Uno stress-test per gli europei

Proponendo un maggiore controllo dei budget nazionali e delle banche, i leader delle istituzioni dell’Ue raccolgono la sfida federalista lanciata dalla Germania. Questa soluzione, tuttavia, potrebbe determinare l’opposizione di alcuni stati senza per altro smorzare gli attacchi ai mercati.

Pubblicato il 27 Giugno 2012 alle 15:47

La crisi europea si protrae ormai da parecchi anni e finora, quando se ne è occupata, la Germania ha dato prova di una leadership meschina, svilita da calcoli politici, dogmatismo e rifiuti a ripetizione. La recessione è in corso da tempo nel Sud, e per due motivi principali: la crescita incontrollata di questi ultimi anni – della quale oggi paghiamo il prezzo – e quei bailout che altro non sono che bruscolini di solidarietà, accompagnati da misure di austerity molto inflessibili (pericolosamente inflessibili), volute da Berlino.

Questo maleficio dell’austerity, che permette di sviluppare politiche di crescita, avrebbe dovuto restituire fiducia alla zona euro, mentre non ha fatto altro che far precipitare la moneta unica in una crisi esistenziale. Malgrado tutto, la situazione è in evoluzione.

La cancelliera Angela Merkel, il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble e il presidente della Banca centrale tedesca Jens Weidmann, hanno elaborato in questi ultimi giorni una proposta che con vecchi ingredienti vorrebbe sfornare qualcosa di nuovo: mai, nel corso degli ultimi vent’anni, Berlino si era espressa a voce così alta e così chiara a proposito di un’unione politica. Bruxelles ha raccolto il guanto della sfida il 26 giugno con un documento ambizioso che mira a ricostruire l’edificio europeo, lanciando una proposta che mette a dura prova i limiti dell’Ue, nella misura in cui la paralisi ha indebolito terribilmente l’euro.

A condizione dunque che i paesi membri si impegnino attivamente e con determinazione in questo iter finalizzato all’unione politica, l’Ue accetta di togliere alcuni ostacoli affinché la Germania faccia concessioni in certi ambiti. Tuttavia, sussistono parecchie incognite, come accade quasi sempre allorché si ha a che fare con l’Europa.

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Di incognite ne vedo due, perlopiù. La prima riguarda il ruolo che vorrebbe rivestire la Francia di Hollande. Parigi di sicuro non si accontenterà di fare da accompagnamento al primo violino tedesco, ma al contempo deve lottare contro una deriva intergovernativa, contro la sua allergia al modello federale. In secondo luogo, ci si potrebbe chiedere come si possa gestire l’enorme crisi dell’euro sul breve periodo per evitare un’implosione.

Queste due domande rimangono in sostanza del tutto aperte nella proposta che hanno messo a punto i quattro presidenti, per la precisione quello del Consiglio europeo Herman Van Rompuy; quello della Commissione José Manuel Barroso; il presidente della BCE Mario Draghi; e quello dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Bruxelles inizierà a riflettere e a lavorare su questi dossier a partire dal 28 giugno, in occasione del summit dei capi di stato e di governo.

Le aspettative sono all’altezza dei fallimenti precedenti. I dirigenti decideranno se questo documento deve essere adottato oppure se limitarsi a fare bei discorsi e andare avanti senza un calendario preciso. Sono tuttavia costretti a trovare una soluzione in tempi più che rapidi per i paesi che sono sul punto di affogare.

Seguendo gli auspici della Germania, la versione 2.0 dell’Ue intende porre vincoli molto rigidi a ogni paese. Secondo la bozza, che fissa come termine ultimo il mese di dicembre, Bruxelles non si accontenterebbe di fissare un tetto massimo per le spese e il debito pubblico: se uno stato membro volesse emettere più debito di quello che è autorizzato a fare, dovrebbe giustificarlo e ricevere in via preventiva l’autorizzazione delle istituzioni europee.

Questa decisione equivarrebbe de facto a consegnare la chiave della cassaforte a una sorta di superministro delle finanze, e in definitiva a creare un Tesoro pubblico europeo. Questo coronerebbe il sogno di Berlino, che auspicava di fare quanti più possibili passi avanti verso l’unione di budget. In cambio di ciò, la Germania dovrebbe accettare una cosa che considera ancora oggi tabù: un certo livello di rateizzazione del debito.

Palla a Hollande

Certo, tutto ciò avverrebbe per tappe, cercando il compromesso come si è sempre fatto in Europa. “In una prospettiva di medio termine, si potrebbe valutare l'emissione di debito comune come elemento di tale unione di bilancio subordinato ai progressi nell'integrazione di bilancio”, si legge nel documento, con una formula che allude in modo appena velato agli eurobond.

Oltretutto, si procede ancor più verso un’unione bancaria, un supervisore comune – la Bce – con un fondo di garanzia comune e un fondo di ricapitalizzazione delle banche. In linea generale, sono i mercati a tradurre al meglio l’incomprensibile linguaggio europeo. “Si tratta di una prima tappa verso un’unione politica e di budget, indispensabile se si vuole che Angela Merkel accetti qualcosa di vagamente simile agli eurobond” spiegano alcune fonti finanziarie.

Queste stesse fonti puntano inoltre il dito contro le lacune delle quali potranno approfittare gli investitori per continuare a scommettere contro l’euro: “Un calendario preciso non esiste. La proposta stessa non è sufficientemente chiara, e questo lascia pensare che sussistano profonde divergenze di opinione. La buona notizia è che l’Europa fa passi avanti. Quella cattiva è che continua a procrastinare sempre tutto: nell’autunno 2013 ci saranno le elezioni in Germania e Berlino insiste a dare una grande rilevanza ai calcoli elettorali, malgrado la gravità della crisi”.

Insomma, è sempre così nell’imminenza di un summit. Questa volta la palla è nel campo di François Hollande, che ha dato nuovo respiro al progetto europeo, ma che deve far presente con precisione fino a dove intende spingersi. Non mancheranno certo i dirigenti che alzeranno le sopracciglia: la cancelliera Angela Merkel, per esempio, a sole 48 ore dal summit ha dichiarato in modo lapidario: “Finché vivrò, niente eurobond”.

Commento

Il piano soft per l’Ue di Van Rompuy

Il tanto atteso nuovo piano del presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, finalizzato a garantire il futuro della zona euro, è “meno ambizioso” e “di portata significativamente inferiore” rispetto alle versioni precedenti, afferma il Financial Times. Il quotidiano economico londinese precisa che il piano, che in effetti auspica la creazione degli eurobond e l’istituzione eventuale di un Tesoro centrale per l’Ue, sarà discusso al summit del 28/29 giugno. Nella bozza in questione

si propone di dare alle istituzioni dell’Ue il potere di redigere da capo i budget nazionali e si esortano le leadership dei paesi della zona euro a utilizzare il fondo salva stati di 500 miliardi di euro per ricapitalizzare le banche europee. Se le bozze precedenti del rapporto contenevano anch’esse misure dettagliate da prendere a breve termine per risolvere l’attuale scompiglio dei mercati, la bozza del piano presentato da Van Rompuy sul sito web del Consiglio Europeo contiene meno dettagli e non propone alcuna scadenza per la sua attuazione.

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