come il ministro uscente), da un prefetto vicino a Erdoğan al ministero dell'interno e dal consigliere diplomatico di Erdoğan a capo dei servizi segreti.
Inoltre, con tutti gli organismi di regolamentazione sotto il controllo diretto del presidente, la maggior parte dei membri dell'Alta corte da lui nominati, e con più di tre quarti dei media sotto il suo controllo, il regime autocratico in vigore ha un rigido controllo sulla società.
La questione dell’adesione della Turchia all’Ue è ormai archiviata, cosa che ha fatto tirare un sospiro di sollievo alla maggior parte dei leader europei
Durante il suo primo discorso dopo la vittoria del 28 maggio, Erdoğan ha dichiarato di essere il presidente di 85 milioni di cittadini. Questo sebbene abbia prolungato la detenzione di Selahattin Demirtaş, ex co-presidente del partito di sinistra pro-curdo HDP, in prigione da sei anni e mezzo, andando contro la decisione della Corte europea dei diritti umani, la quale, al contrario, aveva ordinato la sua immediata liberazione, insiema a quella di Osman Kavala, filantropo che sostiene la società multiculturale.
Le carceri turche sono stracolme di prigionieri di coscienza a seguito delle numerose detenzioni arbitrarie e delle pesanti condanne da scontare ordinate dal palazzo presidenziale: Erdoğan, infatti, si serve della giustizia come mezzo per allontanare personalità dell’opposizione. Ne è un esempio il sindaco di Istanbul, condannato in quanto probabile vincitore alle elezioni.
La sua strategia di estromettere i sindaci dell'opposizione in questo modo, o con una semplice decisione del ministro dell'interno è diventata una pratica comune dal 2016: ad esempio, dei 65 municipi in cui hanno vinto i candidati del partito HDP nel 2019, 62 sono attualmente gestiti da amministratori nominati al loro posto dal ministero dell'interno. Oltre alla volontà di criminalizzare il movimento politico curdo e i suoi sostenitori di sinistra, il controllo delle municipalità, in particolare quelle delle grandi città, costituisce una questione economica per l'erdoganismo.
Le risorse finanziarie a disposizione delle municipalità di megalopoli come Istanbul e Ankara creano risorse importanti per mantenere la rete di clientelismo dell'AKP in generale, e di Erdoğan in particolare. All'indomani della sua rielezione, Erdoğan ha immediatamente fissato per il suo partito l'obiettivo di riprendersi, in vista delle elezioni municipali di marzo 2024, tutte le grandi città perse nel 2019, tra cui Istanbul.
Sul fronte economico, il ritorno al timone della politica economica di Mehmet Şimsek, gestore di fondi d'investimento internazionali a Londra, e la nomina come governatrice della Banca centrale assegnata a una donna turco-americana, Hafize Gaye Erkan, appartenente alla cerchia ristretta dei direttori delle banche d'affari negli Stati Uniti, sono visti come segnali di ritorno a una politica economica più conforme all'ortodossia liberale, in particolare in materia di bilancio e di finanza.
Secondo dati ufficiali ma inaffidabili, con un tasso di inflazione superiore al 50 per cento, un rapido deprezzamento della lira turca e le riserve della Banca centrale ormai in negativo nel tentativo di frenare la caduta della moneta nazionale, e mantenendo la politica dei tassi di interesse di riferimento della Banca centrale al di sotto del 10 per cento, l'economia turca è sull'orlo di una crisi finanziaria.
Perdita del potere d’acquisto
Questo spiega quindi la nomina di personalità in grado di rassicurare gli ambienti finanziari internazionali, nonostante la prospettiva di vincere le prossime elezioni municipali lascerà poco spazio di manovra al raggiungimento di una politica di stabilizzazione coerente.
Erdoğan è molto meno popolare nelle grandi città, dove la classe media sta subendo una profonda perdita di potere d'acquisto; allo stesso tempo è difficile che autorizzi l'attuazione di una politica di austerità che rischia di colpire anche le classi popolari, un po’ al riparo grazie alle politiche elettorali populiste.
Queste ultime includono l'aumento del salario minimo a un tasso vicino all’aumento dell’inflazione, l'abolizione del limite dell'età pensionabile e l'assunzione in massa dei lavoratori con un contratto nel servizio pubblico; ma gli effetti di questi impegni di bilancio si faranno sentire a partire dal prossimo autunno e il graduale aumento dei tassi di interesse che il nuovo ministro delle finanze si appresta a introdurre rischia di frenare brutalmente la creazione di posti di lavoro, che invece era riuscita nel 2022 nonostante il tasso di inflazione.
Tuttavia rimane un grosso interrogativo che si riassume nella prospettiva di una forte crisi economica che anticiperà la direzione dell'erdoganismo nei prossimi mesi. Le interpretazioni ottimistiche, in particolare all'interno dell'Unione europea, prevedono che la Turchia stringa legami più forti con i suoi partner europei per assicurarsi il flusso di finanziamenti esterni, fondamentale per evitare l’inadempienza dei pagamenti e di conseguenza un allentamento della politica repressiva nel paese.
Ma la prospettiva di un ulteriore giro di vite per sedare il malcontento interno e di un maggiore impegno nell’inquadramento nell'ideologia nazionalista religiosa, in particolare per i giovani, è altrettanto probabile quanto la prospettiva di un erdoganismo più flessibile.
In ogni caso, la questione dell'adesione della Turchia all'Ue è ormai archiviata, cosa che ha fatto tirare un sospiro di sollievo alla maggior parte dei leader europei; questo, nonostante il fatto che il paese continuerà a essere un alleato militare della Nato e un importante partner economico e commerciale dell'Ue. Allo stesso tempo, l'erdoganismo proseguirà nel suo maggior progetto, e questo per il secondo centenario della Repubblica di Turchia [creata da Kemal Atatürk nel 1923], che consiste nel consolidamento delle fondamenta di un sistema di partito-stato a carattere nazional-religioso.
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