Opinione Dopo il licenziamento del direttore di Index

Le violazioni della libertà d’informazione in Ungheria non rimangano impunite

La fine di fatto di uno degli ultimi giornali indipendenti ungheresi dopo il licenziamento del suo direttore è un ulteriore colpo alla libertà di informazione. L’Ue dovrebbe subordinare gli aiuti a Budapest al suo rispetto.

Pubblicato il 31 Luglio 2020 alle 10:16
Gábor Bankó | 444.hu  | "Paese libero. Stampa libera". Una manifestazione di solidarietà con i giornalisti di Index. Budapest, 24 luglio 2020.

Non appena i leader dell’Ue erano tornati dal vertice maratona di Bruxelles che Szabolcs Dull, direttore di Index.hu, uno dei principali siti di informazione in Ungheria, è stato licenziato.

Il governo ungherese sostiene di non interferire con la libertà di informazione perché “i giornalisti possono scrivere quello che vogliono”. Il ministro degli Esteri, Peter Szijjártó, ha detto a una conferenza stampa durante una visita in Portogallo: ”Come potrebbe intervenire lo Stato nelle decisioni di un mezzo di informazione di proprietà privata?”

La risposta è semplice. Gli amici del governo acquistano una partecipazione di maggioranza nelle aziende proprietarie dei giornali. Poi i giornali sono progressivamente privati di entrate pubblicitarie da parte dello stato, che vengono usate invece per alimentare o creare concorrenti. Infine, si licenzia il direttore sulla base del fatto che il giornale non è abbastanza redditizio.

Oppure, come ha detto alla redazione di Index László Bodolai, amministratore delegato della holding che controlla la testata, la decisione di licenziare Dull è stata “personale”. Un articolo della Reuters cita Bodolai: “Dull non è stato in grado di controllare le tensioni interne alla redazione, portando allo scompiglio e al calo delle entrate, poiché che gli inserzionisti si sono tenuti lontani”.

In realtà la decisione non è stata né commerciale, né personale, ma piuttosto politica. Lo hanno capito benissimo gli 80 giornalisti (su un totale di 90) che si sono dimessi in seguito al licenziamento di Dull, e le migliaia di persone che hanno aderito subito dopo alle proteste di piazza a Budapest.

Parlando agli ormai ex colleghi dopo il suo licenziamento, Szabolcs Dull ha detto: “Index è una possente fortezza che loro (il governo) vogliono far saltare in aria”.

Istvan, 30 anni, che si è unito alla marcia di protesta dal quartier generale di Index all’ufficio del primo ministro Viktor Orbán nel castello di Buda, ha detto: “Non siamo necessariamente qui perché ci piaceva Index, ma ora siamo al punto in cui l’accesso alle informazioni è compromesso”.

Negli ultimi anni, i media indipendenti in Ungheria sono stati sistematicamente messi alle strette. Il sito Hungarian Spectrum riferisce che molti giornali sono “scomparsi o sono stati acquistati da oligarchi, molto probabilmente con l’aiuto sottobanco ,del governo stesso e si sono aggiunte alla scuderia dei media amici del governo”.

Nonostante questo declino, l’Ungheria è ancora classificata da Reporter senza frontiere come il secondo peggior stato membro dell’UE per la libertà dell’informazione (la Bulgaria è in cima a questa speciale classifica della vergogna). Ma in Ungheria, in Bulgaria o in qualsiasi altro paese dell’Unione europea, la commissione europea non dovrebbe intervenire contro gli abusi della libertà d’informazione?

Con oltre un milione di lettori al giorno, Index ha rappresentato oltre la metà di tutte le pagine viste quotidianamente fra i media indipendenti ungheresi. Secondo l’International Press Institute, è stato un pilastro della libertà di stampa in Ungheria. Il caso di Index illustra bene il modo in cui Viktor Orbán e il suo partito, la Fidesz, sono riusciti ad ottenere un controllo sempre maggiore sui giornali indipendenti in Ungheria.

Attraverso una complessa struttura di gestione, Index è di proprietà di una fondazione, il cui scopo sulla carta è di salvaguardare la sua indipendenza editoriale. Come spiega Justin Spike, giornalista dell’emittente indipendente Insight Hungary: “Per anni, gli uomini d’affari legati al governo si sono nascosti all’interno della struttura proprietaria di Index, ma il sito è riuscito a mantenere il controllo editoriale sulla redazione”.

Tuttavia, è stata la holding, non Index in sé, a controllare il modo in cui sono stati raccolti i ricavi pubblicitari. Questo veniva fatto attraverso una società di pubbliche relazioni chiamata Indamedia.

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Nel marzo 2020, Indamedia è stata acquistata da Miklós Vaszily, uno stretto alleato di Viktor Orbán. Nel 2014, è stato responsabile dell’acquisizione di Origo, un altro giornale online. In seguito alla pubblicazione di un articolo che denunciava l’uso improprio dei fondi da parte di un alto funzionario del governo, Vaszily ha licenziato il caporedattore. Origo ha successivamente adottato una posizione filogovernativa.

In risposta all’acquisizione di Indamedia da parte di Vaszily, Szabolcs Dull ha istituito un barometro online a tre colori per avvertire i lettori delle minacce all’indipendenza di Index. Il verde era per “indipendente”, il rosso per “non indipendente”, il giallo per “in pericolo”. A giugno, in seguito alla nomina di un altro fedele di Orban, Gábor Gerényi, come consulente di Indamedia, il comitato di redazione ha declassato lo status di Index a giallo. È stato a quel punto che Szabolcs Dull è stato pregato di andarsene.

