Venti islandesi sulla primavera spagnola

Dopo mesi di apatia, alla vigilia delle elezioni amministrative i giovani spagnoli hanno dato vita a un movimento di protesta che si ispira a quello che ha fatto cadere il governo di Reykjavik dopo la crisi del 2008.

Pubblicato su 19 Maggio 2011 alle 14:40

Una mattina di ottobre del 2008 Hördur Torfason si avvicinò a quello che gli islandesi chiamano Althing, il parlamento situato nella capitale Reykjavík. All’epoca la più grande banca del paese, il Kaupthing, aveva fatto crack, e il sistema finanziario islandese era sottosopra. Torfason, chitarra in spalla, collegò un microfono e aprì un canale attraverso il quale gli islandesi potevano esprimere il loro malessere nei confronti del drammatico stato del paese.

Il sabato seguente l’iniziativa di Torfason aveva già radunato decine di persone. I sabati dell’autunno 2008, legati al movimento Voci del popolo, portarono allo scioglimento del parlamento, il 23 gennaio 2009, e all’organizzazione di nuove elezioni. Le voci pacate dei cittadini islandesi hanno viaggiato fino ad arrivare tra le migliaia di dimostranti riunitisi in diverse città spagnole domenica 15 maggio: "La Spagna in piedi, una nuova Islanda" e "il nostro modello è quello islandese" sono stati alcuni degli slogan scanditi durante le manifestazioni.

Gli islandesi non si sono fermati lì. Hanno scosso le fondamenta del governo, hanno dato la caccia ai banchieri responsabili della bancarotta e hanno detto no al referendum sulla restituzione al Regno Unito e ai Paesi Bassi dei quattromila milioni di euro di debiti contratti dalla banca Icesave. Inoltre hanno formato un’assemblea di 25 cittadini eletti per mettere a punto una riforma costituzionale. Una rivoluzione silenziosa, nascosta dal protagonismo mediatico delle rivolte arabe che l’ingovernabile canale dei social network si è incaricato di trasmettere.

Ma non solo di Islanda, un paese di appena 320mila abitanti, vivono gli spagnoli che chiedono una democrazia reale. ¡Democracia Real Ya!, l’organizzazione che raggruppa i movimenti di protesta, propone infatti 40 punti per il cambiamento, che vanno dal controllo dell’assenteismo parlamentare alla riduzione della spesa militare, passando per l’abrogazione della legge Sinde. A Dry hanno già aderito circa 500 organizzazioni di ogni tipo, ma nessun partito e nemmeno i sindacati. I fronti della protesta si moltiplicano senza un filo conduttore, come fecero a loro tempo tutte le sigle che finirono sotto l”ombrello dell’antiglobalizzazione o antimondialismo (Attac appoggia la protesta spagnola), e che oggi, a dieci anni dal Social forum di Porto Alegre, agiscono in un contesto ancora più limitato di quello affrontato in occasione del Forum economico mondiale di Davos.

Oggi la protesta va avanti a velocità di crociera, attraverso una rete che ha moltiplicato l’eco del malessere e ha aperto il cammino al cyberattivismo di collettivi come Anonymous, già protagonista della campagna in difesa di Assange con attacchi a Paypal e Visa e attivo anche all’inizio delle rivoluzioni arabe aggirando la censura delle dittature di Egitto e Tunisia. La primavera araba è sbocciata e ha raggiunto il suo pieno vigore mentre i giovani francesi, italiani, britannici e greci scendevano in strada per protestare contro i tagli allo stato sociale. La Spagna invece aspettava ancora.

Prima è arrivata Nolesvotes (Non votarli), iniziativa che invita al boicottaggio di Pp, Psoe e Ciu, accusati di approfittare della legge elettorale per rimanere sempre in parlamento, con "livelli di corruzione allarmanti per la Spagna". In seguito si sono aggiunti gli appelli al parlamento di movimenti come Avaaz o Actuable per avere liste elettorali libere da politici imputati. Infine i circa duemila giovani che hanno partecipato alle manifestazioni di Juventud sin Futuro (gioventù senza futuro) dello scorso 7 aprile, una prova in scala ridotta di quella che il 15 maggio è diventata un’esplosione popolare in diverse città spagnole.

"Da grandi vogliamo essere islandesi!", gridavano i promotori della manifestazione di domenica scorsa, alla guida di una colonna di giovani e meno giovani, padri e figli, studenti e lavoratori, disoccupati e pensionati. In Islanda i sabati che hanno realizzato il cambiamento chiesto dai cittadini sono stati molti. In Spagna, per il momento, alla domenica è seguito un martedì. Ma la strada è ancora lunga.

Contesto

La politica ha paura

Il movimento 15-M prende il nome dalle manifestazioni che il 15 maggio hanno visto migliaia di studenti, pensionati, lavoratori mal pagati o cittadini insoddisfatti scendere in piazza in una cinquantina di città spagnole al grido di “Non eleggeteli”. Rispondendo all’appello della piattaforma Democracia Real Ya, si sono mobilitati tramite social network come Twitter (#Spanishrevolution o #nolesvotes) e Facebook. Gli organizzatori della manifestazione hanno deciso di ripetere le proteste ogni sera, fino a domenica 22 maggio, quando si terranno le elezioni amministrative e regionali. Il 18 maggio la commissione elettorale ha dichiarato illegale un raduno alla Puerta del Sol, a Madrid, in quanto potrebbe “influire sulla campagna elettorale”. Ma gli “arrabbiati” hanno deciso di portare avanti comunque l’occupazione della piazza.

“Fuorilegge!”, titola Abc. Il quotidiano conservatore ritiene che effettivamente “ci siano buoni motivi per essere scontenti a fronte della crisi”, ma che “obiettivamente” ne è responsabile “un governo di sinistra” e non il “sistema” messo in discussione dai manifestanti. Questi ultimi, “sociologicamente di sinistra”, non chiedono “alternanza ma rottura, ovvero un modo per limitare, deformandolo, il quadro democratico: o la sinistra o la riforma del sistema”.

“Il governo autorizza la manifestazione vietata e il Psoe appoggia le proteste”, denuncia El Mundo. Sull’altro quotidiano conservatore Victoria Prego sottolinea che “in modo alquanto sorprendente, i manifestanti non indirizzano le loro proteste contro il governo ma contro il sistema, senza identificare i colpevoli”, contrariamente all’opinione pubblica, che nei sondaggi considera il governo responsabile dell’attuale crisi. Ma, aggiunge Prego, i leader politici non si sono preoccupati dei cittadini comuni, “perché non sono scesi in strada, che è proprio ciò che spaventa a morte i nostri dirigenti”.

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