Questo articolo è riservato alle persone abbonate
È difficile immaginare che il paesaggio di Kebili, nei pressi di Douz, sia ora disseminato di pozzi per l’estrazione di idrocarburi, quando questa regione nel sud della Tunisia è un centro nevralgico per il turismo locale: sono infatti particolarmente apprezzate le numerose saline in mezzo al deserto presenti, caratteristiche della zona intorno al lago salato Chott el-Jerid.
Eppure è proprio nella regione alle porte del Sahara che i siti della compagnia petrolifera francese Perenco, e della Serinus Energy, polacca, nel 2017 hanno dovuto affrontare ripetuti scioperi e sit-in organizzati dalla società civile locale, che già cinque anni fa ha iniziato a chiedere un miglior controllo, sociale e ambientale, di queste due compagnie straniere che operano in Tunisia.

Questa serie di proteste ha portato, da una parte, alla firma di un accordo di 114 punti con la società civile, mentre dall’altra, la classificazione di questi siti di estrazione come “zone militari” ha impedito qualsiasi tentativo di protesta e il monitoraggio delle attività delle compagnie petrolifere e del gas nella regione.
Dopo la Perenco, che le associazioni ambientaliste Sherpa e Friends of the Earth nel novembre 2022 hanno portato davanti alla giustizia francese a causa dell’inquinamento provocato dalla sua attività nella Repubblica democratica del Congo, è ora la Serinus a essere citata in giudizio.
Con sede legale a Jersey (un’isola fra il Regno Unito e la Francia, da alcuni considerata un paradiso fiscale), la società controlla l’operatore tunisino Winstar, responsabile dello sfruttamento del giacimento petrolifero di Sabria, a Kebili, le cui pratiche estrattive sono altrettanto discutibili.
Serinus Energy: “piccola azienda” di un gigante polacco dell’energia
Nel 2013 la Serinus Energy ha ottenuto due prestiti dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), per un totale di 60 milioni di dollari, al fine di sviluppare i giacimenti petroliferi di Sabria, Ech Chouech e Chouech Essaida, nel sud del paese.
Il prestito è stato concesso nonostante l’iniziale astensione dal voto per il finanziamento da parte delle banche di sviluppo legate alla Bers, motivata dalla “mancanza di una valutazione dell’impatto ambientale” del progetto della Serinus in Tunisia.
La Bers ha motivato il prestito come sostegno “allo sviluppo di una piccola azienda indipendente in Tunisia, paese nel quale le società statali dominano ancora la produzione di idrocarburi”. Ma la Serinus Energy è in realtà uno dei pilastri dell’impero finanziario della Kulczyk Investments, società di investimento che all’epoca era di proprietà di uno degli uomini più ricchi della Polonia: il miliardario Jan Kulczyk, ormai defunto, al quale è poi succeduto il figlio Sebastian.
A ricoprire la posizione di responsabile delle attività della Kulczyk Investments in Africa a quel tempo era nientemeno che Horst Köhler, ex presidente della Germania e, soprattutto, come già sottolineato dalla rete Bankwatch nel 2014, presidente della Bers dal 1998 al 2000. Come detto sopra, la Bers stessa a finanziare il progetto Serinus in Tunisia per un importo di 60 milioni di dollari.

Oltre a questa porta girevole, anche le tecniche di trivellazione e i rischi ambientali associati al progetto hanno suscitato l’indignazione della società civile a livello internazionale. La Bers fa notare che, al momento del finanziamento del progetto della Serinus Energy, l’ex presidente tedesco “non era più soggetto al codice di condotta del personale della Banca”, in particolare per quanto riguarda i conflitti di interesse. L’istituzione aggiunge inoltre che il progetto è stato sottoposto anche a una “rigorosa analisi” della sua integrità, ma ha rifiutato di fornire una copia del rapporto.
Che fine hanno fatto i 60 milioni di dollari?