Come si tutela la libertà di informazione in uno stato membro dell’Unione europea in cui i controlli e gli equilibri democratici sono stati eliminati?

In primo luogo, dobbiamo affrontare il vasto squilibrio tra i giornali controllati dal governo e quelli indipendenti in Ungheria.

Le distorsioni del mercato e l’uso illegale degli aiuti di stato sono ben documentati. Ad esempio, la Commissione Ue sta attualmente esaminando se una decisione del governo ungherese di concedere 108 milioni di euro di sovvenzioni a Samsung per la costruzione della sua unità di produzione di batterie SDI in Ungheria abbia violato le norme sugli aiuti di stato.

Nell’aprire l’inchiesta sulla vicenda la commissaria european alla concorrenza Margrethe Vestager ha chiarito: “Il sostegno pubblico dovrebbe essere concesso solo se necessario per innescare investimenti privati. In caso contrario, conferisce al beneficiario solo un vantaggio sleale rispetto ai suoi concorrenti, a spese dei contribuenti”.

Non è necessario essere un esperto di comunicazione per notare che il panorama mediatico ungherese è irrimediabilmente sbilanciato a favore dei giornali controllati dallo stato. Solo gli investitori filogovernativi possono ottenere una banda di frequenza per poter trasmettere.

Il Consiglio ungherese per i media, che tra le altre funzioni dovrebbe essere il custode degli standard di diffusione, è interamente controllato da gente della Fidesz. Le decisioni del Consiglio dei media servono gli interessi politici del partito al potere.

Con massicce campagne pubblicitarie il governo promuove i propri mezzi di comunicazione che riempie di propaganda, notizie false e contenuti destinati a manipolare e controllare il pubblico affinché sostenga la politica del governo.

Spogliati dei valori del servizio pubblico di radiodiffusione, i media controllati dal governo pompano ogni giorno enormi quantità di notizie false. In realtà il governo è così abile nel distorcere il flusso di informazioni che non c’è bisogno di (e non c’è traccia di) alcuna interferenza russa.

Se la commissione europea volesse prendere sul serio gli abusi in materia di libertà di informazione in Ungheria, potrebbe iniziare esaminando la struttura della proprietà dei giornali in quel paese e l’allocazione fraudolenta dei fondi pubblici in base alle regole di concorrenza esistenti. Nonostante le molteplici richieste per un’inchiesta di questo tipo, non sono stati ancora presi provvedimenti in tal senso.

In secondo luogo, l’Ue dovrebbe introdurre condizioni molto più severe per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi europei in Ungheria e in altri stati membri, come la Polonia, dove ci sono chiare prove di violazioni della democrazia e dei diritti umani, compreso il mancato rispetto dello stato di diritto.

Non sorprende che Szabolcs Dull sia stato licenziato pochi giorni dopo il vertice europeo. Il mancato inserimento da parte del Consiglio europeo delle clausole di condizionalità nei criteri di erogazione del piano di ripresa ha dato il via libera a Orban per nuovi abusi democratici.

A maggio, la commissaria Vera Jourová, vicepresidente della commissione europea per i valori e la trasparenza, ha inviato un messaggio di sostegno a Index: “Quello che state facendo, i valori per cui vi battete, la libertà dei media e il pluralismo, sono essenziali per la democrazia”, ha detto nel suo messaggio, “potete contare sul mio sostegno”.

In terzo luogo, la Commissione dovrebbe aderire alle richieste del parlamento europeo di triplicare il suo programma “Diritti e valori” per sostenere le organizzazioni della società civile che lavorano per monitorare e contrastare le violazioni dei diritti umani e democratici.

Se non c’è alcuna condizione per la concessione di fondi Ue all’Ungheria, se non si valuta se tali fondi vengono utilizzati legittimamente dal punto di vista del diritto della concorrenza, allora chi si insorgerà e combatterà per la libertà?

Quando il giornalismo indipendente sarà privato dell’ossigeno da un governo a cui non piace quello che ha da dire sul suo operato, a chi rimarrà il compito di testimoniare gli abusi del governo?

In quarto luogo, l’Unione europea dovrebbe insistere sulla partecipazione dell’Ungheria alla Procura europea, in modo che le denunce relative all’appropriazione indebita, per esempio di fondi dell’Ue, possano essere indagate in modo indipendente.

L’esperienza di Index è sintomatica di ciò che sta accadendo in altri settori dell’economia dove una serie di uomini d’affari, compresi i parenti di Orbán, sono attivi dal 2010 – e ora si aggiudicano oltre il 25% di tutti gli appalti pubblici finanziati con fondi europei. Orbán nega la corruzione e afferma che le accuse dovrebbero essere denunciate alle autorità, autorità che sono a loro volta controllate dagli uomini della Fidesz.

Infine, l’Unione deve perseguire con vigore le indagini per violazione dello stato di diritto ai sensi dell’articolo 7 del trattato Ue contro l’Ungheria. Quale più chiara indicazione di mea culpa avrebbe potuto esserci, se non il tentativo di Orbán a luglio di ricattare l’Unioine per mettere un termine alle indagini in cambio del sostegno al pacchetto di aiuti per la ripresa post-coronavirus?

Il destino di Szabolcs Dull e degli 80 giornalisti che sono usciti da Index per protestare contro il suo licenziamento è un nuovo segno di debolezza, mentre l’Ungheria scivola verso l’autoritarismo. E per i cittadini europei, solleva un profondo interrogativo esistenziale sull’integrità del progetto europeo. A volte in politica bisogna turarsi il naso quando si agisce per garantire il bene superiore. Ma non bisogna mai vendere l’anima al diavolo.

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