Idee Post Covid-19

Che Europa vogliamo dopo la Pandemia?

L’epidemia che stiamo vivendo ha causato rigidità politiche, regressione economica e sofferenza nelle nostre società. Ma possiamo farne un’opportunità di cambiamento per un’Europa più giusta, democratica e aperta, dice Timothy Garton Ash.

Pubblicato su 29 Maggio 2020 alle 08:32

La crisi sanitaria attuale sembra abbia fatto crescere la fiducia in un cambiamento radicale. Secondo un sondaggio elaborato dalla mia squadra di ricercatori di Oxford, uno stupefacente 71 per cento degli europei è ora a favore dell’introduzione di un reddito di base universale. Nel Regno Unito hanno risposto favorevolmente il 68 per cento degli intervistati.

Meno incoraggiante, almeno per chiunque creda nella democrazia liberale, è un altro risultato della nostra indagine: non meno del 53 per cento dei giovani europei ripone la propria fiducia, per quanto riguarda la risoluzione della crisi ambientale, in governi autoritari.

Il sondaggio è stato realizzato da eupinions nel mese di marzo, quando la maggior parte dei paesi europei era confinato, ma queste questioni erano state portate alla luce in precedenza. Sarebbe ora molto interessante chiedere agli europei quale sistema politico a loro avviso sta applicando la migliore strategia di lotta contro il Covid-19, il tutto mentre Stati Uniti e Cina — la democrazia e la dittatura più grandi del mondo — si accusano reciprocamente.

Questi due risultati, contrastanti ma ugualmente stupefacenti, mostrano quanto sarà alta la posta in gioco una volta usciti dall’immediatezza dell’emergenza sanitaria, e saremo confrontati alla crisi economica e le sue ricadute politiche. Che momento storico sarà per l’Europa e per il mondo? Potrebbe dare inizio al meglio, così come, al peggio della storia.

La proposta di un reddito di base universale era stata respinta, fino a non poco tempo fa, perché ritenuta un’utopia. Durante il confinamento molti paesi sviluppati hanno introdotto qualcosa del genere: certo, non per tutti, ma senza dubbio per un’ampia parte della popolazione. Il ministro dell’Economia spagnolo ha detto che il “reddito vitale minimo” potrebbe diventare uno strumento permanente del sistema del paese. Non passa un giorno senza leggere un articolo che suggerisca un reddito di base universale o una qualche variante: è un’idea il cui tempo è arrivato.

Questo potrebbe far parte di un futuro prossimo in cui riusciamo a fare di una delle crisi più importanti del Dopoguerra una grande opportunità. Ci riferiamo alla crescente ineguaglianza, sia economica che culturale, che ha eroso le fondamenta perfino delle democrazie liberali più solide, come Regno Unito e Stati Uniti. Dopo aver imparato, durante il confinamento, a lavorare in modi diversi, in gran parte da casa e senza viaggi non necessari, trasformiamo questi insegnamenti in un nuovo stile di lavoro e vita. Dopo aver apprezzato l’aria più pulita e i cieli più tersi, il canto degli uccelli non più soffocato dal traffico e i lenti cambiamenti della natura che fino ad ora erano passati inosservati, è il momento di iniziare a cambiare radicalmente per contrastare il riscaldamento globale e aspirare ad una migliore qualità della vita.

Dopo essere usciti su tetti e balconi in ogni paese per applaudire medici, infermieri, operatori sociali ed altri lavoratori essenziali che stanno rischiando la loro vita per salvare la nostra, non dimentichiamoli una volta che il pericolo sanitario è passato. Non solo dovranno ricevere un compenso sociale ed economico adeguato — torna alla mente lo slogan del Dopoguerra “le case per gli eroi”— ma c’è anche quello che i populisti polacchi chiamano una “ridistribuzione del rispetto”. Con la “ridistribuzione necessaria”, invece, togliamo a nazionalisti e populisti il loro fascino elettorale.

È il momento di riconoscere che un pianeta perseguitato da minacce globali come il virus e il cambiamento climatico richiede più cooperazione internazionale, non meno. E l’Ue, che ha convocato una riunione internazionale per raccogliere fondi per la lotta al Covid, diventa il motore principale di un’azione collettiva globale.

È un sogno. Ma ecco che arriva l’incubo. 

Questo potrebbe essere un Dopoguerra, ma somiglia più agli anni successivi alla Prima guerra mondiale che alla ricostruzione liberale e socialdemocratica post 1945. Le pulsioni nazionaliste che vediamo in Donald Trump e Xi Jinping si fanno ancora più evidenti. A causa delle politiche di “ciascun per sé”, la recessione post-Covid diventerà rapidamente una depressione. Le diseguaglianze crescono invece che diminuire, all’interno della nostra società e tra i differenti paesi.

In Europa, i ricchi paesi nordici, come la Germania e i Paesi Bassi non mostrano lo stesso grado di solidarietà con le economie più bistrattate del Sud. Al contrario, utilizzano la sospensione, da parte dell’Ue e giustificata dalla crisi, dei limiti imposti sugli aiuti di stato per immettere fondi pubblici nelle loro industrie chiave, e il baratro si fa più profondo tra i paesi del nord e del sud dell’Europa.

Nell’arco di un paio d’anni, un populista come Matteo Salvini, o qualcuno di peggio (sì, è possibile), conquista il potere in un’Italia dove il debito pubblico è più o meno il 160 per cento del Pil e addossa ai paesi nordici e alla loro mancanza di solidarietà la responsabilità dei problemi dell’Italia.

Nel frattempo, a est del continente, l’Ungheria rimane una dittatura, con i poteri straordinari temporanei di Viktor Orban misteriosamente diventati permanenti. La Polonia segue le orme dell’Ungheria. L’Ue, non più una comunità di governi democratici: è lacerata lungo entrambi gli assi, nord-sud e est-ovest, diventando sempre più debole, si disintegra.

Lasciati a sé stessi, gli Stati membri non riescono a fornire prospettive lavorative adeguate, una sicurezza sociale e un futuro ecologicamente sostenibile per i cittadini più giovani. E così, come già anticipato dal nostro sondaggio, questi si rivolgono verso soluzioni autoritarie. L’Europa somiglia sempre meno agli Stati Uniti e sempre più alla Cina.

Nel 2030 probabilmente non avremo né questo inferno né quel paradiso, solo una qualche versione del nostro abituale, umano purgatorio. Ma quello dei due verso cui tenderemo dipende solamente da noi: dagli americani e dai cinesi, russi, indiani e brasiliani, ovviamente, ma in Europa siamo noi europei a decidere. E questo vale anche per i britannici del dopo Brexit, che sono ancora europei, che gli piaccia o no.

Ecco perché, sul sito di Oxford che presenta i risultati della nostra indagine, abbiamo anche introdotto un’applicazione per realizzare autointerviste destinata a chiunque abbia dieci minuti liberi e voglia raccontarci i suoi momenti europei migliori, peggiori e più formativi, così come le speranze per l’Europa del 2030. Fino a ora, la caduta del Muro di Berlino è stato il momento formativo più citato e la Brexit il peggior momento più votato. Ma, forse, il momento attuale li supererà entrambi. Venite a raccontarci il vostro su europeanmoments.com.

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