Nel 2013, 20 ong hanno interrogato la Bers sul finanziamento dei giacimenti petroliferi e chiesto di abbandonare il progetto, contestando la trivellazione di “pozzi orizzontali” e “l’utilizzo del fracking”, pratica criticata per le sue conseguenze ambientali e sanitarie.
Questa richiesta è rimasta disattesa, come spiegato da Bers nella sua analisi del progetto del 2021: le critiche sono state “respinte dalla società e dal promotore [...], e il progetto si è comunque ampiamente disintegrato”. Si può dire lo stesso dei 60 milioni di dollari?
L’analisi mette in luce gli “scarsi” risultati del progetto, oltre a un’efficacia e un impatto “ampiamente insoddisfacenti”, definendo il programma della Serinus in Tunisia nel suo complesso come “carente”: questo mancato successo è attribuito al calo del prezzo del petrolio al barile all’inizio del 2014, in seguito al quale la banca di sviluppo avrebbe ridotto il finanziamento di 45 milioni di dollari.
La somma doveva essere utilizzata in parte per “stimolare” i pozzi petroliferi delle concessioni Serinus in Tunisia, quindi per migliorarne la resa, e la fratturazione idraulica è uno dei metodi più comuni per raggiungere questo obiettivo.
Tuttavia, anche se l’analisi della Bers afferma che “non è stata effettuata alcuna fratturazione durante il progetto”, ci sono diverse ragioni per dubitarne. Contattata via e-mail, la Banca specifica che le operazioni di “stimolazione” devono essere distinte da quelle di fratturazione.
Il sito di Sabria è gestito da Serinus Energy in collaborazione con la compagnia delle attività petrolifere tunisina (Etap). Si tratta di un vasto giacimento costituito da grandi bacini, simili in tutto e per tutto a quelli di Perenco, che, secondo l’esperta Sabria Barka, coautrice del rapporto Gas di scisto in Tunisia: tra mito e realtà (in francese), potrebbero indicare operazioni di fracking.
ll “compatto”: tra nuove definizioni e fake news
La fratturazione idraulica, o fracking, è un processo utilizzato per recuperare il petrolio e il gas naturale intrappolati nella roccia attraverso l’iniezione di acqua ad altissima pressione, nella quale vengono disciolti centinaia di additivi tossici. Questa pratica presenta rischi di inquinamento per le falde acquifere, nonché di perturbazione dell’attività sismica locale a causa della fratturazione di rocce sotterranee, situate a più di 3.000 metri di profondità, nelle quali si trovano intrappolati i preziosi idrocarburi.
Il fracking è da anni oggetto di un acceso dibattito in Tunisia, tanto che il gigante petrolifero Shell nel 2012 è stato costretto ad abbandonare i piani di trivellazione di 742 pozzi vicino alla città di Qayrawan, nella Tunisia centrale, a seguito di un’ondata di proteste locali.
Da tempo associata all’estrazione del gas di scisto, la tecnica del fracking è in realtà utilizzata anche per l’estrazione di sacche di gas e petrolio note come “serbatoi compatti”, situati a pochi metri dalla roccia ricca di scisto: un’altra risorsa di idrocarburi “non convenzionale”, ma meno nota al grande pubblico.
L’utilizzo di idrocarburi compatti evita quindi nuove polemiche, benché preveda le stesse tecniche utilizzate per l’estrazione dello scisto.
Un dettaglio che a volte passa inosservato: che si tratti di gas di scisto o di idrocarburi compatti, i processi di estrazione sono più o meno gli stessi, sia in termini di tecnica, sia di rischi per l’ambiente, e questo gioca a vantaggio degli operatori del petrolio e del gas.
Fracking e giacimenti non convenzionali
L’utilizzo di risorse petrolifere compatte fornisce un linguaggio con connotazioni meno spaventose per l’Etap e i suoi partner. A “scisto”, per esempio, si preferisce “compatto”, e alle risorse non convenzionali si preferiscono quelle “semiconvenzionali”.
