Idee Arcipelago Ucraina | Ungheria

L’Ungheria di Orbán nell’ombra della guerra di Putin in Ucraina

La risposta di Viktor Orbán alla guerra in Ucraina è stata di cercare di rimanere fuori dal conflitto, con disappunto dell'opposizione ungherese e dell'UE. Ma quanto a lungo può un paese piccolo e povero di risorse come l'Ungheria permettersi di restare in disparte, si chiede lo storico e scrittore ungherese György Dalos in questo nuovo articolo della nostra serie Arcipelago Ucraina.

Pubblicato il 4 Agosto 2022 alle 11:17
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In termini strettamente geografici, con il cambiamento del sistema sociale in Ungheria non è cambiato nulla: il paese si estende ancora su una superficie di 93mila chilometri quadrati. D’altra parte, però, oggi l’ex Repubblica Popolare d’Ungheria (come si è chiamata dal 1949 al 1989, sotto il comunismo) confina con cinque nuovi paesi nati proprio dalla dissoluzione di entità più grandi e multietniche.

A nord, l’ex Repubblica Socialista Cecoslovacca è stata sostituita dalla Repubblica Slovacca e dall’Ucraina, all'epoca parte dell’Unione Sovietica e oggi indipendente. A sud, il crollo dell’ex Jugoslavia ha portato alla nascita di tre nuovi stati: Serbia, Croazia e Slovenia.

Ciò che lega all'epoca la maggior parte di queste realtà all’Ungheria e ai suoi vecchi vicini, come la Romania e l’Austria, è la prospettiva dell’adesione all’Unione europea. La Serbia infatti, è in lista d’attesa, mentre l’Ucraina è considerata un candidato auspicabile da Bruxelles. Due degli stati nati dall’ex blocco orientale, la Slovacchia e la Slovenia, hanno adottato l’euro come valuta. Serbia e Croazia, invece, hanno una propria moneta nazionale.

Negli anni novanta questi paesi sono diventati delle democrazie parlamentari dove le rivalità tra i gruppi di potere si manifestano pubblicamente e, non di rado, in maniera violenta. Ogni trasformazione sociale e conflitto in corso al loro interno tocca gli interessi dell’Ungheria a causa del numero di ungheresi che risiedono lì: 1,5 milioni in Romania, 500mila in Slovacchia, 150mila in Ucraina, 300mila in Serbia, 16mila in Croazia e 15mila in Slovenia.

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Queste minoranze sono un'eredità di diversi accordi del primo e del secondo dopoguerra che hanno comportato perdite territoriali per l’Ungheria, come il trattato del Trianon del 1920 e i trattati di Parigi del 1947. E i problemi degli ungheresi all’estero, siano essi legati ai diritti linguistici o all'istituzione scolastica, hanno delle conseguenze anche sulla politica interna. Ostilità secolari vengono spesso riesumate e strumentalizzate. Certo, a volte anche alcuni vicini dell’Ungheria adottano atteggiamenti simili, ma finora tutti questi conflitti si sono comunque mantenuti entro dei confini pacifici, e hanno avuto solo un impatto indiretto sulla sicurezza dell’Ungheria.

Le guerre jugoslave tra il 1991 e il 2001, però, hanno dimostrato quanto sia fragile la stabilità su cui poggia l’intera regione, e cosa accade quando le superpotenze mondiali s'intromettono nelle dispute nazionali.

Per quanto riguarda il modo in cui la devastante “operazione militare speciale” in corso in Ucraina può aver influenzato le elezioni ungheresi dello scorso 3 aprile (che hanno riconfermato nettamente il partito Fidesz di Viktor Orbán, in coalizione con il partito popolare cristiano democratico), è logico supporre che, dato l’attuale clima di paura, gli elettori hanno preferito mantenere Fidesz al potere piuttosto che affidarsi a una traballante coalizione di sei partiti.

Il 24 febbraio 2022 entrerà negli annali della storia europea, e quindi anche di quella ungherese. La guerra non dichiarata della Russia contro l’Ucraina ha cambiato le relazioni tra est e ovest prevalse dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gettando un’ombra quasi apocalittica sulla politica mondiale. È difficile prevedere quando e come finirà il conflitto, ma è certo che ci vorrà molto tempo prima che venga stabilito un nuovo equilibrio per garantire la pace. Come minimo, ora i paesi dell’Unione europea e della Nato devono fare i conti con una potenza ostile che confina con loro e prepararsi a una nuova fase della guerra fredda.

Questo presupposto è anche alla base di quanto ha apertamente dichiarato lo stesso Orbán, ovvero di voler “esonerare” l’Ungheria dal conflitto. Questa posizione è stata pesantemente criticata dall’opposizione e condannata come un tradimento degli alleati occidentali dell’Ungheria, ma in realtà si concretizza solo in due ambiti: nel rifiuto di Budapest a far transitare sul territorio ungherese le armi destinate a Kiev, e in quello a estendere al settore energetico le sanzioni previste dall'Unione europea contro la Russia.

In particolare, questa seconda decisione consentirebbe al già controverso progetto russo-ungherese per l’ampliamento dell’unica centrale nucleare del paese, a pochi chilometri dalla cittadina di Paks, di procedere inalterato. Ma per qu…

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