Un referendum per sopravvivere

Per evitare le elezioni anticipate e la fine della sua carriera politica il premier George Papandreou ha scelto la strada della consultazione popolare. Ma si tratta di una scommessa rischiosa che mette i greci davanti a un ricatto.

Pubblicato il 2 Novembre 2011 alle 15:15
Il premier greco al summit di Bruxelles il 26 ottobre

Il primo ministro vuole a ogni costo evitare le elezioni anticipate. Per questo motivo ha preferito annunciare che indirà un referendum entro tre mesi per ratificare l'accordo dell'eurozona [concluso il 27 ottobre]. La reazione della classe politica è stata durissima. Tuttavia i deputati sono spaventati dalla forza delle proteste del 28 ottobre, che per la prima volta in 71 anni hanno impedito lo svolgersi della festa nazionale e hanno messo il primo ministro in una posizione molto delicata.

La crisi è scoppiata anche all'interno del governo socialista. Ormai è evidente che Papandreou non può più contare sul sostegno dei 151 deputati necessario a promuovere il referendum. Il governo è sul filo del rasoio, e venerdì potrebbe essere sfiduciato. Inoltre, anche se ottenesse la fiducia, Papandreou potrebbe non essere autorizzato dai suoi a organizzare il referendum.

Prendendo le distanze dagli eventi e considerando soltanto il punto di vista personale del primo ministro greco, quella del referendum è una buona idea. E non si tratta affatto di un pretesto per lasciare eroicamente la vita politica, come hanno sostenuto alcuni.

Cominciamo dall'inizio. Mai nella storia un governo democraticamente eletto è andato così tanto contro l'interesse del popolo come quello guidato da George Papandreou.

Certo, il paese attraversa una crisi senza precedenti. Ma resta il fatto che la spaccatura tra il governo e il popolo è lampante. È per questo motivo che il primo ministro non vuole andare alle urne. Non perché sarebbe "un rischio per la nazione", ma perché le conseguenze per il Pasok sarebbero disastrose, e le aspirazioni dello stesso Papandreou a ricoprire incarichi internazionali sarebbero spazzate via. Il referendum è dunque la soluzione migliore.

Papandreou ha sostanzialmente deciso di ricattare il popolo greco mettendolo davanti a una scelta netta: "o votate per l'accordo europeo o la Grecia fallirà e uscirà dall'euro".

Circa l'80-85 per cento dei greci non vuole più saperne di Papandreou, ma questo non vuol dire che il popolo voglia il fallimento del paese. Se nei prossimi tre mesi il governo continuerà a ripetere che il no equivale al fallimento, il no potrebbe vincere per reazione. Possiamo già prevedere un'astensione massiccia [in occasione del referendum] da parte di tutti i partiti. La partecipazione scenderebbe al 15-20 per cento e la procedura si rivelerebbe un buco nell'acqua. (traduzione di Andrea Sparacino)

Opinione

Catastrofe dietro l'angolo

"La Grecia è nella bufera", titola Ta Nea. Malgrado la decisione autonoma di George Papandreou, il paese "non è il solo a decidere in Europa. La profonda crisi economica rischia di far crollare tutta l'eurozona. La minaccia di una vera e propria catastrofe è dietro l'angolo".

Intanto "Merkel e Sarkozy hanno annunciato che faranno tutto ciò che è in loro potere perché venga applicato il piano di salvataggio messo a punto la settimana scorsa a Bruxelles. Ma hanno forse chiesto il parere di Antonis Samaras, capo dell'opposizione conservatrice? E quello di Spyros Karatzaferis, leader dell'estrema destra? Samaras ha garantito al presidente della repubblica che farà di tutto per impedire la realizzazione del referendum. Può riuscirci, ma cosa succederà dopo se ci saranno elezioni e le vincerà? Cercherà di rinegoziare tutti i piani di aiuto alla Grecia?", si domanda il quotidiano.

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