Tuttavia, secondo un membro dell’industria che ha voluto rimanere anonimo: “Il semiconvenzionale non esiste. Esistono giacimenti convenzionali e non convenzionali. E il semplice utilizzo della fratturazione idraulica è sufficiente a qualificare questi giacimenti come tali”.
Un ex direttore della Serinus ha confermato questo aspetto della licenza di Sabria: “Sì, questa concessione può essere definita ‘semi-convenzionale’”. Si tratta di una categoria di idrocarburi che, come lo scisto, non è definita per legge, ma è già stata approvata dal governo tunisino.

Un messaggio pubblicato nel 2020 su LinkedIn da un dipendente dell’Etap ne è la prova: “Il fracking sul semiconvenzionale è già stato approvato”. E, nel caso di Serinus Energy, un ingegnere spiega persino di aver eseguito dei lavori di fratturazione per conto di Winstar, la filiale locale dell’azienda.
Uno studio sull’impatto ambientale di Winstar risalente al 2014 indica che sono state effettuate delle analisi anche in un’altra concessione della società: la Ech-Ouech, situata nel sud del Sahara tunisino. Contattata dai nostri giornalisti, la Serinus ha confermato che le operazioni di fracking sono state effettivamente eseguite nella concessione Ech-Chouech, ma non nel sito di Sabria, dove, secondo la società, i giacimenti sfruttati sono “convenzionali”. È della stessa opinione la Bers, contattata via e-mail.
La Serinus dichiara inoltre di distinguere queste operazioni, che sono “diffuse dagli anni Sessanta”, dalle pratiche “più moderne legate all’estrazione di scisti e risorse non convenzionali”. Per la Bers, il progetto Serinus rientra negli standard che la società degli ingegneri petroliferi stabilisce per tutto ciò che è considerato convenzionale. Ma esistono molte definizioni di “non convenzionale”: per l’agenzia statunitense per la protezione ambientale (Epa), il solo utilizzo della fratturazione idraulica è sufficiente a qualificare un’operazione come “non convenzionale”.
La Serinus sottolinea inoltre che queste operazioni di fracking provengono da fondi dell’azienda e non dal prestito della Bers.
Pratiche “incostituzionali”
In mancanza di un quadro normativo che ne regoli l’estrazione, nel 2010 la Serinus ha cominciato a interessarsi alle risorse non convenzionali. Un comunicato stampa pubblicato in quell’anno annunciava la trivellazione del “primo pozzo esplorativo del Siluriano” (uno strato geologico risalente a 400 milioni di anni fa, ricco di scisti) a una profondità di oltre 3.000 metri a opera della Winstar, che l’anno dopo ha ultimato un altro pozzo sperimentale per l’estrazione di scisto.
Ma la profondità della trivellazione e lo strato geologico in questione parlano chiaro: non si tratta solo di perforazioni “non convenzionali”, bensì di attività legate allo sfruttamento dello scisto.
Secondo Afef Hammami-Marrakchi, che insegna all’Università di Sfax, il decreto sugli idrocarburi della Tunisia non prevede un quadro giuridico per la gestione di questo tipo di risorse energetiche; lo stesso dicasi per la fratturazione idraulica.
L’uso di tecniche di estrazione che potrebbero danneggiare l’ambiente avrebbe dovuto essere soggetto a dibattito parlamentare, sia per il gas di scisto sia per qualsiasi altra risorsa non convenzionale, come stabilito dall’articolo 13 della Costituzione tunisina del 2014. Questa disposizione è stata omessa nella nuova Costituzione promulgata dal presidente tunisino Kaïs Saïed nel 2022.
La Serinus non è l’unica compagnia a essere stata individuata: come rivelato dal settimanale Jeune Afrique, la Perenco, “vicina” della Serinus nel giacimento di Sabria, ha messo in atto le stesse pratiche anche nella regione di El Faouar e nel parco nazionale di Jbil, approfittando dell’incertezza giuridica delle leggi tunisine.
Nel 2017 il governo ha commissionato uno studio sull’estrazione non convenzionale alla società di consulenza canadese WSP Global e alla società tunisina SCET, per un costo stimato di oltre 2,7 miliardi di dinari tunisini (più di 800 milioni di euro). Tuttavia, il progetto non è mai salpato, lasciando così la questione in un limbo.
Gas flaring e titoli petroliferi non rinnovati
Durante la nostra inchiesta nel sito controllato dalla Serinus a Sabria abbiamo scoperto diverse fiammate di gas posizionate orizzontalmente in una fossa di sabbia, come mostra la foto: una pratica, anche questa, non regolamentata dal decreto tunisino sugli idrocarburi.

Gli operatori petroliferi si avvalgono di questa tecnica, il flaring, che consiste nella combustione continua di metano: secondo l’Epa, una volta rilasciato nell’atmosfera, questo gas produce un effetto riscaldante 28 volte superiore a quello dell’anidride carbonica.
La società si trova inoltre in un limbo giuridico per quanto riguarda altri due dei suoi siti, che continua a detenere in mancanza di un rinnovo del contratto. Secondo un rapporto del 2019, intitolato Etude sur les secrets d'attribution des permis des hydrocarbures en Tunisie ("Studio sui misteri delle licenze per l’estrazione degli idrocarburi in Tunisia"), la concessione Sanghar, interamente di proprietà di Serinus attraverso la sua filiale tunisina Winstar, è scaduta nel dicembre 2021 e il sito non è più attivo dal 2016.
Questo è avvenuto senza alcuna dichiarazione ufficiale da parte del ministero dell’energia, che non ha nemmeno chiesto alla società di rimborsare l’importo accantonato per la chiusura del sito e il suo ripristino allo stato originale, come previsto dal decreto sugli idrocarburi.
In una versione più recente del rapporto, che abbiamo potuto ottenere in esclusiva, viene rivelato che il problema persiste per la concessione di Chouch, per cui la Serinus deve rimborsare i costi di chiusura, oltre a garantirne il riassetto.
Il rapporto menziona anche un altro problema: lasciare i pozzi aperti potrebbe portare a un disastro naturale in caso di perdite di petrolio e gas.
Serinus, ancora parte della famiglia Kulczyk
Nella sua valutazione dei risultati del prestito concesso alla Serinus Energy, la Bers indica che la società ha ripagato quasi il 93 per cento del debito e che il resto è stato convertito in azioni a beneficio della Banca, per un valore di 3,5 milioni di dollari.
La Serinus ha tuttavia precisato che nel 2022, durante la sua riorganizzazione, l’equivalente del 9,9 per cento delle sue azioni detenute dalla Bers dopo questa riconversione è stato venduto ad acquirenti dei quali la Banca non ha voluto rivelare l’identità.
Nel 2021, lo stesso anno della conclusione del progetto di sviluppo (e della sua analisi negativa), Kulczyk Investments ha venduto tutte le sue azioni di Serinus Energy, che nel frattempo è stata ridomiciliata a Jersey.
Tra gli azionisti dell’azienda ormai si annoverano più di venti società, tra cui la Spreadex Limited, specializzata nel gioco d’azzardo online, multata lo scorso anno dalla commissione sul gioco d'azzardo del Regno Unito per quasi 1,3 milioni di euro per non aver rispettato gli obblighi di responsabilità sociale d’impresa; e il fondo d’investimento polacco Quercus TFI.
Serinus Energy è ancora gestita da Lukas Radziniak, ex viceministro della Giustizia polacco (2007-2009) e stretto “luogotenente” della famiglia Kulczyk, per la quale gestisce diverse società e fondi d’investimento, tra cui Kulczyk Investments, che nel frattempo ha venduto tutte le sue azioni di Serinus Energy.

Questo articolo è stato realizzato con il sostegno di Journalismfund Europe
Ti piace quello che facciamo?
Contribuisci a far vivere un giornalismo europeo e multilingue, in accesso libero e senza pubblicità. La tua donazione, puntuale o regolare, garantisce l’indipendenza della nostra redazione. Grazie!
